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Italia ed estero

Chi vince e chi perde: come cambiano gli equilibri politici italiani dopo il referendum

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Per una serie di motivi, il voto sul referendum costituzionale del 4 dicembre avrà un impatto significativo sulla situazione politica italiana. Qualunque sia il risultato, la consultazione referendaria farà le sue vittime e incoronerà i suoi vincitori.

Ne abbiamo discusso con il Professor Benedetto Ippolito, storico della filosofia e attento commentatore della realtà politica italiana ed internazionale, con i suoi interventi su “Formiche“, “Mondoperaio”, “Il Foglio”, “Avvenire” e “Il Riformista”.

Professor Ippolito, come cambieranno gli equilibri politici in Italia dopo il referendum del 4 dicembre?

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«Il referendum di domenica prossima segnerà una svolta incredibile e imprevedibile sulla scena politica italiana, sia nel caso della vittoria del “sì” che nel caso della vittoria del “no”.

Va da sé che il successo del “sì” decreterà la sopravvivenza del governo Renzi. Se, però, come sembra dagli ultimi sondaggi, il “no” prevarrà, ci troveremo in uno scenario dove le forze politiche variegate che si sono opposte alla riforma dovranno in qualche modo cooperare per gestire la situazione.

Questo perché Renzi ha messo la sua testa sul piatto, facendo sapere di non essere disposto a guidare un governo tecnico.

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La vittoria del “no” segnerà, allora, un’affermazione importante del centro-destra, attualmente affetto da una ben nota crisi di frazionamento. Centro-destra che, d’altro canto, in caso di successo del “sì”, subirà una cocente sconfitta. Una débâcle completa.

Il Movimento 5 Stelle si trova, invece, in una situazione molto particolare. Comunque vada, uscirà avvantaggiato da questa consultazione. In caso di vittoria del “no”, si prenderà la paternità del risultato, perché ha condotto una battaglia molto più dura e netta di quella del centro-destra. Ma anche in caso di vittoria del “sì” ne uscirà rafforzato, perché, in questa seconda ipotesi, diventerà l’unica alternativa a Renzi».

Se il “sì” dovesse prevalere, il centro-destra sarebbe spacciato?

«Non è detto. In questo momento, in Europa e, più in generale, nel mondo occidentale, il centro-destra beneficia di un trend elettorale nettamente a suo favore. Lo abbiamo visto domenica in Francia, con il successo di François Fillon alle primarie di destra e di centro, e, in maniera diversa, qualche settimana fa negli Stati Uniti, con la vittoria di Donald Trump alle presidenziali.

Dappertutto in Europa, un vento di destra spinge, soprattutto, i candidati moderati, preparati e affidabili, che hanno alle spalle una coalizione unitaria. Questi non sono solo competitivi in termini elettorali, ma sono, addirittura, avvantaggiati rispetto agli avversari, sia dalla situazione sul fronte interno che da quella sul fronte internazionale.

Il centro-destra italiano, però, deve far fronte a un problema atavico, legato sia al suo frazionamento che all’eredità di Silvio Berlusconi, che, peraltro, ha ribadito che, in caso di vittoria del “no”, si ricandiderà alla guida della coalizione. Si tratta di uno scenario, per così dire, un po’ anomalo.

Il centro-destra vince se è unitario e se si rinnova. In Italia, invece, abbiamo un centro-destra frazionato e che, per una serie di motivi, non ultimo la presenza di Silvio Berlusconi, non si rinnova.

A tal proposito, va sottolineato il nodo delle primarie. In Italia non riusciamo a fare le primarie. Osservando i vari paesi in Europa, quello che emerge è che quando i cittadini sono chiamati a partecipare, soprattutto per quanto riguarda il centro-destra, questi scelgono dei candidati che non sono quelli ufficiali.

Anche in Italia, il futuro del centro-destra non può prescindere da un maggior coinvolgimento dell’elettorato, attraverso le primarie o sotto un’altra forma».

Mentre il centro-destra prova a ripartire, il Movimento Cinque Stelle si attesta saldamente al secondo posto nelle intenzioni di voto a livello nazionale. In un Suo recente articolo, Lei ha tentato di trovare al Movimento 5 Stelle una collocazione precisa nel panorama politico italiano. In tal senso, Lei ha definito il Movimento un partito di destra radicale. Quali elementi l’hanno portata a queste conclusioni?

«È importante premettere che un partito di destra radicale non è un partito di estrema destra. Uno degli elementi principali che fanno del Movimento 5 Stelle un partito di destra radicale è il suo farsi portavoce di istanze molto diffuse, che vengono genericamente definite come “populiste” e che sono anti-sistemiche, nel senso che contestano il potere nella sua forma istituzionalizzata, attaccando anche i codici rappresentativi identificati dalla Costituzione e dalla prassi democratica corrente. Siamo di fronte a una sorta di grande contestazione.

E anche se il Movimento Cinque Stelle non si riconosce in una tradizione politica definita, come fanno, invece, Marine Le Pen in Francia o Nigel Farage in Gran Bretagna, la sua opposizione frontale a Renzi, la critica irrequieta di tutte le forme di rappresentanza economica, finanziaria e istituzionale, il dire che non è né di destra né di sinistra (si noti bene, Marine Le Pen fa lo stesso), lo collocano in un’area politica che negli altri paesi europei è coperta dai partiti di estrema destra.

Ciò che, però, distingue i grillini dai partiti di estrema destra è la mancanza di un reale progetto di governo.

È probabile che, negli anni a venire, il Movimento Cinque Stelle si consolidi come una sorta di movimento di radicalismo di destra, che tenterà di raccogliere il malcontento un po’ come faceva il Partito dell’Uomo Qualunque di Gugliemo Giannini, nel 1946».

Alla prova del governo, che tipo di politiche perseguirà quello che Lei definisce come un partito di destra radicale? Di sinistra, progressiste, o di desta, conservatrici?

«Il tipo di consenso e di mobilitazione del Movimento Cinque Stelle rendono particolarmente difficile definirne la prassi di governo.

Una cosa è certa: il problema per i grillini non è vincere le elezioni, ma governare, e lo stiamo già vedendo nel caso delle amministrazioni locali.

Il Movimento 5 Stelle ha, al contempo, l’incubo e l’aspirazione a diventare il partito chiamato a governare il paese. Chi sarà il suo candidato alla Presidenza del Consiglio? Non credo che Beppe Grillo possa interpretare questo ruolo. È una guida carismatica, ma non un leader di governo e credo che anche lui si veda in questo modo.

È difficile prevedere oggi se i grillini governeranno a livello nazionale, ma, se questo accadrà, non faranno certo una politica di sinistra, intesa come gestione progressista del governo, definita anche da un determinato rapporto con i poteri economici.

E, poi, c’è il grande problema dell’Europa. I grillini sono profondamente anti-europeisti. Questo è un altro aspetto che li associa più ai movimenti radicali di destra che a Tsipras o ad altri movimenti che si muovono su un populismo di sinistra».

A cura di Matteo Angeli

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