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Musica

Goran Kuzminac: «voglio imparare ancora molto, morirò a 140 anni»

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Domenica sera a Cles, nell’ambito del Festival Spaziozeronove organizzato dall’Associazione culturale “Perché” si è tenuto il concerto del cantautore italo-serbo Goran Kuzminac. 

Siamo riusciti in un ritaglio di tempo prima del concerto a dialogare con il cantautore che ci ha rilasciato un a breve intervista. 

Non è la prima volta che vieni a Cles, e ti è un po’ nel cuore, o sbaglio?

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«Beh, certo, Cles è ancora in Trentino, se non sbaglio, e sono molto legato al Trentino!» 

Il trio Kuzminac Ferradini e Castelnuovo, (che negli anni ’80 portavano in tournee’ il Q Concert) li senti ancora, avete in programma una rentree’?

«Ti dirò di più: abbiamo in programma anche un’altra cosa, nei prossimi mesi, sempre nell’ambito teatrale, con Ron e il figlio di Ivan Graziani, perché il primo trio, appunto, era composto da Ron, Graziani e il sottoscritto, e comunque sono ancora in contatto con loro, perché sono dei musicisti che hanno ancora la testa sulle spalle». 

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Tu sei stato uno dei primi a introdurre il “finger style” nella musica italiana, puoi spiegare in parole povere, per i profani, cosa significa? 

«La cosa bella della chitarra è che sembra uno strumento fatto di legno, o di acciaio, ma secondo me è uno dei pochi strumenti che puoi suonare in diecimila modi, lo puoi suonare grattandolo, tipo in spiaggia, con le canzoni di Battisti, lo puoi suonare dopo anni di studio con la musica classica, e allora fai queste cose molto veloci, oppure lo puoi suonare in maniera ignorante, cioè della serie hai lavorato tutto il giorno nei campi di cotone, la sera torni a casa e hai una chitarra “sgarruppata” e ti fai una suonata, ma siccome hai proprio la voglia di esprimerti, hai la musica nel sangue, ti inventi un modo strano, hai solo una chitarra, che oltretutto suona anche male, e fai finta che siano due, riesci in qualche modo a far finta che siano due, e la gente ti ascolta, sente i bassi, e sente la melodia, e dice: ma sono due chitarre?, no, è una sola, e questo è il finger style, il miracolo del blues e dei neri che hanno inventato questo modo di suonare». 

La musica slava, cosa ne pensi, vedi un futuro oltre al “polfolk, o balcancpop” che impazza ora nelle discoteche, e la musica slava, quella “vera” tipo Goran Bregovic? 

«Secondo me qualsiasi cosa arrivi là è grasso che cola, nel senso che se non fosse per Goran Bregovic e per pochissimi altri, non sarebbe mai uscita dai confini dei balcani, perché ti devi un po’ abituare a sentirla, e loro sono riusciti a tirarla “fuori” da cent’anni di solitudine, se poi la mettono nelle discoteche ecc., ma va bene uguale, comunque questo sapore balcanico in ogni caso c’è e ti abitua poi a raffinare l’orecchio e al di fuori della discoteca ad ascoltare qualcosa di più serio». 

Torni mai in Serbia? 

«E’ dai un po’ di anni che non ci torno, ci dovevo tornare per il 29 di questo mese, ma purtroppo ho degli impegni di lavoro, il 29 di solito si riunisce tutta la famiglia perché e la festa del nostro cognome». 

Ti senti più italiano o più slavo? 

«Fondamentalmente mitteleuropeo, poi faccio parte dell’homo sapiens e quindi della razza umana, e non ho mai incontrato qualcuno che guardandoti negli occhi e cercando di parlare a gesti, anche se non conosce la lingua, non ha le tue stesse emozioni, sensazioni, dolori, speranze ecc., perciò da questo punto di vista italiano o slavo non cambia niente, neanche la cucina»! 

Quando c’è stata la guerra nella ex Jugoslavia, come l’hai vissuta, tu eri qua o eri là? 

«Ero qui e poi sono andato anche là, per salvare forse mio cugino in qualche modo, comunque l’ho vissuta in maniera molto dolorosa, come credo la maggior parte della gente con la testa sulle spalle, poi la grande domanda è il perché, ancora adesso ci si pone questa domanda, ma non credo che l’abbiamo capito neanche noi slavi che siamo stati colpiti direttamente, non abbiamo capito il perché, non c’era un motivo economico, di petrolio, politico, e assolutamente religioso, non c’entrava proprio niente». 

Tu adesso stai studiano musicoterapia, non ti fermi mai, perciò ti chiedo: cosa farai “da grande”? 

«Da grande non lo so, ci sto pensando, in questo momento sto studiando un’accordatura irlandese, il “Dadgad”, una cosa molto particolare con la quale fai queste melodie molto sospese, e mi sto realmente impegnando a studiare questa cosa perché mi si sta aprendo un altro mondo, perché, ripeto, con la chitarra non hai mai finito, e siccome io non ho mai finito di imparare, credo che morirò a 140 anni cadendo da cavallo, o per un incidente, perché non posso morire prima di aver imparato un sacco di altre cose. Un’ultima cosa, come mi dicevano i miei insegnanti gesuiti, è la strada che è interessante, il percorso, il viaggio, non l’arrivo!»

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