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Italia ed estero

L’America di Trump: dal muro con il Messico al negazionismo sul cambiamento climatico

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La vittoria di Donald Trump alle elezioni americane ha aperto una fase di grande incertezza sulla scena politica internazionale.

Fino a che punto Trump presidente riuscirà a mettere in atto le promesse, molto spesso di rottura, fatte in campagna elettorale?

Ne abbiamo discusso con Giampiero Gramaglia, grande esperto di politica americana, responsabile degli uffici dell’ANSA nel Nord America dal 2000 al 2006, nonché editorialista de Il Fatto Quotidiano e autore di www.gpnewsusa2016.eu, blog che ha seguito passo dopo passo l’andamento delle elezioni americane.

Riuscirà Donald Trump a far costruire il famigerato muro al confine con il Messico e, soprattutto, sarà in grado di espellere 3 milioni di clandestini con precedenti penali, come ribadito all’indomani del voto?

«Sui temi dell’immigrazione Trump insisterà, fin dalle prime battute della sua presidenza, per dare l’impressione che farà quanto promesso. La costruzione del muro non dovrebbe porre particolari problemi, in quanto questo esiste già per lunghissimi tratti della frontiera. Si tratterà quindi di alzarlo o di renderlo più difficile da aggirare.

Quello che sarà, invece, un problema che credo Trump non riuscirà a risolvere è di farlo pagare ai messicani, perché non c’è nessun motivo per cui i messicani dovrebbero pagare una cosa fatta dagli statunitensi sul territorio statunitense.

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Per quanto riguarda le espulsioni di 3 milioni di immigrati clandestini, Trump dovrà vedersela con le garanzie di legge che ci sono negli Stati Uniti. Nel caso in cui sia possibile farlo, ci saranno senz’altro una serie di ricorsi, di procedure per opporsi alle espulsioni e quindi non è detto che queste siano immediate e, soprattutto, non è detto che si facciano. Bisognerà passare attraverso le corti e l’iter del sistema giudiziario americano. Perciò, i tempi di questa seconda decisione sono molto meno definiti e molto meno sicuri, anche se una serie di immigrati clandestini condannati e già passati in giudicato potranno essere espulsi con più facilità».

Per quanto riguarda gli accordi commerciali, TTIP e TPP sono definitivamente morti? E il NAFTA, verrà rinegoziato?

«Si tratta di tre situazioni distinte. Il TTIP, il trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti, ancora non esiste e, quindi, c’è eventualmente il problema di decidere se e in che direzione proseguire i negoziati. Né Trump né gli europei sembrano avere particolare fretta. A tal proposito, va notato che anche l’Unione europea deve fare i conti con un’opinione pubblica contraria all’accordo.

Per quanto riguarda il TPP, trattato che coinvolge una serie di paesi sulle due sponde del Pacifico, qui si tratta di un accordo già concluso che però non è ancora entrato in vigore. Credo che Trump si opporrà all’entrata in vigore del TPP e in questo il Congresso lo aiuterà. In alternativa, Trump potrebbe provare a rinegoziarne alcune opzioni, in modo da poter poi dire: “Adesso che lo abbiamo modificato, possiamo farlo entrare in vigore”. C’è da vedere se i paesi latino-americani, il Giappone e la Corea del Sud saranno disposti a modificarlo.

Per il NAFTA, il trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, bisogna invece tenere presente che questo è in vigore da parecchi anni. Con Trump presidente, gli Stati Uniti chiederanno delle modifiche. Tutto dipenderà da come andrà il negoziato e può anche darsi che, ottenuta qualche modifica, Trump ne raccomandi lui stesso la riconferma. La rinegoziazione potrebbe comunque richiedere degli anni. L’alternativa è che Trump denunci direttamente l’accordo. In ogni caso, su questo tema, come su tanti altri, sembra che Trump debba ancora decidere come procedere».

Che impatto potrebbe avere l’atteggiamento accomodante di Trump nei confronti di Putin sulla sicurezza dei paesi dell’Europa orientale?

«Nessuno, perché la sicurezza di questi paesi non è in pericolo. Sono loro che ingigantiscono le minacce, quando, in realtà, non mi sembra assolutamente che nei programmi della Russia ci sia riprendersi la Polonia o riannettere i Baltici.

Tuttavia, è prevedibile che, se Trump distenderà i rapporti con la Russia, ad esempio, decidendo di non inviare i soldati americani in Lettonia, come, invece, già concordato in ambito Nato, questo scatenerà delle preoccupazioni nei paesi dell’Europa orientale. Il miglioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, però, potrebbe anche innescare una minore conflittualità dei Baltici e, soprattutto della Polonia, nei confronti dell’Unione europea. Se in questi paesi dovesse venire meno la percezione del sostegno americano attraverso la Nato, l’ancoraggio all’Unione verrebbe rivalutato. Si tratta, comunque, di percorsi difficili da anticipare, essendo questi paesi, in particolare Polonia e Repubblica Ceca, molto volatili sul piano politico, con facili cambiamenti di orientamento, anche radicali, da un’elezione all’altra».

L’elezione di Trump potrebbe essere l’occasione per rilanciare le relazioni tra Stati Uniti e Gran Bretagna? Oppure la Gran Bretagna, già alle prese con la Brexit, è condannata a essere sempre più sola?

«Sembra, almeno secondo le prime reazioni, che i britannici che hanno votato la Brexit abbiano la percezione di poter tornare a quella relazione speciale con gli Stati Uniti che Barack Obama aveva loro negato. Obama, infatti, aveva più volte minacciato la fine della relazione speciale in caso di Brexit.

Trump, invece, sembra tentato dal ripristinare questo legame esclusivo con la Gran Bretagna. Basti pensare che l’unico leader europeo ad aver finora ricevuto la sua attenzione è Nigel Farage, grande vincitore del referendum britannico. E poi c’è un altro dato di fatto: mentre prima delle elezioni gli Stati Uniti avevano sempre riconosciuto il ruolo di interlocutore dell’Unione europea, finora Trump non ha neppure pronunciato la parola “Unione europea”, né durante le manifestazioni elettorali né nei dibattitivi televisivi, e non ha neppure mostrato di conoscere e saper riconoscere i leader europei che gli hanno scritto dopo la vittoria».

Trump ha veramente un piano segreto per sconfiggere l’Isis, come ha più volte ripetuto in campagna elettorale?

«Secondo me, ma si tratta di una percezione assolutamente personale, in campagna elettorale il piano segreto non esisteva. Del resto, non c’era bisogno che esistesse. In caso di sconfitta, il piano sarebbe restato in ogni caso segreto. Adesso, però, in un modo o nell’altro, probabilmente Trump un piano dovrà inventarselo, visto che aveva detto che ce lo aveva.

In modo sintetico, il piano di Trump potrebbe essere: “Vladimir, pensaci tu”, con riferimento all’impegno militare di Putin nel conflitto siriano. Diversamente da Obama, che diceva che è importante sia liberarsi di Assad che combattere l’Isis, Trump non ritiene che Assad sia un problema. In questo senso, il nuovo presidente americano potrebbe avallare l’azione di Putin in Siria, a favore di Assad ma contro l’Isis, continuando, da parte sua, con i bombardamenti iniziati da Obama, ma guardandosi bene dall’inviare i suoi soldati. Questo non sarebbe un piano vero e proprio ma sarebbe, comunque, un modo per rendere meno fumosa la situazione in Siria.

Quanto alla pretesa di Trump di disfarsi rapidamente del sedicente stato islamico, senza un intervento via terra, questa mi sembra una spacconata. Può darsi che dell’Isis ci si liberi con l’azione via terra di peshmerga e iracheni, ma non credo che per il 20 gennaio, data dell’insediamento di Trump, tutto sarà concluso. Anche Trump avrà i suoi problemi».

Quale sarà l’impatto delle posizioni negazioniste di Trump in materia di cambiamento climatico, soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi in materia di limitazione dell’inquinamento concordati dagli Stati Uniti in occasione della Conferenza sul Clima di Parigi dello scorso anno?

«Per quanto riguarda l’impatto sulla sicurezza globale del pianeta, questo è l’elemento più pericoloso delle posizioni di Trump.
Da un punto di vista pratico, la nuova amministrazione statunitense potrebbe, concedendo facilitazioni all’estrazione di petrolio e carbone o attraverso decisioni simili, andare apertamente contro quanto l’amministrazione Obama si è impegnata a fare durante la Conferenza sul Clima di Parigi e togliere, così, significato al trattato.

Da un punto di vista legale, invece, gli Stati Uniti potrebbero recedere dal trattato o negoziare delle condizioni più onerose per la Cina e gli altri grandi inquinatori. Comunque vada, questo farà perdere tempo all’accordo. E se nei prossimi quattro anni l’inquinamento aumenterà negli Stati Uniti, il terreno da recuperare sarà molto di più».

A cura di Matteo Angeli 

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