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Trento

I signori del cibo al taglio del nastro del Festival Tutti nello stesso piatto

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Un’inaugurazione con un ospite d’eccezione che ha riempito il teatro Sanbàpolis di Trento. Ad ascoltare Stefano Liberti, giornalista e regista italiano, ieri sera c’erano più di 190 persone.

Un dialogo tra cibo, filiera, scelte alimentari consapevoli, condotto da Augusto Goio, giornalista di Vita Trentina, seguito fino alla fine da un pubblico attento e interessato. Dopo A sud di Lampedusa e il successo internazionale di Land grabbing, nel suo ultimo libro I signori del cibo Liberti presenta un’indagine globale durata due anni, che lo ha portato dall’Amazzonia brasiliana alle campagne della Puglia. Un’inchiesta che fa luce sui giochi di potere che regolano il mercato del cibo, dominato da pochi grandi colossi in grado di controllare ciò che arriva sulle nostre tavole.

Ecco le parole che Stefano Liberti ha rilasciato al nostro giornale, pronto, questa mattina, a incontrare anche gli studenti trentini al liceo da Vinci.

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Nel libro I signori del cibo, lei ha parlato dello sfruttamento massivo delle risorse agroalimentari da parte di alcune grandi multinazionali, le c.d. società locuste, qual è l’alternativa realistica a questi ‘giganti’ in un mondo sovrappopolato e dove i redditi sono molto squilibrati (anche nei paesi sviluppati molti faticano ad arrivare a fine mese)?

“Dalla mia ricerca, ho avuto modo di vedere che il sistema alimentare globale è in mano a poche aziende che stanno assumendo il controllo di tutta la filiera dei prodotti. Nel fare questo, mettono in campo economie di scala e riescono anche a proporre i prodotti ai consumatori a prezzi più bassi. Ma questi prezzi non tengono conto dei cosiddetti costi “esternalizzati” (quelli ambientali e sanitari ad esempio, ossia la distruzione dell’ecosistema e le patologie legate al cibo di scarsa qualità). Queste grandi società, che io chiamo aziende-locusta proprio perché hanno con l’ambiente e il contesto in cui si muovono un approccio di tipo estrattivo, sono caratterizzate dal fatto che controllano la filiera agro-alimentare in regime di oligopolio, facendo muovere i prodotti da un capo all’altro del pianeta senza altra logica che quella della massimizzazione dei profitti nell’immediato.

Credo che oggi siamo di fronte ad un bivio: il grande aumento del potere di questi grandi gruppi nel processo industriale, di distribuzione e di commercializzazione sta distruggendo il pianeta e impone un ripensamento del modello produttivo e di consumo. Impone una maggiore consapevolezza, che parta dalla trasparenza della filiera.

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Il libro è nato proprio da questo. È prima di tutto un’indagine sull’opacità della filiera alimentare. Il consumatore nel supermercato non sa da dove viene il cibo che acquista, dove viene raccolto, dove viene modificato. Non sa nulla. Magari lo compra ad un prezzo basso ma senza alcuna garanzia. È per questo che ho cercato di costruire la filiera all’incontrario dal prodotto finito alla materia prima, prendendo in considerazione quattro prodotti paradigmatici: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato”.

È molto diffusa l’idea che sia necessario che gli investimenti siano effettuati nell’economia reale piuttosto che nel mercato finanziario (che di fatto non produce ricchezza ‘materiale’) al fine di sostenere lo sviluppo dell’economia. Tuttavia, lo spostamento dell’attenzione da parte dei grandi investitori dai prodotti finanziari agli investimenti in terra e nella filiera zootecnica ha forse prodotto danni peggiori?

“Dal 2007/2008, gli anni della grande crisi finanziaria quando è esploso il mercato azionario, c’è stato uno spostamento del capitale finanziario (dei fondi di investimento classici) verso beni rifugio, in particolare verso i prodotti alimentari di base come la soia e il mais e verso l’acquisizione di terre, perché ritenuti investimenti più sicuri. Il forte interesse del capitale già finanziario in questi ambiti ha prodotto un effetto speculativo per cui i prezzi sono aumentati non per reali accadimenti – ad esempio non perché un uragano ha distrutto i raccolti del mais – ma perché l’afflusso di denaro ha portato i prezzi verso l’alto: tutti continuavano a comprare e i prezzi aumentavano.

Su tutta la filiera alimentare, compresi i terreni agricoli, i gruppi finanziari sono intervenuti con un approccio di massimizzazione dei profitti, con una prospettiva breve, sui 3-5 anni: raccogliere i profitti e poi andare via. Quindi, cosa fanno? Acquisiscono aziende, impongono loro un aumento della produttività e poi vendono ad altri gruppi le loro quote, pronti ad acquisire altre nuove aziende da sfruttare.

Questa “finanziarizzazione” della catena alimentare, che attraversa tutta la filiera, dal campo al supermercato, sta avendo effetti devastanti. Perché impone, su un bene così delicato come il cibo (e l’ambiente in cui il cibo viene prodotto), un modello iper-produttivista che punta al profitto nell’immediato senza tenere minimamente in conto un elemento essenziale dell’agricoltura, cioè la rigenerazione delle risorse e dell’ambiente”.

C’è chi afferma che lo sfruttamento della manodopera nella coltivazione dei pomodori sia un male necessario visto l’attuale assetto della filiera. Una sorta di esternalità negativa che necessita di un intervento di ampio raggio per la sua eliminazione?

In Italia il pomodoro è prodotto in due distretti: nel sud nell’area del foggiano e nel nord nella zona intorno a Parma. A sud la raccolta è spesso fatta da manodopera immigrata pagata 3-4 euro e a cassone di 3 quintali e reclutata attraverso il meccanismo del caporalato (fenomeno spiegato nell’intervista fatta a Fabio Ciconte.  A nord la raccolta è al 100 per cento meccanizzata.

In realtà quando vai in quelle terre ti rendi conto che il fenomeno del caporalato è gravissimo ma molto sovradimensionato: nel sud la raccolta a mano interessa circa il 15-20% del totale, il resto è fatto con le macchine. È un fenomeno grave, perché vuol dire diritti umani violati e persone sfruttate, ma decisamente in calo negli ultimi anni.

Detto questo, due sono i punti su cui porre attenzione rispetto alla filiera del pomodoro. Il primo è che il pomodoro ha avuto un calo di prezzo tale che il produttore agricolo dice ‘io non posso pagare di più la manodopera per poter rientrare nei costi’. Il secondo punto sul caporalato è che nella provincia di Foggia chi vuole reclutare manodopera agricola che faccia determinati lavori, che gli italiani non fanno perché molto pesanti, spesso è costretto a passare dal caporale perché gli uffici di collocamento non funzionano, non sono in grado di svolgere quel ruolo di intermediazione tra richiesta e offerta di manodopera a cui sarebbero preposti”.

Il nuovo reato introdotto sul caporalato va nella giusta direzione o si tratta solo di una nuova legge che finirà nel dimenticatoio dopo le prime pagine dei giornali?

“La legge è ottima perché individua la responsabilità in solido delle aziende e allarga le fattispecie di sfruttamento, anche dove c’è un pagamento minore rispetto al dovuto.

Però ha un approccio prevalentemente repressivo. È quindi opportuno che questa legge venga accompagnata da misure che rendano obsoleto il caporalato.

Lo Stato deve anche ripensare i meccanismi di intermediazione non solo del pomodoro, ma in tutto il settore agricolo. Dovrebbe attivare uffici del lavoro funzionanti e mettere le aziende in grado di potersene servire. In parte ha cominciato a farlo con la rete del lavoro agricolo di qualità.

C’è poi un altro tema: tutta la filiera del pomodoro è disfunzionale perché i prezzi sono schiacciati verso il basso, strozzando sia i produttori che gli industriali. Solo la grande distribuzione a monte ci guadagna veramente. Andrebbe ripensato tutto l’indirizzo di filiera e valorizzati i prodotti agricoli, pagando il giusto prezzo sia ai produttori che agli industriali trasformatori. Invece, i gruppi della Grande distribuzione organizzata (GDO) impongono prezzi ridicoli e poi si trincerano dietro certificazioni di carta per dire che i propri prodotti sono “etici”. Tutti sanno – anche loro lo sanno – che la realtà sul terreno è diversa, che c’è lavoro sfruttato. Ma è diversa anche a causa della loro strategia di schiacciamento dei prezzi verso il basso, che spesso finiscono per imporre agli agricoltori scelte non etiche“.

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Nell’introduzione al suo libro I signori del cibo parla della curiosità con cui suo figlio Tiago ascolta i suoi racconti sul cibo e di “un pizzico di apprensione verso i cambiamenti delle nostre abitudini alimentari”. Pensare anche alla salute dei nostri figli può aiutarci a cambiare il nostro approccio verso il cibo soprattutto quando siamo al supermercato?

“Io credo di sì e credo che nelle scuole sia necessaria anche una educazione alimentare, quella che noi non abbiamo ricevuto: i bambini come mio figlio, specialmente quelli che vivono in città, non sanno come avviene il processo di produzione alimentare, anche dei prodotti più semplici, come ad esempio un frutto. L’educazione alimentare serve per creare consumatori consapevoli che facciano scelte consapevoli: ciò vuol dire ore settimanali dedicate allo studio dell’ambiente, dell’ecologia, dell’alimentazione”.

Grazie al grandissimo lavoro di informazione svolto da lei in questi anni, anche grazie ad un altro suo libro Land grabbing, e a tante altre persone che come lei ci forniscono aspetti di una verità che spesso è celata o velata ai nostri occhi, ognuno di noi non può dire “non lo sapevo”. Ma cosa blocca il nostro cambiamento di abitudini secondo lei? La paura, il senso comune, la gola, la pigrizia, la cattiva informazione?

“Credo che ci siano un po’ tutte queste cose, soprattutto pigrizia e cattiva informazione. Per questo ritengo che sia urgente un ripensamento delle nostre abitudini di consumo perché, come dicevo prima, siamo di fronte a un bivio. In un mondo sempre più sovrappopolato e con risorse sempre più scarse, peraltro in preda ai cambiamenti climatici, non è più pensabile produrre e consumare come si è fatto finora. Banalmente, gli allevamenti intensivi di animali, che vedono miliardi di capi chiusi in capannoni nutriti con mangimi di soia e mais che devono essere coltivati su milioni di terre arabili, non sono più sostenibili. Nel momento in cui popolazioni quantitativamente importanti come i cinesi aumentano i propri consumi di carne, è evidente che non ce n’è più per nessuno. È importante quindi aumentare la consapevolezza su questi aspetti e modificare di conseguenza le proprie abitudini. Perché le scelte politiche passano anche dalla consapevolezza dei cittadini”.

C’è chi dice che non tutti gli immigrati scappano dalla guerra e che ciò che sta accadendo è il risultato dello sfruttamento dell’Occidente verso le terre specialmente dei paesi dell’Africa.

Cosa ne pensa?

“È un tema complesso. È vero, in realtà negli ultimi due anni chi arriva in Italia non fugge specialmente da guerre o povertà assolute. Si tratta spesso di persone di ceto medio, con un livello di scolarizzazione medio-elevato e un capitale economico e umano da investire.

Il legame tra migrazione e Africa è multi-fattoriale. È difficile stabilire una consequenzialità diretta, perché le scelte sono davvero diverse: c’è chi fugge dalla dittatura come gli eritrei, ci può essere il nigeriano che scappa perché non può avere uno sbocco professionale adeguato, il senegalese che parte all’avventura, il maliano che ha visto la sua terra sottratta. Le situazioni sono davvero tante e occorre analizzarle una per una.

Io credo che oggi la gioventù africana sia un po’ come i nostri giovani che partono per andare all’estero. Il giovane italiano lo può fare perché ha il passaporto italiano, l’africano no perché ci sono delle politiche che non permettono di farlo legalmente. Il giovane africano è quindi costretto ad attraversare il deserto e il mare mettendo a rischio la propria vita.

Occorre invece interrogarsi sulle cause che spingono i singoli. Perché per un giovane dell’Africa e per la sua famiglia che non vivono in guerra è più interessante investire in un viaggio pericoloso, che porta a rischiare la vita, piuttosto che stare nel suo paese e investire lì in quei posti i soldi?”.

Alla luce dei suoi viaggi e della sua grande esperienza cosa direbbe a chi mostra odio e intolleranza verso gli immigrati che arrivano in Italia?

“Questo atteggiamento è figlio della recessione, della paura. In molte delle nostre periferie è in atto una guerra tra poveri, dove gli immigrati sono presi come capro espiatorio da parte di chi è sempre più impoverito. Invece che rivolgersi contro il comune, contro le istituzioni, che negano loro servizi e assistenza, che non sono in grado di rispondere alle loro richieste, la gente rivolge la propria rabbia magari contro il centro di accoglienza aperto.

È una reazione molto di pancia dei cittadini, del tutto comprensibile. Il politico ne deve tenere conto, ma non può inseguirla. Il politico deve avere una visione a lungo termine, deve orientare il futuro.

Da questo punto di vista ritengo che la politica migratoria dell’Unione Europea è miope. Tutti gli economisti dicono che per far fronte al calo democratico e all’abbassamento dell’età demografica occorrono gli immigrati. Ma l’Europa chiude le frontiere e blocca gli immigrati. Le risorse oggi sono impegnate per bloccare ciò di cui si ha bisogno”.

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