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Trento

Una vita in marcia per i diritti umani

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John Mpaliza (nella foto di Milena Battisti) è un ingegnere informatico, di origini congolesi, che vive in Italia da 23 anni.

Due anni fa ha lasciato il suo lavoro in Comune a Reggio Emilia perché riteneva indispensabile portare “la voce di chi non ha voce”, la voce di migliaia di persone che sono morte e che continuano a morire per lo sfruttamento in atto nel loro Paese.

In collaborazione con il CAVA (Coordinamento delle Associazioni della Vallagarina per l’Africa) e con il “Peace Walking Man Foundation” ha promosso una marcia per la pace che è partita da Reggio Emilia il 23 ottobre, con la presenza dell’On. Cécile Kyenge, europarlamentare, e che arriverà a Bruxelles l’8 dicembre. John, insieme ad altri compagni di viaggio e ad alcuni rappresentanti delle Associazioni, sarà ricevuto dal Parlamento Europeo per chiedere alla comunità ed alle istituzioni internazionali di intervenire subito per fermare i massacri a Beni nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo.

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Intervenire subito per fermare i massacri a Beni” è il titolo dell’appello, poi trasformatosi in petizione, che John ha lanciato e promosso insieme a Padre Alex Zanotelli.

Marciare vuol dire incontrare, condividere, comunicare il proprio messaggio alla gente in modo diretto, senza intermediari. Questo cammino per i diritti umani e per la pace farà tappa in Trentino da oggi al 5 novembre ed il 3 si fermerà a Rovereto. Al Brione in piazza della Pace alle 16.30 John incontrerà le autorità, i cittadini e poi proseguirà la sua marcia verso Volano con chi lo vorrà seguire almeno per un tratto.

Il 4 mattina alle 9.00 ripartirà da Volano verso Trento, dove sabato mattina, al Liceo Galilei, incontrerà alcuni studenti trentini provenienti da diversi istituti. John, lei è un cittadino italiano di origini congolesi, perché ha lasciato la sua patria 23 anni fa?

“Ho dovuto lasciare il Congo per questioni politiche.

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Tra gli anni ’88 e ’89 ero all’università e con la caduta del muro di Berlino noi studenti cercavamo di capire cosa stesse accadendo nel mondo. Abbiamo iniziato a manifestare e subito mi sono trovato arruolato in un partito clandestino, l’UDPS, Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale, oggi il maggiore partito di opposizione nel Congo.

Dopo molte peripezie, nel ’91 i miei hanno deciso che fosse arrivato il momento di farmi uscire da quel Paese per paura che perdessi la vita, come era successo a molti miei amici e colleghi di università.

Dopo aver girato alcuni paesi africani, mi sono fermato un anno accademico a studiare a Orano in Algeria e, come un appuntamento a cui non potevo mancare, durante una visita turistica in Europa, ho perso l’aereo a Roma e la sera stessa c’è stato un attentato all’aeroporto di Algeri. Così sono rimasto in Europa, in Italia, chiedendo asilo politico.

Cosa hanno visto i suoi occhi di ragazzo nella Repubblica Democratica del Congo?

“I miei occhi hanno visto tante cose, belle e brutte.

Belle quando ero giovane, quando studiavo in un college di gesuiti; dall’80 all’88 il Paese non era il paradiso ma si viveva bene, il tasso di alfabetizzazione era accettabile. Sono cresciuto da mia sorella e da piccolo non mi è mai mancato nulla.

Le cose brutte partono dagli anni ‘88-’89, quando ho visto la morte in faccia: tanti miei colleghi di università, tanti miei amici non ce l’hanno fatta, la situazione era davvero drammatica.

Durante le manifestazioni ho rischiato più volte la morte, ne ho viste di tutti i colori: quando i militari arrivavano nel campus universitario commettevano tanti crimini e al mattino spesso non si trovavano neanche i corpi. Sono cose che vorrei dimenticare ma non è facile”.

Cosa vede ora che vive in Italia?

Vedo l’Italia, l’Europa dei diritti, il mondo ma anche il Congo dove viene violato ogni diritto fondamentale. Io vivo in una situazione tranquilla, di privilegio dove è possibile fare domande e ricevere risposte. Da osservatore esterno vedo le persone che, in Congo, subiscono la dittatura, la repressione, lo sfruttamento da parte delle multinazionali e dei dirigenti locali, la guerra, la violenza sulle donne.

Vedo un Congo malato, un gigante ferito che sta soffrendo, vedo tanti parenti morti, mio padre, mia sorella dispersa, vedo una guerra economica che dal ‘96 è ancora in atto, una guerra che ha fatto 8 milioni di vittime, mentre sono circa 2 milioni le donne che in 20 anni hanno subito violenze sessuali usati come arma di guerra. Il dottor Denis Mukwege , un medico ginecologo, viene chiamato ‘il dottore che ripara le donne’ perché cura i corpi delle donne violentate e segnate a vita.

Cosa le manca della sua terra?

“Tutto, gli odori, i profumi, il fiume, i laghi, la natura, ma i parenti come prima cosa”.

Si sente solo?

“Direi di sì perché qui non ho una famiglia. Ho tanti amici che sono diventati una famiglia, però è dal 91 che giro (in Congo sono tornato due volte, una nel 2009 e poi nel 2014). È una solitudine che si combatte in vari modi, ma mi preme sottolineare che nulla a che vedere con ciò che vivono i migranti oggi. Io non ho subìto il trauma del viaggio. Non posso paragonarmi a loro, se non per i momenti in cui ho perso i colleghi universitari e tante altri cari nella guerra. Per questo penso comunque di essere fortunato, anche perché stare soli a volte può essere anche una fortuna nella sfortuna”. 

Come è riuscito a studiare e a diventare un ingegnere informatico?

“Come fanno tanti altri ragazzi e ragazze, con impegno e voglia di fare. Quando sono andato via dal Congo il mio obiettivo era sempre quello di poter riprendere gli studi.

Certo, se qualcuno mi avesse aiutato avrei potuto fare un’altra facoltà, come medicina, che poteva essere molto più utile in Congo, mentre sono stato costretto a fare la cosa più facile che comunque mi piaceva molto”.

Cos’è il coltan?

“Vuol dire columbite tantalite, col-tan, è una lega formata da due minerali, considerata come il migliore semiconduttore in uso oggi. Le sue caratteristiche chimico-fisiche consentono di utilizzarlo nella tecnologia (Pc, airbag, cellulari, fibra ottica, dispositivi degli ospedali, ecc…) permettendone la miniaturizzazione. Il coltan usato nei dispositivi elettronici permette di aumentare la potenza diminuendo il consumo di energia: più potenza consumando pochissimo. A che prezzo? 

“C’è una percentuale molto alta di lavoro minorile nell’estrazione del coltan, i bambini dopo anni e anni di esposizione si ammalano di cancro o di leucemie, essendo questo minerale leggermente radioattivo: sono minori dai 6-7 anni fino ai 17-18 anni, che non hanno nessun diritto e alcuna protezione. Si tratta di una gravissima violazione dei diritti umani e dei diritti dell’infanzia.

Certo, in alcuni paesi africani i bambini partecipano alla vita sociale, ma questo non vuol dire lavorare in questo modo.

Amnesty International nel rapporto pubblicato a gennaio ha denunciato che nella filiera di estrazione di un altro minerale, il cobalto, utilizzato per le batterie dei cellulari e delle macchine elettriche ed “ecologiche”, ci sarebbero circa 40 mila bambini sfruttati. È un grosso problema, ben conosciuto dalle multinazionali, che ben conoscono il prezzo economico e umano del loro agire. Anni fa si diceva che dietro ad ogni cellulare ci fosse la vita di un bimbo in Congo.

Foto di Stefano Stranges 

Quindi per non supportare lo sfruttamento dei bambini e la violazione dei diritti umani dobbiamo abbandonare la tecnologia?

No. La tecnologia non va demonizzata. Anche nella marcia che stiamo affrontando ricorriamo al navigatore, al gps, mentre prima si usavano le cartine geografiche. Negli ospedali siamo aiutati dalla tecnologia.

Occorre spostare l’attenzione sulla filiera, così come avviene nella produzione di altri beni di consumo come il cibo, il legno, i vestiti, ecc… Se la filiera della tecnologia fosse etica, nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dei consumatori dall’estrazione fino all’utilizzo e allo smaltimento la situazione cambierebbe notevolmente.

I consumatori vanno responsabilizzati perché siamo noi a chiedere la tecnologia: per esempio se ogni 6 mesi vengono prodotti modelli nuovi di cellulari, non tanto diversi l’uno dall’altro e noi li compriamo! Se la gente iniziasse a chiedersi da dove arrivano i nostri telefonini? Da dove arrivino i minerali che sono nei nostri tablet? Questo vuol dire tracciabilità ed è ciò che stiamo chiedendo alle autorità internazionali. Una legge sulla tracciabilità aiuterebbe a togliere i minerali insanguinati dalla filiera dei nostri telefoni. Così come lavorare per la stabilità dei paesi sfruttati, per governi legittimi, eletti e non imposti al popolo, responsabili che lavorino per il popolo e non per le multinazionali, come la responsabilizzazione dei consumatori e la responsabilità sociale delle imprese. Queste cose piano piano aiuterebbero a modificare la cultura per cui prima di acquistare io devo informarmi, soprattutto rispetto al telefono, che è diventato un appendice del corpo che noi diamo in mano anche ai nostri figli”.

Leggenda narra che il Creatore mentre distribuiva le ricchezze avesse un secchio tra le mani e giunto sul Congo è inciampato e tutto è caduto lì: oro, diamanti, cobalto, zinco, stagno, coltan, petrolio. Cosa vuol dire questo per i congolesi?

Quasi una maledizione, siamo ricchi ‘da morire’.

Significa vivere in un paradiso che è anche un inferno, perché essere così ricchi vuol dire poi che tutti vogliono prendere questa ricchezza. Le guerre presenti sono economiche, organizzate a tavolino, le multinazionali finanziano ribelli, milizie e mercenari per creare situazioni di instabilità nel Paese. Vuol dire sofferenza.

Suo padre è una delle vittime, insieme ad altri suo parenti, della guerra in Congo… Una guerra infinita?

“Infinita perché dopo 20 anni non c’è giustizia e non vediamo alcun processo di pace, che invece è tentato per altri popoli, perché è una guerra volutamente dimenticata. Il Papa nell’Angelus del 15 agosto scorso, in occasione della festa dell’Assunzione di Maria, ha chiesto di pregare per Beni e rompere questo silenzio che il Congo subisce da prima del ‘96: “Il mio pensiero va agli abitanti del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, recentemente colpiti da nuovi massacri che da tempo vengono perpetrati nel silenzio vergognoso, senza attirare neanche la nostra attenzione. Queste vittime fanno parte, purtroppo, dei tanti innocenti che non hanno peso sull’opinione mondiale”.

David Van Reybrouck nel suo libro Congo parla di un genocidio di 10 milioni di persone uccise dal 1885 al 1908 per mano di Leopoldo II, re del Belgio. La comunità internazionale non ha mostrato nessun interesse”.

La Repubblica Democratica del Congo è un ‘Gigante’ date le dimensioni e soprattutto le ricchezze minerarie presenti, ma soprattutto ‘ferito’, perché queste ricchezze hanno portato milioni di morti in questi ultimi anni.

Cosa vede nel futuro di questo Stato?

“Un futuro molto difficile. Il dittatore Joseph Kabila ha preso il potere nel 2001 e il 19 dicembre prossimo scade il termine del suo secondo e ultimo mandato, secondo quanto prevede la Costituzione.

Entro il 19 settembre avrebbe dovuto pubblicare il calendario elettorale, ma non lo ha fatto, violando le norme. La comunità internazionale non ha detto nulla e magari lo farà quando sarà tardi, dovrebbe sanzionare e parlare ora affinché questo dittatore il 19 dicembre lasci il potere, dando ai cittadini la possibilità di votare una persona non imposta.

Vedo buio nel futuro per queste premesse nefaste ‘le porte dell’inferno si sono di nuovo aperte sul Congo’ ma la speranza c’è comunque: l’Africa è formata da giovani, il Congo è formato da molti giovani. La speranza è di poter arrivare ad un cambiamento, non con la bacchetta magica ma con impegno e lavoro, giorno per giorno”.

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