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Italia ed estero

Amber Rudd: la politica del Regno Unito e gli effetti sociali della Brexit.

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Le affermazioni di Amber Rudd, la Home Secretary del Regno Unito (nella foto), all’ultimo congresso del partito conservatore britannico a Birmingham hanno indignato mezza Europa.

Il discorso di Rudd focalizzato su una serie di misure per ridurre i livelli di immigrazione nel Regno Unito è culminato nella proposta, molto criticata, di obbligare per legge le aziende britanniche a pubblicare le liste dei lavoratori stranieri da esse assunti, con il fine ultimo di indurre le stesse ad assumere un numero maggiore di cittadini britannici.

Per la ministra britannica non si tratterebbe né di creare “liste di proscrizione” né di vietare l’assunzione degli stranieri, ma soltanto di spingere le aziende a privilegiare l’assunzione dei cittadini britannici. In questo modo la Rudd vorrebbe imporre alle imprese di formare le risorse locali (attività non adeguatamente incentivata dal governo) e non andare ad assumere manodopera già specializzata proveniente dall’estero.

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Per Rudd gli immigrati dovrebbero servire solo per “riempire” i posti lasciati liberi dai lavoratori britannici e non dovrebbero trovare occupazione in quei lavori che possono essere svolti tranquillamente dai sudditi di sua maestà.

Le associazioni degli imprenditori e la Camera di Commercio britannica non sono d’accordo con la proposta del governo; anzi lo accusano di creare imbarazzo, nei confronti dell’opinione pubblica, alle aziende che assumono lavoratori stranieri, arrecando danni potenziali all’immagine delle stesse aziende, alle loro attività economiche ed all’intera economia del Regno Unito.

La presa di posizione del governo britannico, in questo momento difficile di crisi economica ma ancor di più di crisi dei valori, si riscontra un po’ in tutta Europa. Abbiamo già sentito “prima gli italiani” o “prima gli svizzeri”, slogan che però non hanno mai sortito alcun effetto, finora.

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Al grido di “British first” si cerca, quindi, di imporre una fortissima discriminazione nei confronti dei cittadini europei ed anche extra-europei. Mentre in Italia la deriva populista è limitata ai discorsi da bar e talvolta alle piazze, come mera propaganda elettorale, sembra che in Inghilterra abbia trovato invece un posto ben più pericoloso nell’esecutivo nazionale.

Infatti, oltre alla Rudd che si lamenta dei lavoratori stranieri nelle aziende e degli studenti stranieri nelle università del Regno Unito, Jeremy Hunt (ministro della sanità) apre le porte degli ospedali britannici ai tirocinanti autoctoni (medici e paramedici) pur di porre fine alla dipendenza del sistema sanitario nazionale dai professionisti provenienti dall’estero.

I proverbiali valori britannici del cosmopolitismo, della multietnicità e della multiculturalità sembra stiano andando in pezzi, sotto i colpi di un forte nazionalismo che non si fa scrupoli a proporre metodi simili a quelli usati dai regimi totalitari combattuti proprio dall’Inghilterra durante il secondo conflitto mondiale. Dopo le “liste di proscrizione” cosa dovremmo aspettarci? I ghetti o i rimpatri coatti? Quando il nazionalismo avanza gli effetti sono imprevedibili… e la storia può ripetersi.

I tentativi di Theresa May (primo ministro britannico, leader dei Tories e collega della May) di voler modernizzare il partito conservatore, avvicinandosi alla classe dei lavoratori e dei dipendenti pubblici promettendo sicurezza e benessere a fronte dei loro timori, non bastano ai cittadini britannici.

La xenofobia governativa, già dal dopo Brexit sta arrecando non pochi problemi all’ordine pubblico ed alla pacifica convivenza tra etnie diverse in Gran Bretagna. Dopo il voto favorevole alla Brexit gli attacchi contro gli immigrati sono, infatti, aumentati del 49 per cento in tutto il Paese, culminando lo scorso settembre nell’omicidio di Arkadiusz Jozwik di nazionalità polacca ad Harlow, attaccato ed ucciso all’uscita di una pizzeria solo perché lo avevano sentito parlare nel suo idioma.

Pochi giorni dopo il referendum per l’uscita dalla UE, il centro culturale polacco di Hammersmith a Londra è stato oggetto di atti vandalici (la comunità di immigrati polacchi è una delle più numerose in Gran Bretagna, ha raggiunto 800 mila persone, per questo è la più presa di mira dai nazionalisti invasati). Ancora a fine settembre, un cittadino polacco è stato selvaggiamente picchiato da venti giovani britannici nella città di Leeds.

La comunità polacca ha paura di questi attacchi a sfondo razziale e per provare a far riacquistare la fiducia perduta e trasmettere nuovamente il senso della sicurezza agli immigrati, dalla Polonia sono arrivati due poliziotti che pattugliano assieme ai colleghi britannici le strade di Harlow.

L’ambasciata polacca a Londra ha rilasciato una dichiarazione sottolineando che l’aggressione di Leeds è stata la più grave tra i 10 attacchi xenofobi subiti dai cittadini polacchi nel nord dell’Inghilterra. L’ambasciata ha dato assistenza ad almeno altri 17 casi di violenza grave a sfondo razziale accaduti a Londra, nelle Midlands e nel sud dell’Inghilterra, dopo la vittoria della Brexit.

Anche altre etnie, tra le quali quella spagnola, sono state oggetto di attacco razziale in diverse città britanniche. Sembra che la gente, forte dell’esito della Brexit e delle affermazioni del proprio governo si senta autorizzata ad attaccare gli stranieri con vere e proprie “spedizioni punitive” organizzate in branco.

A cura di Mario Amendola

Seguono le riflessioni personali dell’autore.

A mio parere, stiamo assistendo ad un acuirsi del razzismo e della xenofobia, ma al contempo assistiamo anche alla loro trasformazione. Potremmo quasi parlare di un razzismo 2.0, per prendere in prestito i termini da quest’era super tecnologica ed adattarli agli studi sociali.

Sono cambiate le basi del razzismo, una volta esso si basava sul colore della pelle, sulla diversità di cultura, di lingua e di religione. Oggi il razzismo sembra si basi quasi esclusivamente su questioni economiche, la paura di perdere il benessere economico e sociale, in tempi di forte incertezza sul futuro, ci rende indifferenti alle necessità altrui.

Il solo pensiero di dover condividere il nostro benessere con gli immigrati e quindi di dover abbassare il livello del nostro welfare (per loro c’è tutto e per noi non c’è nulla), risveglia in noi i più biechi istinti primordiali di sopravvivenza che avevamo sopito in fondo all’anima della opulenta società occidentale, è così che scaviamo il solco discriminatorio tra noi e loro.

Dal risveglio dell’egoismo, probabilmente, partono le reazioni di rabbia estrema nei confronti di chi è diverso ed attinge al nostro welfare, alla nostra sicurezza ed “attenta” alla nostra sopravvivenza. Non è più necessario che l’altro sia nero, giallo, rosso oppure musulmano, ebreo, protestante o ortodosso, occidentale od orientale, istruito od ignorante, giovane o vecchio, normotipo o disabile.

Di questo passo diventeremo razzisti anche nei confronti dei nostri stessi concittadini, amici e familiari, di chiunque entrerà in concorrenza con noi per ottenere un posto di lavoro, una casa popolare, un sussidio da un ente pubblico e non ultima una pensione di vecchiaia o paradossalmente una pensione di invalidità.

Il liberismo economico, la concorrenza spinta, l’occhio sempre rivolto al bilancio ed agli utili stanno distruggendo l’umanesimo (inteso come antropocentrismo). La corsa al ricavo, a dover arrivare sempre prima degli altri a tutti i costi, spesso anche travolgendo tutte le regole, a dover annientare i competitors, a dover accumulare ingenti fortune nelle mani di pochi eletti e a lasciar morire di fame milioni di esseri umani, porterà alla scomparsa della società civile.

Forse le politiche economiche mondiali andrebbero ripensate ed umanizzate, andrebbero riscoperti e declinati in forme nuove i vecchi sistemi socialisti dove almeno il necessario per assicurare una vita dignitosa ad un essere umano era garantito.

Si potrebbe finalmente lavorare tutti in collaborazione per raggiungere degli obiettivi comuni: economici, scientifici e sociali e mai più in concorrenza; in questo modo i traguardi si taglierebbero prima, per tutti, con un minor costo e maggior efficienza ed efficacia.

Allora forse cesserebbero gli egoismi e le paure e ci sarebbe spazio per vivere tutti senza più odio e in maniera più equa, senza più la continua sopraffazione dell’uno o dell’altro. Non è detto che debba essere solo socialismo utopistico come quello dello scozzese Robert Owen, migliorare la società civile è necessario per la sopravvivenza futura dell’intera umanità.

A cura di Mario Amendola

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