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Trento

«Chi sono i tuoi amici? Nessuno».

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Christopher vive nel New Jersey, gli piacciono il gioco del calcio e la pizza, ma a causa dell’autismo non ha amici. Infatti, è lui stesso ad ammetterlo, quando in un compito in classe alla domanda: «Chi sono i tuoi amici?» risponde: «Nessuno».

In questi giorni il post di Bob Cornelius sulla solitudine di suo figlio Christopher, undicenne autistico senza amici, sta rimbalzando dal web ai giornali e viceversa per ricevere la giusta attenzione mediatica.

Purtroppo però, l’attenzione dei media è solo passeggera e spesso determinata più da fini commerciali che non dall’impegno a sensibilizzare la comunità sui temi sensibili della “società civile” del terzo millennio e dare così un contributo per cambiare questo mondo ancora molto indifferente nei confronti di chi è diverso o disabile.

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Auguriamoci che quando i riflettori si spegneranno su questa storia, le cose saranno cambiate sul serio per Christopher e per la sua famiglia e che non sarà più “escluso” dagli altri.

Tutto è iniziato quando Bob ha letto un compito in classe di Christopher ed ha deciso di postarlo su Facebook assieme ad una sua lunga riflessione che vi riportiamo, tradotta, quasi per intero.

Bob ha scritto su Facebook: «Per quelli di voi che non lo conoscono il mio figlio più piccolo, Christopher, è autistico. Giovedì a scuola ho scattato una foto di uno dei suoi compiti esposti sulla parete, uno dei tanti che i bambini della sua classe avevano fatto. Nel compito gli veniva chiesto di elencare i suoi cibi preferiti, gli spettacoli sportivi, i programmi TV, ecc.

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Ho fatto lo scatto in fretta, e non ho notato tutte le risposte che Christopher aveva dato in quel momento. E’ stato solo dopo, quando sono tornato a casa, che mi sono accorto di qualcosa che aveva scritto sul foglio («Chi sono i tuoi amici? Nessuno.», n.d.r.).

Ricordate, un paio di settimane fa, l’interesse della stampa per il giocatore del Florida State Football quando si è seduto a tavola a pranzare con un ragazzo autistico che stava mangiando da solo? Quel giocatore non sapeva che il ragazzo fosse autistico quando si è seduto con lui… ha visto un ragazzo che mangiava da solo ed ha deciso di unirsi a lui. Un insegnante gli ha scattato una foto, che poi è diventata virale in rete. Ciò che ha reso grande la storia… è che non era una messa in scena… ma solo un momento vero e genuino di bontà umana.

Il seguito della storia è che il ragazzo non ha più mangiato da solo; gli altri bambini hanno cominciato a sedersi con lui e a dargli retta. Quel ragazzo ora ha degli “amici” e tutto va bene.

Ciò che non era giusto è stato rimesso a posto dalla gentilezza e dalla comprensione.

Mi sono chiesto: «Dov’erano quei ragazzi prima che il bambino finisse sotto i riflettori?» Erano nella foto: seduti ad altri tavoli e lo ignoravano. Se quel giocatore di calcio non si fosse seduto accanto a quel bambino, e se non fosse diventata una storia nazionale, una notizia, quel ragazzo oggi sarebbe ancora seduto da solo.

Non è colpa loro… questa è la parte più triste. A questi ragazzi non è stato insegnato ad abbracciare ed accettare le differenze altrui, né dai loro insegnanti, sarebbe stato bello se lo avessero fatto, né dai loro genitori. Con questo non intendo dire che i genitori che non hanno insegnato questi valori ai loro figli sono persone cattive, ma solo che tra il lavoro, lo sport e i compiti a casa, non hanno mai avuto il tempo di affrontare questi temi in particolare. Sono sicuro che se Christopher fosse stato “normale”, non li avrei affrontati neppure io.

Guardando alle esperienze dei suoi fratelli, Christopher mi ha chiesto: «Posso dare un pigiama party?»

Gli ho risposto: «Certo… chi invitiamo?» Non mi ha risposto, perché non aveva nomi da dirmi.

Lui non ha mai avuto un amico, un amico “vero”. Mai!

Ha appena compiuto undici anni. Perché non ha amici… non abbiamo potuto invitare nessuno.

Io non ho una soluzione. Non ho una risposta. La realtà è che devo fare affidamento sulla compassione degli altri per fare in modo che qualcuno possa sedersi accanto a lui, cercare di coinvolgerlo e farlo sentire incluso ed accettato.

Mio figlio è molto intelligente ed ha un grande senso dell’umorismo. Ogni adulto che lo incontra è attratto da lui. Tuttavia, poiché non prende mai iniziative e spesso agita le braccia e fa suoni gutturali, attira l’attenzione in pubblico e se non si è abituati, può creare imbarazzo. Spesso ripete la stessa domanda in maniera assillante fino a quando non ottiene una risposta soddisfacente.

Occorrono solo compassione, empatia e comprensione.

Soprattutto empatia. Non tanto dagli adulti, ma dai coetanei. Per quanto ne so (tranne che per una volta) i compagni di classe di Christopher non sono mai stati cattivi con lui. Però lo hanno escluso. I suoi compagni di classe hanno, anche loro, dei “ritardi” ma non quanto Christopher. Essi cercano di capire come interagire socialmente con lui ogni giorno, ma Christopher non si comporta in maniera “tipica” e per questo viene lasciato indietro… escluso, secondo lui.

Fino a Giovedì, non avevo idea di quanto Christopher fosse consapevole di questo divario, perché non mi parla spesso dei suoi compagni. Non avrei dovuto essere sorpreso perché Christopher esprime le sue necessità (ma non i suoi bisogni emotivi) molto chiaramente… ma lo sono stato comunque. Per lo più, credo, perché non avevo mai letto i suoi bisogni nero su bianco, scritti su di un foglio di carta.

christopher2Credo che sto condividendo questa esperienza con voi, perché quando gli hanno chiesto di elencare i suoi amici ha scritto “nessuno”. Prima di leggere il suo compito non sapevo che si sentisse così, la parola “Nessuno” non mi ha mai ferito così tanto, e non era nemmeno diretta a me…

È perché lo conosco così bene, dopo averlo cresciuto per undici anni, che so che questa cosa lo fa sentire triste e solo.

Di solito, devo interpretare quel che Christopher cerca di dirmi, ma questa volta, mi è chiaro che vuole disperatamente essere parte del gruppo, anche se i suoi problemi rendono difficile ai compagni la sua accettazione.

L’unica cosa che posso fare è quella di condividere con voi e chiedervi di parlare ai vostri bambini. Vi prego di spiegargli che i bambini con bisogni speciali possono capire molto più di quanto crediamo. Notano quando gli altri li escludono, quando sono presi in giro. Ma soprattutto si accorgono quando sono trattati in modo diverso dagli altri.

Fidatevi quando vi dico che questo gli fa male. Anche se non è ovvio a tutti.

Per la prima volta, ho intenzione di chiedere due favori, qui, su Facebook.

Uno: Condividete questo post sulla vostra bacheca. La consapevolezza e l’empatia sono le uniche soluzioni che possono aiutarci.

Due: Parlate con i vostri figli. Mostrategli il video del giocatore della Florida State Football. Internet è piena di storie che raccontano come stanno bene i bambini con bisogni speciali quando sono inclusi. Ricordate il bambino “speciale” che è stato messo nella partita di basket negli ultimi minuti della finale di stagione? Più recentemente, il re del ballo ha dato la sua corona a un compagno di classe “speciale”. Questi video fanno capire quanto sia importante includere coloro che sono un po’ diversi. Ciò vale per ogni bambino, non solo per quelli con “diagnosi”.

Queste storie sono degne di nota, perché sono inusuali. Non siamo abituati a sentir parlare di ragazzi che sono gentili con chi è diverso… mi piacerebbe arrivare al punto in cui questo tipo di comportamento diventasse la norma e non l’eccezione che fa notizia!

Non sono così ingenuo da pensare che questo post possa cambiare il mondo. Ma, se attraverso la condivisione, posso far sì che parliate con i vostri figli per fargli comprendere l’importanza di accettare ed includere quelli che sono diversi dagli altri, allora sarà come se la voce di Christopher fosse stata ascoltata.

Perché anche se non può dirlo, Christopher vuole essere incluso. Il bambino che entrerà in contatto con lui, che lo aiuterà, che lo comprenderà, sarà il bambino più gentile: il bambino che fa la cosa giusta andando oltre le apparenze. Quel bambino sarà il primo vero amico di Christopher, ed io vi sarò sempre grato».

Il post di Bob ha scatenato un consenso larghissimo ed ha aperto una gara di solidarietà, Christopher ha ricevuto una marea di biglietti di auguri (ricordate Ollie) e tanti regali. Ma tutto ciò è dettato solo dall’emozione del momento? Quell’emozione creata dal web ed amplificata dai media per il breve periodo? Christopher troverà finalmente un amico vero per la vita? Oppure, tra pochi giorni sarà tutto come prima?

Occorre un cambiamento epocale e strutturale della forma mentis, nel modo di affrontare questi delicati temi sociali. Dobbiamo rimettere in moto le nostre capacità di empatia. Quanti Christopher incontriamo sulla nostra strada ogni giorno? Quanti Christopher abbiamo a Trento e in Italia?

Quanti disabili gravi ancora oggi a Trento sono solo formalmente accettati negli istituti superiori cittadini? Quanti sono integrati nelle proprie classi per tutto il tempo scuola? Quanti, invece, sono isolati nelle aulette di sostegno (in spregio alla L.104/92 che impone l’integrazione dei disabili) solo perché gli insegnanti curricolari non li vogliono in classe? E infine, quanti adolescenti “normotipo” scambiano una parola, un sorriso, un semplice saluto o un’emozione con un coetaneo “disabile”?

Interroghiamoci se siamo per davvero una società “civile” e intanto, come ci chiede Bob, iniziamo a parlare con i nostri figli per migliorare anche la Trento e l’Italia del domani.

A cura di Mario Amendola

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