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Italia ed estero

Chi scappa dalla guerra in Africa

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In un momento in cui il continente europeo si trova a far fronte a un flusso migratorio senza precedenti, che sta mettendo alla prova le capacità di accoglienza dei vari Paesi, ci si domanda sempre più spesso chi sono coloro che hanno diritto all’asilo, perché in fuga dalle persecuzioni, e chi invece viene in cerca di un futuro migliore.

In quest’ultimo caso, si parla dei cosiddetti “migranti economici”, che vanno nella maggior parte dei casi in contro a un rimpatrio sicuro. Si tratta di una categoria molto più ristretta di quanto si potrebbe a prima vista pensare. Non solo, infatti, solo i siriani a fuggire da un regime dittatoriale che fa a pezzi la sua stessa popolazione.

Sono molti i Paesi in Africa dove le cose non vanno molto meglio. Prima fra tutti è la Somalia, che dal 1991, dopo il crollo del regime di Siad Barre, è dilaniata da una lotta intestina che non conosce tregua. Dai pirati agli estremisti, dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, in tanti hanno si sono sporcati le mani con il sangue della popolazione civile.

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La Somalia non è, purtroppo, l’unico “stato fallito” nel continente africano. Il caso della Libia è emblematico. Qui la guerra per il trono di Gheddafi non si è ancora esaurita e ha offerto terreno fertile a varie forme di estremismo islamico, tra le quali anche l’Isis. Tuttavia, dal punto di vista dei flussi migratori, la Libia preoccupa molto di più in quanto porto di partenza dei vari barconi che tentano di raggiungere le coste italiane che per il numero di libici che tentano di intraprendere questo viaggio, che è relativamente scarso.

E che dire del Sudan, dove è in corso una delle crisi umanitarie più grandi e meno conosciute al mondo? Sono ben 5,1 milioni di persone bisognose di aiuti (su una popolazione totale di 12-13 milioni), 1,6 milioni di sfollati interni e 975mila rifugiati fuori dai confini.

Una situazione non dissimile per tragicità alla Repubblica Centrafricana, dove una faida interetnica tra pastori e agricoltori cominciata l’anno scorso continua a produrre vittime, feriti e un esodo di migliaia di persone che hanno cercato rifugio nei vicini Ciad e Camerun.

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Ci sono poi i Paesi governati da dittatori spietati. In Eritrea, Isaias Afewerki tiene il Paese in ostaggio dal 1993, obbligando i suoi giovani a un servizio militare infinito e facendo marcire nelle carceri tutti i suoi oppositori o presunti tali. Non se la passa meglio chi vive in Gambia, dove Yahya Jammeh, fa ricorso a veri e propri squadroni della morte per mettere a tacere ogni forma di dissenso.

Il gruppo estremista di matrice islamica Boko Haram, un Isis in salsa africana, meno noto ma altrettanto brutale, semina il terrore nel nord della Nigeria, nel sudest del Ciad e nel sudovest del Niger. Gli fanno concorrenza gli Shabaab somali, che ora sconfinano anche in Kenya (ricordate la strage al campus di Garissa del marzo scorso?) e altri gruppuscoli meno noti, come Al Qaeda nel Maghreb islamico, che dall’Algeria si è spostata in Mali, a far compagnia a un altro gruppo estremista, Ansar Eddine che infesta il nord del Paese.

Chi se la passa peggio di tutti sono minoranze religiose e omossessuali, che non possono sentirsi al sicuro praticamente da nessuna parte nel continente africano. Nei migliori dei casi, queste persone pagano la loro diversità con il carcere.

Guerra, violenza e repressione nel continente africano impazzano tanto quanto in Siria e in Iraq, ma ottengono una copertura mediatica molto inferiore. Per questo, spesso, molti migranti africani rischiano di trovarsi appiccicata l’etichetta di migranti economici, anche se fuggono da morte certa. Rispedire indietro queste persone non può essere un’opzione: ci renderebbe complici di un omicidio.

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