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Italia ed estero

Le relazioni transatlantiche dopo Barack Obama

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Poco meno di sessanta giorni e l’America avrà un nuovo presidente. Saprà lui (o lei) seguire le orme di Barack Obama o ne farà, invece, a pezzi l’eredità? 

Abbiamo discusso di questo e delle potenziali conseguenze sulle relazioni transatlantiche con Sergio Fabbrini (nella foto), politologo di fama internazionale, professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e Direttore della Scuola di governo alla Luiss Guido Carli di Roma, nonché co-fondatore e Direttore (dal 2006 al 2009) della Scuola di Studi Internazionali di Trento.

Professor Fabbrini, che presidente è stato Barack Obama?

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«La presidenza di Barack Obama è stata senza dubbio una “presidenza economica”. Obama ha cercato, infatti, di allargare i confini delle relazioni economiche, spingendo per la formazione di mercati sovranazionali, se non addirittura globali. Sul piano politico, invece, è stato molto più prudente, restringendo l’intervento degli Stati Uniti sulla scena internazionale. È come se ci fosse stato un rovesciamento delle priorità rispetto alle presidenze precedenti».

Hillary Clinton, invece, che presidente sarebbe?

«L’agenda di Hillary Clinton è in qualche modo in continuità con la visione aperta e internazionale, se non addirittura globale, di Barack Obama. Hillary, però, rovescia il rapporto tra economia e politica. Sembra essere molto più interventista sul piano politico: ha preso posizione per una maggiore presenza americana in Medio Oriente e ha detto che vuole avere un rapporto molto più deciso sia con la Russia che con la Cina. Sul piano economico, invece, Clinton è molto più prudente. Questo perché una parte dell’elettorato democratico è molto preoccupata dalla globalizzazione e dai suoi effetti. Il sostegno ricevuto da Bernie Sanders, il rivale di Clinton durante le primarie democratiche, ne è la prova».

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E se a vincere fosse Donald Trump?

«Nel caso di Trump, siamo di fronte a un fenomeno politico senza precedenti. Da un lato, si esprime chiaramente contro la globalizzazione: ha preso delle posizioni molto dure contro l’apertura dei mercati e contro gli accordi commerciali transatlantici e transpacifici. Il suo elettorato consiste principalmente nella classe povera e bianca degli Stati del centro, che ha pagato più degli altri il prezzo della globalizzazione e che, perciò, è protezionista e vuole che gli investimenti americani all’estero tornino in patria. Dall’altro lato, sul piano politico, Trump sembra molto più avventuroso: dice che la protezione degli Stati Uniti non sarà più scontata e che non difenderà i membri della NATO che non pagano la loro quota. Ma poi afferma di voler far tornare grande l’America».

La minaccia di Trump di uscire dalla NATO è credibile?

«Trump non ha mai detto in termini espliciti di voler uscire dalla NATO. Ha detto semplicemente di non dare per scontato il ruolo protettore che gli Stati Uniti hanno finora garantito ai loro alleati. Si tratta di una minaccia credibile, soprattutto perché Trump ha degli interessi economici con la Russia e perché la NATO rappresenta ancora oggi un sistema di difesa volto a contenere il ruolo di Mosca sul continente europeo. Certamente, con Trump i rapporti con la Russia saranno molto meno conflittuali. Il candidato repubblicano gestirà le relazioni con Putin in modo molto personalistico. Se questo vuol dire che Trump perseguirà una politica isolazionista, nessuno oggi può dirlo. Sono appena rientrato da Filadelfia dove ho assistito a dibattiti molto intensi sulla possibile politica estera di Trump. Una politica molto contraddittoria. È difficile, infatti, far conciliare l’idea che noi proteggiamo solo quelli che pagano la loro quota nella NATO con l’idea di far tornare grande l’America. Se l’America vuole tornare grande, deve farsi carico delle responsabilità che sono dei grandi. Altrimenti diventa un Paese come gli altri, diventa un Paese di commercianti che valutano di volta in volta quello che dicono di essere. La mia impressione è che tra i collaboratori di Trump ci sia una grande confusione. Quello che cercano di fare è solamente di recuperare voti senza preoccuparsi della coerenza delle loro posizioni».

Con Clinton prudente sul piano economico e Trump apertamente anti-globalizzazione, i negoziati sul TTIP (l’accordo commerciale in corso di discussione tra Stati Uniti e Unione Europea, ndr) giungeranno a un punto morto?

«I negoziati sono già giunti a un punto morto, perché i leader europei hanno sempre più difficoltà a sostenere questo trattato. Il presidente francese Francois Hollande, che è molto preoccupato da Marine Le Pen, ha preso posizione proprio qualche giorno fa dicendo che il TTIP va rivisto. Una posizione simile a quella del vice-cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel. In Francia e in Germania le elezioni saranno l’anno prossimo e ci sono quote di elettorato che sono sempre più sensibili al fatto che la globalizzazione ha arricchito alcuni ma non ha portano a un benessere diffuso come era stato promesso.

Anche negli Stati Uniti, ormai, c’è un sentimento pubblico contrario alla liberalizzazione dei mercati. Anche se stanno molto meglio dell’Europa, gli Stati Uniti hanno perso competitività nei confronti della Cina per quanto riguarda i prodotti a basso contenuto tecnologico. Ci sono intere aree del Paese, in particolare nel Midwest, che sono in declino economico.

È difficile immaginare che Hillary Clinton possa rilanciale l’agenda della liberalizzazione e, soprattutto, è difficile che quell’agenda possa essere sostenuta dalla maggioranza della Camera dei Rappresentanti che, anche dopo le elezioni di novembre, continuerà a essere in mano ai repubblicani. Il Tea Party (movimento interno al Partito repubblicano, ndr) continuerà a essere la componente maggioritaria della Camera dei Rappresentanti ed è decisamente contrario alla globalizzazione.

Ne conseguirà una fase di chiusura degli Stati Uniti sul piano economico. Il messaggio che passerà è che il mondo transatlantico è in una fase di stallo. I leader non hanno il coraggio di affrontare la sfida della liberalizzazione ma, soprattutto, né da una né dall’altra sponda dell’Atlantico hanno avuto finora il coraggio di affrontare i problemi che la globalizzazione ha portato con sé. Questo fenomeno ha certamente aumentato le opportunità economiche e la ricchezza, ma, al contempo, c’è stato un peggioramento dei redditi medio-bassi. Non sono state intraprese delle politiche serie per redistribuire la ricchezza a favore di questi redditi. E allora come si risolve il problema? Come si addomestica la globalizzazione? Senza una risposta a queste domande, le opinioni pubbliche difficilmente riusciranno a capire quali sono gli aspetti positivi della globalizzazione. Ce ne sono tantissimi: più il mercato è grande, più c’è competizione e più opportunità ci sono, più le imprese possono crescere e più ci sono posti di lavoro. È evidente che il TTIP è un trattato indispensabile, ma la paura è diventata il sentimento predominante in Europa e negli Stati Uniti».

Rispetto a Obama, Clinton promette un maggiore interventismo sulla scena internazionale. Cosa significa in termini concreti?

«Sicuramente Hillary Clinton avrà un atteggiamento molto meno diplomatico rispetto a quello avuto finora dal presidente Obama. In particolare in Siria, gli Stati Uniti non vorranno lasciare alla Russia e, soprattutto, all’Iran il ruolo di potenze regionali guida che si sono ritagliati in questo periodo. Quello che Clinton dice nella sua campagna è che gli Stati Uniti devono essere più presenti nelle crisi mediorientali. Da studioso faccio fatica a capire cosa lei voglia dire con queste parole, ma mi auguro che una volta presidente assuma un atteggiamento più realista, più prudente.

Una cosa è certa: se Clinton vuole entrare in quest’area deve rafforzare i rapporti con Israele e Arabia Saudita. Un compito non facile. Obama è stato molto critico nel confronti di Israele, arrivando a considerare il comportamento del governo israeliano una delle cause della crisi in Medio Oriente. L’apertura verso l’Iran ha ridimensionato fortemente Israele come interlocutore americano e ha riequilibrato gli assetti regionali. Ma Clinton è molto più vicina a Israele di quanto non lo sia stato Obama.

Per quanto riguarda, poi, il rapporto con l’Arabia Saudita, anche qui è difficile prevedere come Clinton si possa smarcare dalla posizione di Obama, che ne ha ridimensionato il ruolo di alleato storico per gli Stati Uniti. Obama ha, infatti, rilevato la contraddizione di un regime feudale che non riconosce i diritti fondamentali, in particolare quelli delle donne, sollecitando un processo di apertura nel Paese.

Hillary dovrà quindi risolvere un puzzle molto complicato. La scelta del Segretario di Stato ci consentirà di capire in quale direzione andrà. In ogni caso, Hillary Clinton sicuramente lavorerà nella continuità. La sua sarà una presidenza che confermerà il ruolo della NATO a protezione della sicurezza in Europa. Rispetto a Obama, cambierà alcune scelte, ma non ci sarà un cambiamento di paradigma».

E se, invece, vincesse Trump?

«Con Trump ci sarebbe un cambiamento di paradigma. Se Trump davvero vincesse le elezioni credo che l’Europa, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, si troverebbe di fronte al problema di come provvedere alla propria sicurezza. Dal ’49 l’Europa ha affidato alla NATO e agli Stati Uniti la propria sicurezza. Questo le ha permesso di costruire il mercato comune e di risparmiare risorse da investire sul piano civile. Se Trump vincerà, l’Europa dovrà affrontare una crisi verticale. Dovrà decidere di dotarsi di un esercito e di forze di sicurezza proprie. Questo creerà problemi enormi e imprevedibili.

Credo che la scelta del nuovo primo ministro britannico, Theresa May, di posticipare l’inizio formale delle trattative con la UE per la Brexit sia dovuta al fatto che il governo britannico vuole prima capire chi vincerà le elezioni negli Stati Uniti.

Se Trump dovesse trionfare, il Regno Unito si troverebbe completamente isolato. Credo quindi che se vincerà Trump, la Brexit non si farà e Londra troverà un modo per avviare un nuovo rapporto di collaborazione con l’Unione europea».

A cura di Matteo Angeli

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