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Italia ed estero

La politica estera americana dopo Barack Obama

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Il successore di Barack Obama dovrà fare i conti con una scomoda eredità.

In politica estera, il presidente premio Nobel per la pace nel 2009 si è tenuto lontano da tutti i conflitti in cui la sicurezza nazionale americana non è stata direttamente minacciata.

Una cautela che si è rivelata controproducente in almeno due occasioni, in Ucraina e in Siria.

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In Ucraina, Obama non ha saputo mettere freno all’espansionismo russo, offrendo a Vladimir Putin il pretesto per condurre una politica estera aggressiva, che ha comportato, tra le altre cose, l’intervento militare di Mosca nel conflitto siriano a fianco del presidente Bashar Al Assad.

In Siria, poi, il presidente americano è venuto meno alla sua promessa quando ha tentennato dopo che Assad ha usato le armi chimiche contro i ribelli. Se gli Stati Uniti fossero intervenuti tempestivamente nella guerra civile siriana, forse sarebbe stato possibile mitigarne le conseguenze, dall’emergenza umanitaria, all’esodo dei migranti, fino all’ascesa dell’ISIS.

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Chiunque succederà a Obama, metterà rapidamente da parte la sua strategia di politica estera.

Se Donald Trump diventasse presidente, ci sarebbe il rischio concreto di passare dalla padella alla brace. Il programma di politica estera del candidato repubblicano è confuso e contraddittorio. Se da un lato propone un maggiore intervento degli Stati Uniti a favore della pace globale, dell’eliminazione dell’ISIS e della lotta all’Islam radicale, dall’altro minaccia di rompere con gli alleati, uscendo dalla NATO se i Paesi membri non si impegneranno di più a fare la loro parte.

Entrambi i propositi paiono difficilmente realizzabili. Le politiche economiche sostenute da Trump non consentirebbero i margini di bilancio necessari per aumentare in maniera consistente armamenti e truppe. Inoltre, è altamente improbabile che il ricatto di uscire dalla NATO riesca a spingere i Paesi alleati a contribuire maggiormente.

Trump si troverebbe semplicemente costretto a ritirare la sua minaccia, per non mandare all’aria decenni di cooperazione militare e isolare completamente il suo Paese.

Hillary Clinton, invece, ha i numeri per porre rimedio agli errori di Obama. Per quanto riguarda il fronte ucraino, la candidata democratica sostiene un intervento americano a fianco di Kiev più consistente di quello offerto dall’amministrazione Obama.

Secondo Clinton, gli Stati Uniti dovrebbero fornire all’Ucraina le armi necessarie per scoraggiare la Russia dall’intervenire. Inoltre, Clinton propone un dispiegamento di uomini e armi lungo i confini orientali della NATO di gran lunga superiore di quello previsto da Obama. L’obiettivo è rassicurare gli alleati di fronte alla perdurante aggressività russa.

Anche per quanto riguarda la Siria la strategia di Clinton si caratterizza per un interventismo maggiore rispetto a quello dell’attuale amministrazione. L’ex Segretario di Stato propone una no-fly zone supervisionata dalla NATO, un intervento turco via terra e la creazione di aree protette destinate ad accogliere gli sfollati, gestite dall’Unione europea.

Una strategia che non potrà certo cancellare tutte le conseguenze dell’intervento russo al fianco di Assad, ma che potrebbe comunque alleviare la crisi umanitaria, consentire di sconfiggere l’ISIS e tamponare la crisi dei migranti.

Nei prossimi quattro anni le minacce alla sicurezza internazionale sono destinate a moltiplicarsi. Senza un America responsabile e disposta a fare la sua parte, è difficile immaginare come la comunità internazionale possa riuscire a far fronte alla crescente instabilità.

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