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Italia ed estero

Israele, modello di sicurezza per un’Europa impotente?

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L’Europa assiste impotente a una serie di attentati che sembra incapace di interrompere. Il nemico è sempre un passo avanti, gli attuali sistemi di sicurezza inadeguati per fronteggiare una minaccia che si nasconde tra la gente.

Viene da chiedersi se esista un modello al quale i Paesi europei possano fare riferimento per vincere una guerra che promette di tenerci impegnati per molti anni a venire

C’è uno Stato che come noi oggi vive fin dalla sua nascita in condizioni di perenne assedio. È Israele, dove il terrore si combatte a colpi di militarizzazione e mobilitazione della società civile, oltre che con un’intelligence tra le migliori al mondo.

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Un sistema che impone a ogni cittadino una serie di limitazioni alla privacy, oltre che alcune scomodità quotidiane. L’ingresso di ogni cinema, teatro, centro commerciale o ufficio pubblico è sorvegliato da un metal detector.

Tutti devono prestare servizio militare obbligatorio, due anni per le donne, tre anni per gli uomini. Inoltre, i cittadini danno la loro disponibilità per svolgere servizi di sicurezza nelle città e nelle scuole e, se necessario, a far parte di squadre di pronto soccorso.

La punta di diamante del modello israeliano di sicurezza è l’aeroporto di Tel Aviv “Ben Gurion”, considerato da molti addetti ai lavori come l’aeroporto “più sicuro del mondo”.
Qui i passeggeri devono arrivare almeno tre ore prima della partenza del volo e sono sottoposti a un interrogatorio, alla fine del quale vengono classificati secondo un indice di pericolosità.

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Le procedure di sicurezza sono continuamente aggiornate e cominciano prima che l’individuo possa accedere alla struttura. Il personale addetto ai controlli viene spesso cambiato e destinato a compiti differenti. A ciò si aggiunge il supporto dell’intelligence, con i database dei servizi di sicurezza che studiano il passeggero dal momento stesso in cui acquista il biglietto, e il massiccio impiego di sistemi di videosorveglianza e cani anti-esplosivo.

In Israele, ha dichiarato Haim Tomer, ex alto ufficiale del Mossad, in un articolo pubblicato dal Manifesto, “le guardie di sicurezza e i poliziotti sono addestrati a capire se una persona è sospetta. Da parte sua l’intelligence deve indicare coloro che vanno interrogati, anche se non si hanno elementi sufficienti. L’interrogatorio è il punto centrale, perché tra i tanti che vengono arrestati si possono individuare quei 2-3 che hanno collegamenti con i terroristi. In ogni caso va bene anche come forma di deterrenza perché gli interrogati, una volta rilasciati, sanno di essere sotto osservazione“.

Come viene notato da Michele Giorgio, autore dell’articolo sul Manifesto, “attraverso la promozione del suo modello di sicurezza, Israele sembra puntare al riconoscimento dei Paesi occidentali dei sistemi che usa con i palestinesi sotto occupazione, sino ad oggi condannati dai centri e dalle istituzioni che tutelano i diritti umani“.

Corti militari, detenzione amministrativa senza accuse precise e senza processo, arresti arbitrari, raid notturni che vedono tanti palestinesi finire in manette, interrogati per giorni non in presenza di un avvocato, allo scopo di ottenere altri nomi di persone da cercare, arrestare e interrogare: sono queste solo alcune delle pratiche che le forze di polizia israeliane mettono abitualmente in atto contro i loro presunti nemici.

La sicurezza in Israele ha quindi un prezzo salatissimo: i potenziali terroristi sono individuati perlopiù su base etnico-religiosa, con disastrose limitazioni dei diritti per i membri di queste comunità.

Nonostante ciò, la situazione attuale sembra obbligare l’Europa a procedere proprio in questa direzione. Trovare una strada alternativa sarà difficilissimo. In gioco non c’è solo la nostra sicurezza, ma anche la stabilità del nostro sistema democratico.

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