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Italia ed estero

Stato Islamico: un passatempo per frustrati

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Ali Sonboly, il 18enne che settimana scorsa ha ucciso nove persone sparando prima in un McDonald’s e poi in un centro commerciale a Monaco di Baviera, non aveva nessun tipo di legame con lo Stato Islamico.

Questo è quanto emerge dalle prime indiscrezioni, avallate dal Procuratore bavarese Thomas Steinkraus-Koch, secondo cui il giovane tedesco-iraniano sarebbe stato vittima di disturbi psichici non irrilevanti.

Eppure la strage di Monaco può essere considerata a tutti gli effetti come una delle più grandi vittorie del Califfato il quale, in virtù della sua vitalità e veemenza, si presenta agli occhi di qualsiasi frustrato desideroso di rivalsa verso la società in cui vive come un pretesto all’azione (purtroppo estrema).

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Poco importa delle reali  motivazioni, utopiche o private che siano, che muovono questi “lupi solitari”: la loro azione finisce inevitabilmente (e forse inconsapevolmente) per fare il gioco dello stato Islamico.

Indebolito sotto il profilo militare, incapace ormai di controllare i principali giacimenti petroliferi in Medio Oriente, si trincera nella propaganda:  non è un caso che il Califfato abbia preso l’abitudine di battezzare ex post l’attentatore di turno come un fedele seguace della jihad islamica.

Forse il radicalismo islamico non c’entra sempre. Forse ci troviamo a combattere contro i mulini a vento. Forse abbiamo sbagliato a definire il nemico, perché di nemico si tratta secondo François Hollande che, nella sua dichiarazione alla stampa dopo i fatti di Saint-Etienne-du-Rouvray, ha ricordato alla nazione (e, tra le righe, a questa rappresentazione stereotipata che è l’Occidente) di trovarsi «davanti a un’organizzazione terroristica, l’Isis, che ci ha dichiarato guerra». Una guerra che, prosegue il presidente francese, dev’essere condotta «con tutti i mezzi».

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Ma chi è questo fatidico nemico che viene invocato dagli imprenditori di politica, contro cui dobbiamo rivolgere la nostra isteria e la nostra sete di vendetta? Quale il volto di questa chimera?

Non serve essere statisti illuminati per dare una risposta ad una domanda tanto semplice quanto impegnativa: l’uomo come produttore di ideologie delle quali rimane egli stesso prigioniero: atomizzato, isolato, slegato da qualsiasi legame di solidarietà primaria, accecato dal senso di frustrazione derivante da una modernità galoppante di fronte alla quale non riesce a mantenere il passo. In parole povere: l’archetipo del perdente al margine della società e per questo particolarmente predisposto ad atteggiamenti ideologici e mosso da uno spasmodico bisogno di certezze e riconoscimento sociale.

Eccolo il nuovo jihadista, un fanatico che si galvanizza solo, nella sua stanza, imparando a memoria le istruzioni imbastite da qualche folle su internet per poi mettere piede fuori casa e sparare nel mucchio per dare sfogo alla sua frustrazione.

Credo che il dibattito sulla presunta natura religioso-settaria o meno del terrorismo jihadista non solo sia sterile, ma stia finendo per fare il gioco stesso del Califfato, pavimentando la strada verso il proliferare di tensioni e  divisioni interne alle nazioni, alle comunità religiose, alla stratificazione sociale.

Al contrario, ritengo sia più utile sgomberare il campo dai giudizi di opinione (senza tuttavia essere tacciati di relativismo) per analizzare il terrorismo come  fenomeno di comunicazione e, parallelamente, il terrorista come un individuo in cerca della ribalta su un palcoscenico.

Indipendentemente dai motivi che spingono questi individui a compiere vere e proprie carneficine (che difficilmente riesco a descrivere come violente, un termine che mi sembra non sia più in grado di cogliere la blasfemia e la brutalità di tali atti), tutti credo possiamo convenire sul fatto che il terrorista sia pronto a sacrificarsi perché spinto da un desiderio di autoaffermazione e riconoscimento.

Lo stato Islamico fa appeal su questi uomini isolati e marginalizzati, esclusi dalla società in cui vivono, proprio perché offre loro la possibilità di provare per la prima volta un senso di onnipotenza sconfinata.

Accecati dal desiderio di essere riconosciuti come parte integrante di una comunità di “simili”, si dichiarano disposti a sacrificarsi per un’ideale. O meglio, l’ideale: univoco, intransigente, intollerante, vero.

Poco importa che sia un Dio, un’idea o una statua di un vitello sacro credo. Paradossalmente, ci si potrebbe sacrificare anche per la più subdola motivazione, considerando l’oggetto di venerazione in questione non è il fine, ma semplicemente il mezzo per ottenere uno straccio di riconoscimento sociale.

Il vero obiettivo è un altro, che nulla ha che fare con considerazioni religione, politiche, dogmatiche o culturali: la fama di essere ricordati dalla propria comunità di riferimento come un martire il quale, con il suo gesto eroico, ha denunciato pubblicamente la “colpa” della società nel suo complesso e di tutti i suoi membri presi singolarmente.

Difficile definire “utopica” l’ambizione del Califfato. Che continuino i predicatori ad appellarsi ad un progetto escatologico, che continuino pure a mobilitare questi uomini soli e frustrati alla costruzione di una società nuova: falsità, bugie e sciocchezze sbandierate per propaganda.

Non c’è nessun desiderio di trasformazione della realtà, nessun progetto di modernizzazione sociale, economica e politica dietro gli attentati terroristici che ormai riempiono le prime pagine delle testate giornalistiche. Anzi, ciò che tutti abbiamo sotto gli occhi in maniera eloquente è solamente risentimento e condanna fine a se stessa, un sentimento tutto nuovo e per lo più sconosciuto alle ideologie tradizionali, le quali al contrario hanno sempre avuto la spiccata ambizione di ristrutturare il sistema (non limitandosi solamente alla pars destruens del loro disegno).

La promessa dell’IS di un mondo nel quale gli oppressi possano trovare una ragione di speranza non è che una banale (quanto efficace) forma di propaganda e manipolazione di menti deboli, burattini particolarmente vulnerabili ai proclami jihadisti: messaggi semplici, standardizzati, saturi di carica emotiva, che coltivano una velleitaria pretesa di verità e universalità. Parafrasando la Arendt in “The Origins of Totalitarism”, «ismi che per la soddisfazione dei loro aderenti possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento facendoli derivare da una singola premessa».

Un movimento che si proclama detentore esclusivo del monopolio della verità, definitiva e scientifica, e che in difesa di questa incentiva una mobilitazione dal carattere quasi sacrale e inevitabile non può che affascinare una schiera di individui persi, ora abbagliati e galvanizzati per aver dato finalmente un senso alla loro esistenza vuota.

Lo sterminio di intere comunità umane in nome del bene di tutta l’umanità: questo è ciò che succede quando si tenta di trasformare la morale in una scienza esatta e intransigente, costruita non su opinioni pensate, elaborate e disposte ad essere continuamente messe in discussione, ma su credenze date per scontate e percepite come un dato di fatto immutabile.

Arianna Conci, Corso di Studi Internazionali (Università di Trento)

 

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