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Lo Scrambler erediterà il successo del primo Monster tra i Ducatisti?

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Tornato a Trento, con ancora bene impresso nella mente tutto quello che ho visto e vissuto al World Ducati Week, non posso fare a meno di pensare ad una cosa: “lo Scrambler ha ereditato il ruolo che fu del vecchio Monster“.

La Ducati Monster, icona desmodromica per tutti, per un decennio è rimasto praticamente invariato nel design e nella filosofia generale e state pur certi che prima o poi quasi tutti i ducatisti hanno avuto o hanno desiderato avere un Monster.

Da quando però nel 2008 Ducati ha deciso di mettere su strada un design completamente rivisto e rivisitato, il Monster ha perso parte del suo fascino, ha perso quella caratteristica distintiva che lo rendeva unico tra i ducatisti: la facilità della personalizzazione.

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Il Monster infatti, nella sua estrema semplicità stilistica, è sempre stata la Ducati più facile da personalizzare, sia come costi che come possibilità offerte dai componenti originali e after market, ma anche il serbatoio si prestava molto alla personalizzazione cromatica, dando spazio a qualsiasi interpretazione.

Il nuovo corso di questa icona desmodromica rappresentato dalla 696, era per molti versi un tentativo di “commercializzare” questa personalizzazione, attraverso l’utilizzo di un serbatoio “rivestito” con due cover, che con tutta probabilità dovevano essere un incentivo alla personalizzazione per il cliente finale, solo che i costi elevati delle cover e il fatto che il “nuovo Monster” era stato veramente mal digerito dai ducatisti più affezionati, hanno frenato molto la clientela, che nella maggior parte dei casi si è limitata a tenere la moto originale, aggiungendo qualche pezzo Ducati Performance, ma senza quell’amore per la personalizzazione che aveva caratterizzato il suo predecessore.

L’ultima generazione di Monster, l’821 e il 1200, hanno stravolto ancora di più il ricordo del vecchio Monster: corto, “muscoloso“, aggressivo, soprattutto nella sua versione 1200R, non è più la “moto per tutti“, che orgogliosamente fù la prima versione della scarenata di Borgo Panigale: semplice e minimalista.

Al World Ducati Week i “vecchi Monster” personalizzati erano ovunque, mentre le versioni più moderne, pur essendoci, erano praticamente orginali, come quando uscite di fabbrica, splendide, ma per nulla “cucite addosso ai loro proprietari“, come invece i loro predecessori.

Questa tradizione di riuscire a rendere unica la propria moto, utilizzandola come una tela che rappresenta dinamicamente su strada il proprietario, la sua visione di quello che dovrebbe essere una moto, sembrava andata persa, ma devo dire che l’ho vista rinascere nell’ultimo modello della casa bolognese: lo Scrambler.

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Dietro allo Scrambler c’è un lavoro di marketing e di comunicazione che a stento si riesce a percepire, ma che è stato una impressionante dimostrazione di come il brand di Borgo Panigale sia riuscito a creare una “moda” nel motociclismo, attraendo soprattutto diverse tipologie di motociclisti, da quelli che vedono la moto più come un simbolo a quelli che vivono per le due ruote, da quelli che vogliono passeggiare tranquillamente, a quelli che non disdegnano le pieghe.

In quest’ottica di caratterizzazione della moto non più come un semplce oggetto, ma come forma di espressione di se stessi, era quasi scontato che prima o poi i proprietari di Scrambler si sarebbero fatti prendere la mano e avrebbero portato sulle loro moto, l’eredità del vecchio Monster: la possibilità di una facile ed economica personalizzazione.

Ed è esattamente questo che ho visto, passeggiando tra le moto del WDW: l’eredità del vecchio monster, presa dal nuovo Scrambler, la passione per la propria moto, la cura nel prepararla, nel modificarla, nel ridefinirne il design cromatico, le linee e lo stile, per renderla unica.

Lo Scrambler eredita dal vecchio Monster anche la “semplicità“, la quasi totale assenza di elettronica, unita ad una meccanica raffinata si, ma minimale e per niente complessa, una tecnologia moderna, ma discreta, che non irrompe nello stile di guida, che riporta il motociclista al caro vecchio cavo d’acciaio che collega il polso destro al motore, senza l’ingombrante, ma spesso necessaria, presenza di centraline di controllo elettronico, che nel tempo si sono messe tra il pilota e la sua moto, un filtro che chi come me non c’era abituato, mal digerisce.

Forse Ducati e le sue dirette concorrenti, dovrebbero fare tesoro l’esperienza dello Scrabler, capire che la ricerca di “potenza a tutti i costi“, anche al costo del piacere della guida, forse non è la strada migliore per le vendite, così come la filosofia di vedere nella semplicità un limite: forse il vero limite è proprio la complessità, l’elettronica infilata ovunque, la necessità di computer e sonde come se piovessero, solo per poter partire da fermo.

Tutte cose che, se nel mondo delle competizioni sono diventate necessarie viste le enormi potenze sprigionate, nelle moto di tutti i giorni servono solo a farsi belli al bar, ma nulla di più, di sicuro non sono il desiderio di chi, come me, è rimasto attaccato all’immagine di motociclismo sinonimo di libertà, oggi sacrificata sull’altare dell’elettronica, visto che ne siamo tutti in qualche modo schiavi.

Speriamo quindi che questo successo dello Scrambler, della sua semplicità, della sua facilità di essere personalizzata, la sua assenza di elettronica superflua, segni la strada del futuro delle due ruote e che non venga stravolta e schiacciata come fu per il Monster, divenuto praticamente una Superbike senza carene.

Speriamo quindi che quella porticina sul motociclismo del passato, diventi l’ispirazione per il motociclismo del futuro.

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