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Musica

Bob & the Apple nonostante la distanza

Gruppo simbolo della giovane scena rock trentina, i Bob & The Apple hanno alle spalle decine di concerti.

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Gruppo simbolo della giovane scena rock trentina, i Bob & The Apple hanno alle spalle decine di concerti.

Nati nel 2009, hanno confezionato un genere a cavallo tra il brit pop ed il rock classico anni ’60-’70.

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Formato da Giacomo Gilmozzi (chitarre, voci), Leonardo Lanzinger (basso, voce), Matteo Tomaselli (chitarre, tastiere) e Bruno Lanzinger (batteria, voce), la band ha alle spalle un album (“Rouge Squadron”), mentre in cantiere c’è il nuovo lavoro.

Andiamo a conoscerli meglio.

Ci raccontate la storia dei Bob and the Apple dalle origini?

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Come ogni gruppo, siamo nati un po’ per caso. Alle feste c’era sempre una chitarra e qualche utensile da trasformare in sezione ritmica. Quando ci siamo resi conto che il gruppo che si formava a suonare era composto sempre dalle stesse quattro persone, abbiamo iniziato a trovarci in una sala prove e a fare le cose un po’ più sul serio. Il nucleo iniziale era composto da Giacomo Gilmozzi, Leonardo e Bruno Lanzinger e Matteo Pavesi – attualmente attivo nella scena berlinese come producer e polistrumentista in vari progetti, tra i quali Alice Phoebe Lou (http://alicephoebelou.com/ ).

Matteo Tomaselli ha preso parte al nostro progetto quando Matteo Pavesi è partito per un anno all’estero, e da quel momento il gruppo ha preso la forma attuale: sono iniziati i concerti e la progettazione dell’album di esordio (Rouge Squadron, 2012 – https://soundcloud.com/bobandtheapple/sets ). Dopo cinque anni di concerti e soddisfazioni, stiamo finalmente finendo il nuovo album assieme al nostro amico e produttore Ricky Damian (http://riccardodamian.com/ ), sound engineer dalla folgorante carriera che dal suo studio di Londra riordina e definisce il suono di ciò che sarà il nuovo LP

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Quali sono le vostre influenze?

Fino a qualche anno fa erano fortemente radicate nel folk e rock degli anni ‘60-’70 (Neil Young, The Beatles, Pink Floyd…), il brit-pop dei ‘90 (Stone Roses, Blur), l’alternative-rock/indie (Radiohead, Massive Attack, Arctic Monkeys) e, per quanto riguarda il cantato, il grunge dei Nirvana. Negli ultimi tempi ci siamo focalizzati più sull’elettronica europea odierna (Jon Hopkins, Bonobo, Moderat) e la ripresa psichedelica anni ‘70 (Tame Impala, Grizzly Bear e Fleet Foxes)

Come componete i vostri pezzi? Di che vi piace parlare nei vostri testi?

Per assurdo, l’essere stati così lontani per un anno e mezzo (Parigi, Berlino, Melbourne e Bologna) ci ha obbligato a trovare un metodo di composizione totalmente diverso da ciò a cui eravamo abituati. Non avendo i momenti di confronto “strumenti alla mano” tipici della sala prove, la stesura dei pezzi è stata graduale e concertata, lasciando ad ogni membro più tempo di riflessione ed ampi spazi di manovra: Wetransfer è stato lo strumento più utilizzato, dopo l’organetto Farfisa, in questo album.
Questo album parla soprattutto di viaggio e cambiamento, di partenze e di voglia di tornare. I testi sono sempre un po’ astratti, ma l’inglese ci ha aiutati ad essere un più concreti: less is more

Suonando avete girato molto, quali sono i momenti più belli della vostra storia? Quali i più brutti?

Il fenomeno più brutto che abbiamo dovuto affrontare è stata la rigidità dell’editoria musicale italiana. Se è vero che ricevere complimenti o interesse è un energetico potente, vedere come alle parole raramente seguano i fatti può farti sentire Don Chisciotte alle prese con un esercito di mulini a vento.
Il resto della nostra storia è semplice: siamo nati come un gruppo di amici e proprio dall’amicizia sono arrivate le energie per approfittare di qualsiasi situazione o affrontare un qualunque problema che si è presentato nel corso degli anni. Le soddisfazioni più grandi, comunque, sono arrivate nel 2013. Ricordiamo con immensa gioia la partecipazione a diversi festival del nord e centro Italia e l’apertura del concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti a Londra

Siete giunti al secondo album, dopo il primo EP e l’LP autoprodotto. Ci potete raccontare qualcosa su questo nuovo disco?

La grande novità di quest’album è l’entrata in scena di Paolo Guolo. Se all’inizio era una collaborazione riguardante solo l’aspetto live, con strumenti che noi non avevamo abbastanza braccia per suonare, ora il suo apporto polistrumentistico è necessario quanto quello di ogni altro componente della band.
In merito all’odissea delle registrazioni: se il primo album era stato registrato interamente tra il Gulliver Studio e la piccola sala di registrazione di Valerio De Paola – al quale tanto dobbiamo per il risultato compositivo raggiunto in giovane età col primo LP grazie alla sua produzione – per il secondo, il discorso è un po’ più complicato. Il disco riunisce diverse sessioni di registrazione, a volte lontane nel tempo tra loro: un paio di pezzi sono stati registrati nel 2014 al Metrò rec di Riva del Garda da Marco Sirio (TN), alcune prese sono fatte alle Officine Underground di Montebelluna (TV) da Edoardo Pellizzari, e per registrare le batterie Ricky Damian ci ha spedito in trasferta allo Studio di Andrea Valfré (http://www.magisterrecordingarea.com) coordinando in diretta skype la sessione. Voci, chitarre e bassi sono stati registrati in queste occasioni, ma anche a Londra ai Tileyard Studios con Ricky himself, dove ci siamo ritrovati anche questa primavera per finire tastiere e mix. E poi il misterioso calore sonoro racchiuso nelle registrazioni fai-da-te direttamente dalle nostre camerette sparse per il mondo: ci siamo accorti che a volte la sincerità e l’intimità della registrazione homemade non ha emotivi sonori altrettanto validi

Cosa vi aspettate da questo nuovo album?

Questo album non è stato scritto con uno scopo, ma piuttosto è nato da un’esigenza di espressione. La stesura di quest’album è avvenuta in un momento della nostra vita dove tutto succede e poco si concretizza: non guarda al futuro, descrive il nostro presente e secondo noi riflette bene il fiume di emozioni che solo l’incertezza e il cambiamento rapido possono dare. Parla di viaggio, quindi di vita. Crediamo che racchiuda bene ciò che siamo

Quali sono le speranze per il futuro del vostro progetto?

Gli unici pronostici che vogliamo fare sono sulla buona riuscita dell’album, e abbiamo buone ragioni per credere che suonerà esattamente come lo abbiamo in testa: un risultato difficile da raggiungere in qualsiasi forma artistica e che siamo felici di aver raggiunto. Una novità è che Giacomo comincerà a portare in giro il progetto da solo (o affiancato da noialtri quando potremo) il che ci da la possibilità di poterci esibire in versione alleggerita o full-band

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