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Trento

Tony Attwood: consigli sull’autismo.

Lo psicologo Tony Attwood è un esperto di bambini autistici o affetti da sindrome di Asperger.

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Lo psicologo Tony Attwood è un esperto di bambini autistici o affetti da sindrome di Asperger.

I meccanismi di emarginazione si sviluppano a scuola: «Loro spasimano per trovare amici ma non sanno come fare». «Accettazione, comprensione, amore. Quello che conta è la felicità, che deriva dall'essere amati da piccoli per non sentirsi un fallimento tutta la vita». È il consiglio ai genitori dello psicologo clinico Tony Attwood che lavora con gli autistici dal 1975. Docente all'Università del Queensland in Australia, è autore dei principali testi sulla Sindrome di Asperger.

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Professore, il suo consiglio vale anche per gli autistici aggressivi?

«Vanno fermati, ma tenendo presente che gli autistici hanno bisogno di sapere se stanno andando nella giusta direzione».

Gli Asperger possono aver successo nella vita?

«La vita è complessa e avere intelligenza non risolve tutto. Gli Asperger hanno spesso talenti solitari: tra orologiai, amanuensi, contadini, artigiani, astronomi probabilmente ci sono stati molti autistici. Ma oggi viene chiesta la capacità di lavorare in team e per gli affetti da Sindrome di Asperger è uno stress continuo. Tuttavia io penso che possano raggiungere qualunque obiettivo, se si danno loro linee logiche per procedere». Le difficoltà sociali sono particolarmente dolorose nell'adolescenza.

«Ai teenager Asperger direi: siate pazienti, perché i neurotipici della vostra età sono immaturi e quindi lenti a capirvi. Capita che la gente sia intollerante verso quelli che pensano in modo diverso. Poco alla volta capiranno quanto valete».

Perché gli autistici sono facilmente presi di mira?

«L'autistico ha bisogno nel corso della giornata di stare un po' da solo. Ma a scuola chi sta da parte viene preso in giro. La sensazione di essere criticati e rifiutati dai compagni è la principale causa di depressione. I coetanei spesso non sono nemmeno consapevoli del danno che fanno, perché l'autistico è la persona più leale del mondo e spasima per essere il tuo migliore amico, ma non sa come fare».

Come devono essere le scuole per essere "autistic-friendly"?

«Gli autistici temono l'affollamento. Quando ne sentono il bisogno, occorre lasciarli ritirare per un po' in luoghi tranquilli come una biblioteca o una stanza appartata. Anche muri dipinti in modo vivace li disturbano».

Per quanto riguarda la lezione?

«Seguire una discussione o una conversazione a più voci li affatica, possono imparare di più con il computer o leggendo un libro. Spesso la vecchia lezione frontale con solo l'insegnante che parla, per l'autistico è più facile da seguire».

Che consigli darebbe ai docenti?

«Alcuni capiscono l'autismo, altri proprio no, lo rifiutano e usano il loro solito metodo. Così diventa una battaglia e i genitori si ritrovano con un figlio che torna da scuola esausto e confuso. Tutto perché non si riconosce che l'autistico sopporta un doppio carico cognitivo per capire le discipline e i segnali sociali: leggere un libro e leggere una faccia».

Lei ha dedicato molti studi all'autismo femminile?

«Le bambine sono più creative e intelligenti socialmente: osservano, analizzano, imitano. Spesso così bene che non si rileva l'autismo finchè non sono adolescenti. Se la cavano bene a scuola, soffocando i sentimenti, e a casa sono un'altra persona. Pagano un prezzo emotivo altissimo: sviluppano ansia, depressione, disordini alimentari e di personalità».

Si parla di una cultura autistica distinta da quella neurotipica. Possono dialogare?

«È come essere mancini, si fanno le stesse cose in un altro modo. Se le due culture si integrano, sarà utile per tutti. Molti salti in avanti sono stati fatti da autistici che potevano vedere le cose in un altro modo».

Oggi ci sono più autistici o è una questione di diagnosi?

«La vita è diventata più difficile per i borderline, a causa dell'overdose di socializzazione. Ma credo ci sia un aumento per cause genetiche: meglio fare i figli presto».

Questo articolo riprende, con lievi modifiche, un testo apparso su L'Eco di Bergamo il 20.05.2016

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