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La Sfera e lo Spillo

Il Diavolo nel fuoco, la Vecchia Signora è cinica e glaciale

 

La notte di Roma si colora a strisce, la stella che illumina la città eterna è quella del giovanotto di Madrid, Alvaro Morata. Il goal è la gioia, forse un regalo, l’ultimo della stagione a pochi istanti dalla lotteria dei calci di rigore.  

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La notte di Roma si colora a strisce, la stella che illumina la città eterna è quella del giovanotto di Madrid, Alvaro Morata. Il goal è la gioia, forse un regalo, l’ultimo della stagione a pochi istanti dalla lotteria dei calci di rigore.  

L’attaccante spagnolo entra al minuto 108 e dopo 120 secondi spedisce la sfera con vemenza nella porta sotto la curva invasa dal popolo bianconero.

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L'ATMOSFERA – Sabato 21 maggio ore 20.45 si celebra allo stadio Olimpico della capitale la disputa tra Associazione Calcio Milan e Juventus Football Club, il match sotto i riflettori nel giorno della Solennità della Santissima Trinità.

La notte tra le penombre del Colosseo è intrigante, il cielo sereno e la temperatura misurata è di venti gradi centigradi.

FORMAZIONI E ARBITRO – La guida tecnica di Milanello sceglie il modulo 4-3-3 con il giovane Donnarumma a protezione della rete. La linea bassa è disegnata con Calabria, Zapata, Romagnoli e De Sciglio; a centrocampo il muro del Diavolo disposto con Poli, Montolivo e Kucka; in attacco, il tridente con Honda, Bacca e Bonaventura.

Il fischietto dell’incontro è affidato al quarantaduenne fiorentino, Gianluca Rocchi. L’arbitro toscano esercita la professione di agente di commercio.

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Sul rettangolo, gli assistenti del “rappresentante” sono Meli e Padovan. Il quarto uomo è Mazzoleni. I giudici di linea sono Valeri e Gervasoni.

La guida tecnica di Vinovo schiera il modulo 3-5-2 con il brasiliano Neto in porta. La difesa è amministrata dal regista basso Barzagli con Rugani e Chiellini, sugli esterni scorrono i pendolini, Lichtsteiner ed Evra; nel reparto nevralgico del green si colloca il playmaker Hernanes, in compagnia di Lemina e Pogba; davanti, il tandem composto dal brevilineo e il puntello, Dybala e Mandzukic.

I NUMERI – La contesa può ostentare diversi titoli nostrani oltre a trofei internazionali. E’ la 68esima edizione della Coppa Italia e le due contendenti possono vantare un palmares contraddistinto da 16 trofei.

In particolare, per i rossoneri sono finiti in bacheca 5 Coppe Italia: il primo trofeo nella stagione del 1966-67, l’ultimo nell’annata 2002-03.

Nella teca ai piedi della Mole Antonelliana si ammirano 10 Coppe nazionali: il fortunato battesimo nell’edizione del 1937-38, il più recente in ordine cronologico lo scorso anno contro la Lazio.

Il percorso del team meneghino è caratterizzato da 6 vittorie; il debutto vincente con il Perugia, poi Crotone, Sampdoria, Carpi e Alessandria (con andata e ritorno).

Quindici sono le reti realizzate e due quelle subite dai “casciavit”.

I Campioni d’Italia cominciano agli ottavi di finale e raccolgono 4 successi. Sul cammino incontrano i cugini del Torino, Lazio e Inter (con andata e ritorno).

Tredici sono quelle all’attivo e tre quelle al passivo per i Sabaudi.

LA CRONACA – L’incontro tra i lombardi e i piemontesi termina con la vittoria dei bianconeri dopo i tempi supplementari(0-1).

Il club di Corso Galileo Ferraris festeggia il “double” (tricolore e Coppa nazionale) per il secondo anno consecutivo infrangendo il nuovo record italico.

Sono centoventi minuti combattuti e sofferti, un match non apprezzato dagli esteti e dai palati fini. E’ una finale carica di pressioni e tensione, a tratti spigolosa e rude.

Lo spirito ambrosiano mette in scena una performance di assoluto valore, caratterizzata da pressing, abnegazione e sacrificio. Gli undici di mister Brocchi schierati con il tris in mediana e gli esterni alti sorprendono i Campioni d’Italia che soffrono a dismisura.

La Vecchia Signora è appannata, orfana di Marchisio, Khedira e Bonucci, non punge davanti e patisce le giocate in velocità di Montolivo e compagni.

Il centrocampo è molle, impacciato e impreciso. La costruzione del gioco è farraginosa, prevedibile e poco fluida. Senza ritmo e privo di nerbo l’asse centrale è limitato, incapace di arginare le scorribande del Diavolo.

Dopo la ricreazione e il tè caldo, le Zebre rientrano sul terreno del Foro Italico con l’apprezzabile cambio di passo.

La gara è in equilibrio, il Milan tesse le trame con furore senza precisione sotto misura. La Juve sale nello spazio, allarga i movimenti e serra i ranghi.

Il cross di Cuadrado (subentrato a Lichtsteiner) aziona Alvaro Morata (subentrato a Hernanes) che trafigge il sacco di Donnanrumma con una stoccata destrorsa (al minuto 110).

Finiscono sul taccuino dei cattivi, Zapata, Pogba, Honda, Niang, Barzagli, Chiellini, Morata, Mauri e Rugani sanzionati dall’arbitro con il cartellino giallo.

Si scrutano le lacrime di gioia e quelle di amarezza, la coppa al cielo è il trionfo mentre gli occhi bassi spengono l’emozione. La Juve vince con l’acuto del solista, il Milan perde a testa alta con orgoglio e fragilità.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

 

 

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La Sfera e lo Spillo

L’ultimo goal di Pietro Anastasi

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Si è svolto a Varese, presso il Battistero di San Vittore, il funerale di Pietro Anastasi.

Molti i volti noti presenti: tra gli altri spiccano Roberto Bettega, Claudio Gentile, Lele Oriali, Pavel Nedved, Fabio Capello, Mauro Bellugi, Ivano Bordon, Alessandro Scanziani e l’AD dell’Inter Beppe Marotta. Centinaia di persone (tifosi, amici e gente comune) hanno gremito il luogo di culto e lo spazio antistante.

Scanziani compagno di squadra all’Inter ed Ascoli lo rammenta così: “E’ stato un grande uomo. Un giocatore esemplare per comportamento e correttezza; non ricordo una polemica nei confronti dei compagni, allenatori o arbitri.”

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L’ex attaccante della Juventus e della Nazionale italiana si è spento nella città varesina il 17 gennaio, all’età di 71 anni, dopo una lunga malattia. Pietruzzo, come veniva chiamato dagli amici più stretti, ha lottato contro la Sla, malattia degenerativa che colpisce il sistema nervoso.

Nato a Catania il 7 aprile del 1948, Pietro è l’icona del ragazzo del sud che lascia la propria terra per inseguire i propri sogni.

Comincia la sua carriera a Varese (1966-68), poi passa alla Juventus (1968-1976), la sua squadra del cuore sin dalla gioventù.

Con la Vecchia Signora colleziona 205 presenze, segnando 78 reti e vincendo 3 Scudetti. Successivamente alza al cielo la Coppa Italia con la maglia dell’Inter. Chiude la carriera agonistica nell’Ascoli e poi nel Lugano.

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E’ uno degli artefici della vittoria dell’unico campionato Europeo vinto dalla Nazionale Italiana (1968).

Oltre allo sconforto, Claudio Gentile esprime pubblicamente il suo disappunto: “E’ vergognoso che ad Anastasi non sia stato tributato un minuto di raccoglimento su tutti i campi della Serie A. C’è grande amarezza.”

Il campione d’Europa con la maglia azzurra del 1968 è stato ricordato con un minuto di silenzio solo nelle gare di Juventus-Parma e Lecce-Inter. Emozionante e da brividi il “minuto al buio” celebrato allo Stadium di Torino.

Infine, Beppe Marotta prova a stemperare le polemiche: “ A Lecce lo abbiamo ricordato come club. Era un doveroso gesto di riconoscenza verso una figura di grandi valori. Per il resto mi pare sia stata una situazione contingente. La Federazione lo ricorderà nei prossimi impegni delle Nazionali.”.

L’ultimo goal di Pietro Anastasi.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

Gian Piero Gasperini, maestro di calcio

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L’inizio a Bergamo non è certo dei migliori. L’approccio è complicato tra schemi e moduli, tra preparazione fisica e tattica. La stagione è quella 2016-2017. Il debutto è amaro, il finale radioso.

Nelle prime 5 giornate l’Atalanta conquista solo 3 punti, il nuovo tecnico è già sulla graticola. Le sconfitte casalinghe contro Lazio e Palermo e quelle esterne contro Sampdoria e Cagliari, nonostante la vittoria con il Torino (alla 3° giornata), incrinano la fiducia nel coach piemontese.

Stando alla stampa dell’epoca, Gian Piero Gasperini sembra essere sul punto di essere esonerato; sei reti realizzate e undici gol subiti è un ruolino di marcia insufficiente, cui si aggiunge il penultimo posto in classifica.

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Il club bergamasco guidato con lungimiranza da Antonio Percassi, invece, mantiene con freddezza la barra dritta confermando, nonostante i rumors,  Gasperini sulla panca orobica.

Alla sesta giornata la Dea affronta il Crotone (ultimo in classifica) e i nerazzurri espugnano (1-3) lo stadio Scida. E’ il 26 settembre, da quel giorno si volta pagina, cambia il destino dell’Atalanta e del suo fiero condottiero Gian Piero Gasperini.

La dote riconosciuta a Gasp  è la capacità di valorizzare il parco giocatori a disposizione, esaltando le caratteristiche dei singoli a servizio dell’impianto di gioco collettivo.

Il suo calcio totale è aggressivo, arcigno e dispendioso caratterizzato da velocità di esecuzione e pressing con marcature dedicate sul green.

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Lo scambio tra centrocampisti e trequartista, i movimenti sincroni e il supporto del segmento basso in fase di impostazione alla linea nevralgica sono il canovaccio articolato e la trama dei nerazzurri di “Bérghem”.

Il modulo scelto è il 3-4-3, che muta a seconda delle fasi di aggressione o di ripiego. Nella transizione di non possesso gli esterni si piegano mentre i trequartisti ostruiscono la mediana. Sui calci da fermo la difesa è burbera e personalizzata.

Le pedine si muovono sicure e consapevoli attraverso uno spartito, senza limitare l’esuberanza e il genio del reparto avanzato.

L’Atalanta non è più una squadra rivelazione, ma è una realtà del calcio nostrano. Il percorso in Champions League (in questa stagione) è la dimostrazione della caratura e dello scorza dell’undici atalantino. Uno spogliatoio forgiato, attraverso un lavoro quotidiano e laborioso, da Gasperini a sua immagine e somiglianza.

Lo scorso anno perde la finale di Coppa Italia giocata a Roma contro la Lazio, una dose di fortuna e un pizzico di mestiere mancano, nella circostanza, ai ragazzi di Gasp per centrare la storica vittoria.

In carriera, inoltre, conquista una promozione in Serie A nel 2007 e l’accesso alla Europa League (2008-2009) con il Grifone. Sul campo con i rossoblù raggiunge ancora la qualificazione europea (2014-2015), ma alla società di Villa Rostan non viene rilasciata la licenza Uefa.

Meno fortunate e con risvolti differenti sono le avventure a Palermo e Milano (sponda nerazzurra).

In Sicilia è difficile il rapporto con il vulcanico presidente Maurizio Zamparini, mentre alla Beneamata, reduce dalla parentesi vincente del “triplete”,  trova uno spogliatoio logoro e con la pancia piena, poco incline alle rivoluzioni e ai cambiamenti tattici.

Gian Piero nasce a Grugliasco, comune della cintura torinese (tra Rivoli e Collegno), il 26 gennaio del 1958. Per ironia della sorte è nato lo stesso giorno di Josè Mourinho, il portoghese 5 anni più giovane.

Il suo segno zodiacale è l’acquario, miscuglio di generosità, altruismo e sensibilità e undicesimo segno dello Zodiaco.

Sposato dal 1980 con Cristina (lavora in una scuola torinese), la coppia ha 2 figli, Davide ed Andrea.

Il Gasp con le scarpette chiodate gioca nel Pescara di Giovanni Galeone, mentore anche di Massimiliano Allegri, un “saggio” moderno  da cui attingere tattica e filosofia.

Alla cloche della Juventus Primavera vince il prestigioso Torneo di Viareggio (2003). In qualità di allenatore guida in carriera il Crotone, Genoa, Inter, Palermo ed Atalanta.

Gian Piero Gasperini, maestro di calcio.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

Sinisa Mihajlovic, l’uomo copertina del 2019

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La retorica talvolta è irriverente, spesso fastidiosa.

Vi sono frangenti della vita che vanno vissuti con equilibrio e compostezza. Coniugare il rispetto del dolore e il dovere di cronaca è un confine talmente esile e labile che si finisce per debordare.

Da queste colonne, in passato, abbiamo attribuito copiosi elogi al tecnico di Vukovar per la sua professionalità, impegno e dedizione. E’ l’uomo che prevale prima del personaggio pubblico, è l’anima che drappeggia la solidarietà umana.

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A muso duro non scivola nella volgarità, il carattere burbero ma profondamente buono e il temperamento marcato anticipano l’indole e la sensibilità.

A Sinisa concediamo pertanto volentieri la nostra copertina, limpido esempio di compostezza e rettitudine, umanità e perseveranza.

Il 13 luglio scorso Sinisa Mihalojvic annuncia in una conferenza stampa di essere affetto dalla leucemia mieloide acuta.

L’allenatore serbo nella circostanza si commuove e dichiara: “Affronterò la malattia col petto di fuori, non vedo l’ora di partire con le cure.”

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Con fierezza che contraddistingue il suo animo, rivela: “Vincerò anche questa sfida, vincerò per la mia famiglia.”

Poi con occhi lucidi e voce rotta aggiunge: “Non sono lacrime di paura: la malattia la rispetto ma la vincerò guardandola negli occhi, giocando all’attacco. E’ una malattia in fase acuta ma si può guarire e sconfiggere.”

Infine, concede un gesto di generosità citando l’importanza della prevenzione per la tutela della salute.

Dopo 44 giorni di cure torna in sella, sulla panchina dei Felsinei allo stadio Marcantonio Bentegodi nonostante la chemioterapia cui si sta sopponendo all’ospedale Sant’Orsola. E’ il 25 agosto, il match Verona-Bologna finisce in parità (1-1). Il successo, però, è rivedere l’uomo Sinisa dirigere con spirito e abnegazione i propri giocatori da bordo campo.

Il 29 ottobre Sinisa Mihajlovic è sottoposto al trapianto di midollo osseo da donatore non familiare e dimesso il 22 novembre.

“In Italia ci sono pochi donatori. E invece bisognerebbe donare di più, perché più cresce il numero di donatori e più è facile che un malato di leucemia ottenga un midollo osseo compatibile per il trapianto. E il trapianto può salvare una vita” sono le parole, l’accorato appello rilasciato con emozione dal tecnico dopo l’operazione.

Sinisa è il discepolo di Vujadin Boskov, tecnico e padre della Sampdoria dell’indimenticato Paolo Mantovani.

Del mister di Begec eredita l’arguzia, la sottile ironia e la filosofia di gioco. E’ istrionico in conferenza stampa, diretto e senza peli sulla lingua.

Sinisa, come Boskov, lega le sue fortune ai gemelli del goal: Gianluca Vialli e Roberto Mancini.

Le vittorie sportive maturano, invece, nella Lazio, Inter e Roma.

In madre Patria conquista 3 titoli nazionali; con la Stella Rossa vince 1 Coppa dei Campioni e 1 Coppa Intercontinentale. Veste la maglia della Nazionale Jugoslava per 63 volte segnando 9 reti.

In qualità di allenatore guida il Bologna, Catania, Fiorentina, Serbia, Sampdoria, Milan, Torino e una veloce apparizione allo Sporting Lisbona.

Oggi non prevalgono le lodi all’ex calciatore e allenatore di calcio. L’esempio di coraggio, forza e di rettitudine nelle difficoltà superano di gran lunga i radiosi successi sportivi. Come in uno spogliatoio sono sempre gli uomini, prima dei calciatori, a vincere le battaglie.

 Sinisa Mihajlovic, l’uomo copertina del 2019.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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