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Arte e Cultura

«B-profili invisibili»: il progetto fotografico in sinergia fra Trentino e Tanzania

Oggigiorno che il confronto tra la nostra e le altre culture è un fattore insito nella nostra stessa società, risulta cogente per la salvaguardia del valore della reciprocità e delle singole identità (che sono la radice dei popoli), informare attraverso una pluralità di strumenti quale sia il vero volto di continenti spesso sconosciuti.

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Oggigiorno che il confronto tra la nostra e le altre culture è un fattore insito nella nostra stessa società, risulta cogente per la salvaguardia del valore della reciprocità e delle singole identità (che sono la radice dei popoli), informare attraverso una pluralità di strumenti quale sia il vero volto di continenti spesso sconosciuti.
 
In questo contesto parte venerdì il progetto fotografico, intitolato "B – profili invisibili" che sarà inaugurato alle ore 18.00 presso Il Centro formazione solidarietà internazionale (CFSI) in Vicolo san Marco 1 a Trento con ingresso gratuito e che continuerà fino al 13 maggio.
 
“B” è un progetto fotografico nato in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento, con l’obiettivo di sensibilizzare la gente sull’importanza dell’essere individui, sul valore della vita e sulla gioia di viverla. In “B”, frammenti di tempo hanno cercato spazio nelle sillabe di ogni storia, nei tratti di ogni viso, nei chiaroscuri di ogni immagine, con la volontà di incidere il ricordo di ciò che è stato e forse sarà. 
 
“B” è uno scambio di volti, colori ed emozioni tra due realtà apparentemente opposte, quella trentina e quella tanzaniana, che come magneti si attragono nelle piccole vicende che rendono importanti ogni esistenza.

 
Per realizzare il progetto ci sono voluti due mesi di lavoro nel Paese Tanzaniano, dove Raffaele Merler, l'autore, è stato ospitato in varie missioni. Prima della partenza l'autore aveva realizzato una serie di ritratti a vari soggetti trentini, che ha portato con se nella valigia, come maschere della nostra società. Giunto poi sul posto le ha poi fatte indossare alle persone che incontrava sul suo cammino, facendo fede solo al sesso e l'età anagrafica.
 
Ogni personaggio si raccontava attraverso una fotografia che lo ritraeva nell'ambiente in cui viveva o lavorava, espropriato della propria apparente identità, ossia il proprio volto, quell'identità con cui viene riconosciuto per conformità e stereotipi assunti nell'accezione comune. La maschera confonde il lettore, che in questo modo non si ferma al pregiudizio, facendo emergere l'essenza del soggetto ritratto: fatta di scelte di vita, valori ed emozioni. Contemporaneamente ai ritratti ambientati, raccoglievo anche istantanee dei singoli volti, che poi Marler ha portato in Trentino per ripetere la stessa operazione.
 
Oltre ai personaggi singoli, nel progetto ha deciso di introdurre anche alcune famiglie ed una classe di studenti, nel tentativo di  regalare un immagine più completa delle due realtà societarie. «Nello sviluppare questo progetto, – spiega l'autore – ho trovato molta collaborazione da entrambe le parti, che nelle fotografie e nei racconti, hanno fatto emergere l'aspetto non svelato che si nasconde dentro ognuno di noi».
 
Tutto questo lavoro è stato raccolto in un volume di 210 pagine, contenenti più di 90 storie biografiche con i relativi ritratti fotografici e circa 400 fotografie di contestoIl ricavato ottenuto dalla distribuzione dei volumi, sarà interamente devoluto in beneficenza per la realizzazione di infrastrutture nello stato tanzaniano.
 
FOCUS SUL PROGETTO – Il progetto fotografico “B – profili invisibili” nasce dal desiderio di dar voce alla gente – spiega Raffaele Merler l'autore –  In primis, voglio spiegare perché la scelta del titolo è ricaduta su una semplice e sola lettera. La “B”, insapore a prima vista, è una consonante dalle mille sfacettature. In origine il geroglifico da cui ha preso forma rappresentava una casa, simbolo di protezione e dimora della famiglia, ma anche simbolo di comunità e condivisione, senza dimenticare che “B” è anche l’iniziale di “bianco” e di “black”, aggettivo inglese che in italiano significa nero.
 
Pare assurdo, ma altrettanto immediato, quanto la semplicità sul punto d’incontro tra due colori diametralmente opposti, tra due culture apparentemente così distanti, sia racchiusa in una sola lettera. Parafrasando Platone si potrebbe dire, ad esempio, che il bianco e il nero rimangono termini contrapposti e molteplici sul piano sensibile; tuttavia, è solo cogliendo questa differenza di termini, che si può risalire al loro fondamento e comune denominatore, cioè l’idea di colore.
 
Non si può, infatti, avere coscienza del bianco senza conoscere il nero e viceversa. Se identifichiamo il concetto di colore con la nostra società, non sarà difficile capire perchè sia così piena di problemi ed incongruenze. É inutile che ci si ostini a far girare un ingranaggio così complesso quale la società se prima non se ne conoscono a fondo i meccanismi. Ultima, ma non in termini d’importanza, è la pronuncia della lettera B, ovvero “BI”, quel “BE” che in lingua inglese significa “essere”. Dal momento che sei, esisiti e, se esisti, non puoi non essere: ognuno di noi deve prendere coscienza di questo.
 
Tutti siamo importanti,  – continua l'autore – non esiste una scala gerarchica di importanza. La differenza è data solamente dalla diversa applicazione delle proprie capacità secondo un’etica di fondo.
 
Questo progetto è stato creato per dar voce anche ai ritardatari, ossia a chi si è accorto che, anche non ricoprendo un “ruolo importante nella società”, può ancora farsi sentire ed insegnare qualcosa. L’idea è quella di riuscire, tramite la lettura delle storie riportate in questo volume, a capire, almeno sommariamente, quale sia la situazione in Tanzania oggi e quale, invece, quella in Italia.
 
Dal momento che ognuno si racconta, ognuno diventa individuo, distinguendosi da quel sistema che ormai tutto vorrebbe mescolare.
 
La mia idea è quella di far capire che, per aiutare ed essere solidali con il prossimo, dobbiamo prima conoscerci, capire chi siamo, guardarci dentro e scoprire ciò che davvero conta: i passi successivi saranno sicuramente più semplici.
 
Cosa che troppo spesso non facciamo. Da qui il sottotitolo “profili invisibili”: il nostro profilo di individui tende sempre più ad assottigliarsi, corroso dall’acido fiume di messaggi mediatici dai quali siamo quotidianamente inondati.
 
Un fiume che ci trascina, tanto da far lentamente scomparire i nostri profili, destinati a diventare sagome informi che si mischiano con la folla sino a diventarne parte.
 
Il mio lavoro, pertanto, consiste in uno scambio di volti, storie e mestieri, utili a farci conoscere chi e come siamo, a far capire che non abbiamo paura di un confronto, ma anzi, lo desideriamo per integrare la nostrà individualità. Più superficialmente è anche un modo per staccare dalla mondanità e, fantasticando, far sì che per una volta il contadino africano possa essere l’impiegato italiano in carriera e viceversa.
 
Il primo potrà godere di ciò che materialmente non ha mai posseduto, mentre il secondo potrà godere di un elemento che ha quotidianamente sotto il naso, ma che si concede solo a chi ne capisce veramente il significato: il tempo.                            
 
 
 

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