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Trento

I “super soldati” autistici dell’esercito israeliano.

Non solo donne da capogiro e modelle mozzafiato (Bar Refaeli, Shlomit Malka, Nibar Madar), nelle fila dell’esercito israeliano, ma anche autistici ad “alto funzionamento”.

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Non solo donne da capogiro e modelle mozzafiato (Bar Refaeli, Shlomit Malka, Nibar Madar), nelle fila dell’esercito israeliano, ma anche autistici ad “alto funzionamento”.

Y. e Y. sono due giovani volontari dell’esercito israeliano: analizzano e sviluppano programmi che servono anche alle unità combattenti. Vivono quasi tutto il giorno insieme al resto dei soldati, ne condividono orari e compiti in un’Unità Speciale dell’esercito dislocata a Tel Aviv.

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Y. e Y. sono due ragazzi autistici, due Asperger. Fanno parte di un piano lanciato dall’esercito nel 2010 – che ha avuto l’incoraggiamento del Mossad – per integrare socialmente questi giovani che si trovano – ha spiegato Yotam, il capitano responsabile del loro addestramento – «in alto nello spettro dell’autismo». E le famiglie ne sono state felici.

«Quella che viene definita una disabilità – ha aggiunto – è in realtà un punto di forza, importantissima soprattutto nei lavori ripetitivi di analisi. Loro riescono a vedere dettagli che agli altri sfuggono e che sono invece decisivi per la programmazione». E altri campi riguardano l’analisi di fotografie aeree, corsi per tecnici elettronici e anche l’abilità di raccogliere una massa di informazioni su internet.

Yotam – che li guida – è un giovane ufficiale che sembra più un loro amico che un superiore. Quando i cronisti incontrano i due ragazzi, Yotam li segue con uno sguardo complice, da fratello maggiore. Nella confusione che regna nell’Unità per le pulizie della Pasqua ebraica, Y. (20 anni) non si scompone, nonostante si sappia che l’ordine è una condizione ottimale per gli autistici.

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«Alla fine dell’esercito voglio completare i miei studi in un collegio universitario», dice dapprima molto teso. Poi, a mano a mano, diventa più sciolto. Viene da una famiglia religiosa e questo, a suo dire, gli crea «qualche problema». «Io non lo sono – spiega – e voglio seguire la mia strada». Il suo momento migliore, racconta, è la mattina prima di arrivare all’Unità: «Mi piace prendere l’autobus. Le persone – confessa con un sorriso disarmante – la mattina presto in viaggio dormono e questo mi distende. Mi piace la tranquillità».

Alla fine del periodo di ferma volontaria, Y., insieme ad altri ragazzi autistici, andrà a vivere in un appartamento a Sderot, nel Negev, non distante da Beersheba, messo a disposizione dell’esercito. « – dice l’ufficiale – imparerà il tran-tran della vita quotidiana, acquisti, bucato, eccetera».

Y. (anche lui 20 anni) sceglie di parlare con noi in inglese e il suo accento, accompagnato da una voce baritonale stupefacente, è a sorpresa da Oxford. L’ufficiale sorride: «E’ israeliano al 100% ma dice di sentirsi più sicuro nell’esprimersi in inglese». Il motivo lo spiega lo stesso Y.: «Dopo il militare voglio fare l’attore, per questo mi alleno».

Per ora però prevale il lavoro nell’esercito: «Anche quando sono a casa non smetto di pensarci. Qui mi trovo bene. Ho ottimi amici». Insieme a loro nella stessa Unità ci sono altri ragazzi autistici: nell’ufficio dove lavorano – una piccola stanza – regnano i computer. Lì passano ore a studiare i sistemi e i programmi. «Andiamo a caccia – dicono – di falle nel sistema»: la capacità di attenzione degli autistici è prodigiosa ma a loro stessi appare del tutto normale. E dopo questa esperienza di un anno, prolungabile fino a due, appaiono sicuri del fatto loro: anche dopo il congedo, quando saranno “fuori”, saranno capaci di essere produttivi ed indipendenti.

Questo articolo riprende, con lievi modifiche, un testo di M.L. e A.B. apparso su ANSA il 24.04.2016

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