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Italia ed estero

Migranti e assistenzialismo all’italiana: quando l’accoglienza ostacola l’integrazione

Vitto e alloggio senza dover lavorare né studiare: benvenuti in Italia, il Paese dove l'assistenzialismo sfrenato soffoca l'integrazione sul nascere.

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Vitto e alloggio senza dover lavorare né studiare: benvenuti in Italia, il Paese dove l'assistenzialismo sfrenato soffoca l'integrazione sul nascere.

Il problema non è accogliere o meno i disperati che bussano alla nostra porta, ma come farlo. La storia di Fofana Samba, pubblicata ieri dal Corriere della Sera, è l'emblema delle contraddizioni che attraversano il sistema di accoglienza nostrano.

Fofana Samba, dice di venire dal Mali e di avere diciannove anni, anche se ne dimostra dieci di più. Da quando è sbarcato nel giugno di due anni fa senza documenti dalla Libia a Vibo Valentia, racconta di trascorrere le sue giornate in modo semplice: “Manger, dormir, Facebook, un film”. La stanza? La pulisce la signora Antonella. Cucinare? Neanche per sogno. “Vedo il cibo quando è pronto. Io non cucino”, spiega il giovane.

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Come lui sono tanti i migranti sub-sahariani piegati sul loro smartphone, all'ombra dei pini dell'hotel sul mare che gli accoglie. Quasi nessuno scappa da guerre o persecuzioni, ma tutti hanno presentato domanda di asilo politico. La loro tattica è semplice: sfruttare la lentezza della giustizia italiana, schiava di ricorsi e controricorsi, per guadagnare tempo.

L'Associazione Monteleone, che gestisce la loro accoglienza, impegna un bilancio che vale oltre 1.100 euro al mese per ciascun migrante. Ha investito 85 mila euro in un centro computer nell’hotel dell’accoglienza, ha organizzato corsi di italiano e da elettricista, fabbro, pizzaiolo, cartongesso, guida macchine agricole, salvataggio e primo soccorso in spiaggia, teatro.

Con quali risultati? Non si è presentato quasi nessuno. I 219 richiedenti asilo sono rimasti tutti in camera a sonnecchiare e guardare la televisione. Questo perché nessuno di loro era obbligato a seguire i corsi. La direttrice dell'associazione racconta che l'unico espediente efficace per convincere i ragazzi a frequentare i corsi è stato offrire loro 50 euro.

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Una situazione che lascia senza parole. E poco conta se lo scorso novembre il prefetto Mario Morcone, capo dipartimento per l’immigrazione al ministero dell’Interno, ha scritto ai sindaci invitandoli a far fare ai richiedenti asilo piccoli lavoretti per i Comuni. La lettera non ha praticamente sortito alcun effetto.

La dimostrazione che un'altra accoglienza, diversa da quella disastrosa “all'italiana”,è possibile, viene, manco a dirlo, dalla Germania. Qui, lo scorso 14 aprile, è stato annunciato che verrà introdotta una legge che disciplinerà l'integrazione degli stranieri. Angela Merkel ha spiegato che l'obiettivo di questa legge sarà rendere più facile per chi richiede asilo accedere al mondo del lavoro, evitando così di trasformare i migranti in un esercito di alienati, dediti all'accattonaggio o alla criminalità.

Lo Stato federale tedesco nutre, alloggia e versa anche una piccola diaria a chi arriva senza documenti chiedendo asilo politico. Ma in cambio esige dagli stranieri alcuni impegni specifici, come frequentare i corsi di lingua, cultura e legislazione tedesca. Il tutto accompagnato da regolari verifiche dell'apprendimento. Chi non si adegua, perde i privilegi acquisiti.

E nessuno se ne resta con le mani in mano: i comuni offrono infatti piccole somme a coloro che si impegnano a svolgere dei lavoretti per la comunità locale.

L'Italia deve ricucire rapidamente la distanza che la separa dalla Germania: l'alternativa è restarsene seduti su una bomba a orologeria, in attesa della scintilla che distruggerà la pace sociale. L'errore è delle autorità italiane, a tutti i livelli.

È profondamente ingannevole illudersi che i nuovi arrivati possano avere minimamente a cuore il rispetto delle regole, quando ricevono vitto, alloggio e smartphone senza contribuire minimamente al sviluppo della nostra comunità. 

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