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Musica

L’Opera di Amanda: l’accostamento riuscito

Nell’ultimo periodo vi potrebbe essere capitato di imbattervi in questo gruppo dal sound tormentato, a tratti fumoso ed in altri potente ed aggressivo. 

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Nell’ultimo periodo vi potrebbe essere capitato di imbattervi in questo gruppo dal sound tormentato, a tratti fumoso ed in altri potente ed aggressivo. 

Nato già nel 2010, il progetto de “L’Opera di Amanda”merita attenzione, evolutosi nel tempo da un progressive rock con influenze grunge ad un rock alternativo con chiari riferimenti ai Verdena.

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Formatosi in Val di Cembra, il gruppo dapprima è composto da Simone Gottardi (chitarra, voce), Caterina de Giovanelli (basso, voce) ed Alessandro Petri (batteria). Il nome, che suscita una certa curiosità, nasce solamente in occasione della registrazione del primo album, un EP, nel 2013. Il primo disco, contenente tre brani in inglese e due in italiano, li lancia come power trio. Numero di componenti che non cambierà anche con il cambio di batterista avvenuto nel 2014.

Ad un anno dal subentro di Fabrizio Lettieri alla batteria, il gruppo produce un secondo album, “Chimere”, che consacra definitivamente l’approdo della band al genere del rock alternativo.

Nel corso della loro storia “L’Opera di Amanda” calcano alcuni dei palchi più importanti della scena musicale trentina, quello del SAZ in Primiero o quello del Nomi On the Rock, per citarne due.

Andiamo a conoscerli meglio.

Partiamo dal vostro curioso nome, perché vi chiamate “L’Opera di Amanda”?

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“Il nome in realtà non ha un spiegazione particolare, diciamo che deriva da un accostamento di parole che ci piacevano. Prima di passare ai testi esclusivamente in italiano ci chiamavamo “Chain Reaction” (reazione a catena in italiano), poi abbiamo deciso di cambiare, quando abbiamo deciso di scrivere testi esclusivamente in italiano”

Quali sono le vostre influenze?

“All’inizio abbiamo cominciato suonando cover dei Nirvana e dei Rage Against the Machine. Poi abbiamo cercato un’evoluzione verso un progressive rock più tecnico e spinto, alla Rush o alla Porcupine Tree diciamo. È stato con l’ascolto dei Verdena che abbiamo iniziato a creare il sound attuale, anche se il nostro batterista dell’epoca possedeva una vena più funk/jazz, e questo ha creato delle divergenze importanti sulla scelta dello stile musicale. Quando se n’è andato abbiamo cercato qualcuno che sui Verdena e sul rock alternativo italiano più in generale avesse un punto di contatto con noi, ed a quel punto Fabrizio è entrato nel gruppo (parla Simone)”

Chi tra voi compone i pezzi e scrive i testi?

“Il cervello nella scrittura dei pezzi e dei testi è Simone (dice Fabrizio), mentre io e Caterina siamo il braccio, i manovali diciamo. Comunque, una volta portate le idee per delle nuove canzoni ci lavoriamo assieme per definirli”

L’anno scorso è uscito il vostro secondo album, dopo l’EP omonimo, il primo con Fabrizio alla batteria. Di che vi piace parlare in “Chimere”?

“I testi di Simone (parla Fabrizio) non vanno per tematiche o concetti. Si costruiscono delle immagini, e bisogna immergersi nei pezzi per crearsi una sorta di dipinto. Diciamo che la maggiore attenzione la diamo alla parte prettamente musicale, mentre le parole hanno più che altro lo scopo di esprimere delle sensazioni. È una costante della musica rock alternativa italiana, quella di lasciare all’ascoltatore il compito di interpretare il testo, secondo la sua sensibilità. I nostri testi sono spesso frutto di un semplice accostamento di immagini, come con il nome “L’Opera di Amanda” in fondo”

Quali sono i momenti più importanti della vostra storia, nelle sue due fasi?

“Nella prima (mi dice Simone)il Sot Ala Zopa, a cui siamo arrivati grazie ad un contest organizzato dal CG di Aldeno, o il Nomi On the Rock. È dopo queste esperienze che decidiamo di registrare il nostro primo EP. Nel secondo momento, invece, (mi racconta Fabrizio), ci sono i concerti al Raduno Rock di Faver, al CG di Aldeno, al Doss Trento o all’Arsenale. Anche l’esperienza a Balcony Tv è stata interessante, in quanto si tratta di una rassegna diffusa in tutto il mondo, organizzata qui a Trento dall’Area Musica, un’iniziativa che ti dà visibilità e per cui l’Area va elogiata. Di certo il genere che suoniamo è sì molto ascoltato dai giovani, ma molto spesso si fa fatica a trovare luoghi dove possa essere suonato”

Quali sono le vostre prospettive future quindi?

“In questo momento abbiamo in produzione altri brani. Stiamo lavorando per cercare di dare vita ad un disco diverso rispetto all’ultimo, con i testi però sempre in italiano. Cerchiamo di creare uno stile diverso rispetto a “Chimere”, visto che ora tra noi tre ci conosciamo meglio. Stiamo curando molto di più i dettagli, studiando i suoni. Se tutto va bene in inverno registreremo”

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