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Italia ed estero

La nuova retorica della guerra

Faccio fatica a parlare di “pace” senza sentirmi irrimediabilmente una sognatrice; ho come la sensazione di avere tra le mani un concetto fumoso, poco delineato e inconsistente che elude ogni mio tentativo di definirlo con le parole. Ma credo di non essere l’unica a cimentarsi in un’impresa del genere: in un mondo dove la costante è il conflitto, è difficile definire la “pace” in termini positivi, in un rapporto non necessariamente dialettico e antitetico alla “guerra”.

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Faccio fatica a parlare di “pace” senza sentirmi irrimediabilmente una sognatrice; ho come la sensazione di avere tra le mani un concetto fumoso, poco delineato e inconsistente che elude ogni mio tentativo di definirlo con le parole. Ma credo di non essere l’unica a cimentarsi in un’impresa del genere: in un mondo dove la costante è il conflitto, è difficile definire la “pace” in termini positivi, in un rapporto non necessariamente dialettico e antitetico alla “guerra”.

È frustrante, certo. Essere consapevoli di considerare la “pace” come il periodo che subentra dopo una guerra e che, irrimediabilmente, ne precede un’altra. Ma da quando sono nata credo che sulla scena internazionale non vi sia stato nemmeno un mese, o un giorno, che non sia stato viziato da una presenza così drammatica come la guerra. La seconda intifada, la guerra a terrore e agli «Stati canaglia», il conflitto del Darfur, l’interventismo umanitario in Libia, ipocrita maschera del militarismo occidentale, e ancora Yemen, Ossezia del Sud, Siria, Repubblica Centrafricana, Ucraina: un elenco apparentemente senza fine.

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Se non posso biasimare chi ha teorizzato che, con l’esaurirsi dello scontro bipolare, un conflitto convenzionale tra le grandi potenze sarebbe stato improbabile, certo non posso ancora parlare di “pace” di fronte al proliferare di conflitti qualitativamente nuovi. I media non smettono di parlare di conflitti diversi da quelli tradizionali dove un avversario militarmente più debole, ma coeso in termini di motivazione, sovente adotta strategie e tattiche che trascendono le classiche “leggi della guerra” di Clausewitz con l’obiettivo non di sconfiggere il nemico, ma di annientarlo.

Mutano le forme, le dinamiche, gli attori: si affiancano mercenari ad eserciti regolari, si mescolano barbarie e ideologia, il tutto in barba al diritto internazionale, preferendo invece armi quali la persuasione e la mistificazione per cementificare il consenso interno. Si brandiscono queste nuove armi contro un nemico indistinto e dai contorni che ci sfuggono, una figura versatile verso cui indirizzare l’isteria, l’Altro, ma permangono le conseguenze distruttive e il peso delle vittime che la guerra inevitabilmente produce.

Le gravi difficoltà dimostrate dagli eserciti regolari occidentali, incapaci di mantenere ordine e iniziativa, è forse la prova più lampante della necessità di dotarsi di categorie nuove che sappiano effettivamente descrivere questo improvviso ma radicale cambiamento di prospettiva, che ne sappiano cogliere gli aspetti costitutivi. Ora come ora, sembra che i vecchi strumenti concettuali di Clausewitz non siano più sufficienti per capire il reale dispiegamento della violenza internazionale a noi contemporanea che, da Ovest verso Est, ci travolge tutti in una guerra totale generalizzata.

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Che la si definisca «guerra post-moderna» (Duffield) o «guerra degenerata» (Shaw), ciò che abbiamo di fronte è il risultato di un fitto e intricato intreccio dove svaniscono i confini tra guerra, crimine organizzato e violazione sistematica e su larga scala dei diritti umani, dove «gli omicidi indiscriminati, i genocidi e le espulsioni etniche, da sotto-tema della guerra totale classica, sono oggi diventati la spinta principale dei conflitti» (Shaw).

Difficile parlare ancora della guerra come una mera «continuazione della politica con altri mezzi» (Clausewitz). Al contrario, ciò che contraddistingue questo nuovo tipo di conflittualità è in primis la sostanziale debolezza dello Stato e del suo esercito, massima espressione del suo monopolio della violenza legittima. 

L’incapacità delle autorità statali di gestire le proprie forze di coercizione è evidente sopratutto in quelli che la letteratura occidentale si diverte a chiamare «Stati falliti», vittime di una guerra civile permanente dove la corruzione, la decadenza delle istituzioni statali e i continui tagli alle spese militari hanno finito per produrre inevitabilmente una compagine di militari non addestrati, non pagati, costretti a ricorrere al saccheggio e intenti ad intessere rapporti clientelari con la criminalità organizzata. Accanto a loro, un microcosmo di altri inediti attori si contendono la supremazia sul territorio: mercenari, unità di autodifesa di semplici cittadini volontari e gruppi paramilitari che trovano nella gioventù disoccupata e insofferente un’ infinita fonte di reclutamento

Apparentemente, la raison d'être di tutti questi nuovi attori sembra essere un profondo (e a volte isterico) bisogno di esprimere la propria identità politica, coniugata di volta in volta in termini razziali, etnici, religiosi, per rivendicare a sé il potere di uno Stato che sembra sgretolarsi giorno dopo giorno. Questa politica dell’identità tuttavia non ha nulla a che vedere con la richiesta di riconoscimento di diritti e di democrazia che proveniva da movimenti nazionalisti progressisti dell'Africa coloniale o dell'America latina, nel post-decolonizzazione della Guerra Fredda. In questi casi il conflitto politico era proiettato verso l’emancipazione e il progresso sociale.

Al contrario, ciò che muove questa nuova e plurale compagine di attori è un conservatorismo irrazionale che trae forza dalla mistificazione e dalla retorica dell’insicurezza. E quale migliore veicolo per infondere il panico, se non quello mediatico? Telegiornali, talk show, testate giornalistiche e, primo fra tutti, il web, sembrano divertirsi nell’instillare nelle nostre menti un senso di vittimizzazione e di minaccia incombente, che difficilmente ci permettono di dare una lettura critica e lucida del mondo che ci circonda. Che questa subdola manovra segua la logica del “creare il problema per legittimare la soluzione” o meno (e non credo sia questa la sede più consona per discuterne), il risultato è univoco: la realtà in cui viviamo quotidianamente ne risulta profondamente alterata.

A me (come a molti altri) la favoletta della necessità di difendersi da un’ipotetica minaccia senza volto ricorda inevitabilmente la guerra contro gli «Stati canaglia», epiteto felice affibbiato da Bush a taluni Stati considerati, secondo criteri discutibili e arbitrari, una minaccia per la pace mondiale. Iniziò così l’era della guerra preventiva legittima che ha permesso di trasformare il nemico in terrorista, un’etichetta convenzionale che gli nega de facto lo status di combattente legittimo.

La Corea del Nord e l’Iran, l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia, la stessa Siria accusata di fornire risorse umane e finanziarie alla sacca terroristica sono solamente alcuni dei soggetti che sono inevitabilmente ricaduti in questa nuova categoria, la cui esistenza appare agli occhi dei governi occidentale come più che legittima, in nome di una nuova impellente necessità: quella di garantire la sicurezza umana. Apparentemente, sembra essere diventata una moda quella di travalicare i confini nazionali e rincorrere l’ambizione di voler a tutti i costi difendere l’intera umanità contro un nemico, identificato di volta in volta a seconda della convenienza.

Tuttavia, gli stessi leader che si fanno promotori di una «guerra contro il terrore» (una guerra che, secondo i dettami dell’amministrazione Bush, sarebbe stata enduring, cioè così lunga da protrarsi in eterno) probabilmente non notano la somiglianza con il fenomeno che intendono combattere. I bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile, il ricorso non troppo raro a vere e proprie armi di distruzione di massa (basti pensare al fosforo bianco utilizzato dall’esercito statunitense in Iraq) e l’assedio fanno sì che l’azione degli Stati occidentali, in nome di un imperativo di sicurezza internazionale, si configuri agli occhi degli autoctoni come un vero e proprio attacco terroristico.

L’esaltazione ideologica della lotta contro il terrorismo finisce per incanto per definire come lecito qualsiasi metodo, se ad utilizzarlo sono coloro i quali si presentano sulla scena mondiale come i difensori della civiltà..

.. solo quella occidentale però.

A cura di Arianna Conci – studentessa 2° anno facoltà Sociologia indirizzo politiche internazionali di Trento

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