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Trento

10 anni di residenza per accedere al reddito di garanzia: bocciato il ddl di Fugatti

La Quarta Commissione ha osservato un minuto di silenzio, su richiesta del presidente Giuseppe Detomas, in segno di lutto e condanna degli attentati di Bruxelles. Attentati, ha detto Detomas, che colpiscono la nostra coscienza democratica e i valori sui quali si basa la nostra società. 

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La Quarta Commissione ha osservato un minuto di silenzio, su richiesta del presidente Giuseppe Detomas, in segno di lutto e condanna degli attentati di Bruxelles. Attentati, ha detto Detomas, che colpiscono la nostra coscienza democratica e i valori sui quali si basa la nostra società. 
 
Ieri si sono aperte le audizioni sul disegno di legge di Maurizio Fugatti (Lega) per inserire, modificando l'articolo 35 della legge 13 sulle politiche sociali, l'obbligo dei 10 anni di residenza per accedere agli aiuti di sostegno economico, come il reddito di garanzia.
 
Andrea Grosselli della Cgil ha ricordato che c'è una giurisprudenza ormai consolidata in base alla quale, comuni, province e regioni, possono introdurre dei vincoli se i benefici eccedono i livelli essenziali di assistenza o rispondano a principi di ragionevolezza o uguaglianza. Nel caso dell'articolo 35 della legge 13 si tratta, principalmente, del reddito di garanzia che si qualifica come strumento di inclusione sociale per evitare nello stato di povertà. Il vincolo dei 10 anni di residenza, previsto dal ddl Fugatti, rischia di venire considerato come irragionevole dalla Consulta.
 
Secondo Grosselli a condizioni di bisogno diverse sarebbe premiato soltanto per una condizione che non dipende dalla propria condizione economica oppure nuclei familiari verrebbero esclusi. Tra l'altro, i 10 anni di residenza, andrebbero contro le politiche di incentivo alla ricerca di un lavoro che vengono applicate a chi percepisce i sussidi. Elemento, quest'ultimo, fondamentale per evitare forme di parassitismo e disincentivi alla ricerca di un'occupazione.
 
Marco Colombo del patronato Inca – Cgil, a nome anche degli altri patronati dei sindacati confederali, ha ricordato che la legge 13 mira a rispondere allo stato di bisogno immediato e stabilire un limite di residenza di 10 anni contraddice questo obiettivo.
 
Maurizio Fugatti ha detto che il tema centrale è l'applicazione dell'indicatore Icef sul reddito di garanzia visto, che nel 2012 era stato percepito per il 58% da stranieri e dal 53 % nel 2013 e 2014. Che il 53% dei percettori non siano trentini, ha detto Fugatti, fa pensare. E anche il fatto, come ha denunciato tempo fa la Lega, che sommando i sussidi si poteva arrivare fino a 2000 euro al mese. Una denuncia, nonostante le smentite, vera al punto che la Giunta ha dovuto correre al riparo introducendo norme più restrittive. L'obiettivo del ddl è quindi di ristabilire un equilibrio. Il problema, secondo Grosselli, è  invece generale: quello di introdurre sempre più meccanismi che spingano i percettori del reddito di garanzia verso la ricerca di un lavoro. 

Luca Zeni: le richieste del reddito di garanzia da parte degli stranieri sono in calo. – I dati, secondo l'assessore Zeni, dicono che rispetto alla media dei sei anni nel 2015 si è innalzata la percentuale delle domande di reddito di garanzia degli italiani. Nel 39% dei richiedenti il reddito di garanzia c'è un 12% di persone che hanno cittadinanza italiana. Il reddito di garanzia ha un costo mensile di un milione 255 mila euro, circa 14 milioni di euro all'anno. La media dell'assegno è un importo di 400 euro al mese e la richiesta viene fatta con l'autocertificazione con controlli a campione anche per mezzo di incroci di dati provenienti di una serie di banche dati. Zeni, ricordando che dal 2012 al 2015 la Pat, per il reddito di garanzia ha speso 47 milioni per un totale di 32 mila domande, ha aggiunto che la Giunta sta lavorando ad un riordino dei sussidi per evitare il cumulo e la frammentazione degli interventi.

Nel 2012 si spesero 20 milioni per il reddito di garanzia e per questo, e per introdurre principi di equità, vennero introdotti con una delibera dei correttivi. Anche i sindacati, del resto, hanno ammesso che ci sono stati delle distorsioni e Detomas ha affermato che fa una certa impressione sentire dire da sindacalisti che il welfare trentino è stato, a tratti, troppo generoso. Fugatti, partendo dal calo di spesa e domande nel 2015, ha ribadito che significa che qualcosa non funziona e anche il fatto che si è arrivati al 50 e 50 tra italiani e stranieri, visto che questi ultimi sono l'8%, ribadisce la validità del suo il ddl. 
 
Plotegher: il problema non sono le percentuali degli stranieri ma le risposte ai bisogni. – Secondo Violetta Plotegher (Pd) l'ottica secondo la quale si leggono questi dati è sbagliata: si deve guardare la percentuale delle popolazione che ha bisogno. E quindi il problema è capire se le risposte messe in campo vanno incontro ai bisogni. Le tabelle, ha aggiunto la consigliera Pd, ci dicono che più persone trentine si sono trovate in difficoltà non che sono calati gli stranieri. Zeni ha ricordato che il reddito di garanzia è più alto per gli stranieri perché sono stati i più colpiti dalla disoccupazione. Cia ha chiesto se ci sono casi di stranieri che percepiscono il reddito di garanzia andando però a lavorare nei loro paesi d'origine. La risposta è stata che, casi di questo tipo ce ne sono stati, ma oggi i controlli sono molto più severi e oggi i lavoratori che percepiscono gli aiuti devono rimanere qui, anche perché il lavoratore deve recarsi ai corsi di riqualificazione. 
 
Luca Campidelli, vicepresidente del consiglio dei giovani ha detto che è giusto aiutare tutti, ma anche favorire quelli che da più anni sono in Trentino ed hanno maggiormente contribuito allo stato sociale. Sì, invece, all'emendamento di Civettini, ma il nati in Trentino contenuto nel testo del consigliere della Civica Trentina, mette in difficoltà chi, vivendo vicino al confine, è nato in un ospedale di una regione confinante. Mentre Nicholas Chini, consigliere dei giovani, ha detto che, con la residenza di 10 anni, si rischia di introdurre un ulteriore elemento di discriminazione e anche la delega alla Giunta per fissare il criterio di preferenza può aprire la strada ad interpretazioni molto restrittive. Anche se, ha ricordato Walter Viola, un criterio di preferenza non può, ad esempio, affidare il 90% dei punti ai 10 anni di residenza.
 
Dopo la bocciatura del ddl Maurizio Fugatti a margine dei lavori ha rilasciato questa dichiarazione: «Il disegno di legge della Lega Nord ritiene che la normativa, i criteri e le modalità di assegnazione del reddito di garanzia oggi in vigore vadano ulteriormente rivisti al fine che il sostegno non divenga un mero strumento di assistenzialismo ma vada effettivamente a coloro che più ne hanno bisogno. Si ricorda che dagli anni 2012 al 2015 circa il 60% dei percettori di reddito di garanzia sono stati cittadini stranieri.

Considerato che oggi, in un periodo di difficoltà economica che ha portato alla creazione di nuove povertà, anche i trentini non vivrebbero un momento favorevole, si ritiene doveroso proporre la previsione di un periodo maggiore di anni di residenza sul suolo provinciale (dieci) al fine di aiutare in primo luogo i cittadini trentini. La maggioranza del centrosinistra ha preferito però rimanere ancora una volta sorda alle reali esigenze della comunità trentina bocciando il disegno di legge in oggetto; un copione a cui ormai abbiamo assistito troppe volte ma che lede i diritti della nostra gente sempre più inascoltata».

 
 

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