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Italia ed estero

L’Europa si ferma a Idomeni

 Ha ragione Matteo Renzi quando dice: “L'Europa va su Marte ma si ferma a Idomeni e vede un bambino costretto a essere lavato dalla propria mamma con una bottiglia d'acqua perché quel bambino è stato partorito in un campo profughi”.

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 Ha ragione Matteo Renzi quando dice: “L'Europa va su Marte ma si ferma a Idomeni e vede un bambino costretto a essere lavato dalla propria mamma con una bottiglia d'acqua perché quel bambino è stato partorito in un campo profughi”.

 Il rifermento del premier è alla foto diffusa nei giorni scorsi dai social network e ripresa da tutti i media internazionali, che mostra la nascita di un bimbo dentro una tenda, lavato amorevolmente dai familiari nel campo di Idomeni, in territorio greco al confine con la Macedonia.

 La decisione della Macedonia di chiudere le frontiere, a seguito dell'analoga decisione di Slovenia, Croazia e Serbia, tra l'8 e il 9 marzo, ha definitivamente bloccato la cosiddetta “rotta balcanica”, la porta attraverso la quale centinaia di migliaia di profughi sono entrati in Europa negli ultimi due anni.

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 Nel campo profughi di Idomeni sono ora ammassate circa 15mila persone, di cui il 60 per cento donne e bambini. Freddo e pioggia hanno trasformato il campo in una palude maleodorante. Gli alloggi sono insufficienti, le condizioni igieniche scarse e i rischi per la diffusione delle malattie elevati, specialmente per i bambini, che rischiano di morire per ipotermia. Il gigantesco campo di transito mette in imbarazzo i governi di mezza Europa, che con la loro ostinata opposizione ad attuare i piani di redistribuzione decisi di comune accordo a Bruxelles e con la decisione di erigere delle barriere ai loro confini si sono resi corresponsabili della tragedia umanitaria che ha travolto la Grecia.

 Nonostante i ripetuti appelli delle autorità greche ad abbandonare il campo per trasferirsi in centri di accoglienza meglio equipaggiati, i migranti si ostinano a rimanere a Idomeni, aggrappati alla flebile speranza che il Consiglio europeo di oggi e domani ribalti l’accordo con la Turchia di settimana scorsa e consenta loro di proseguire il loro viaggio verso la Germania e i Paesi del Nord Europa.

 Sì, perché sono proprio loro le persone che dovrebbero essere rispedite in Turchia, se l’accordo tra Bruxelles e Ankara dovesse essere formalizzato nei termini in cui è stato inizialmente presentato. Termini che prevendono “il ritorno di tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche” e “il reinsediamento, per ogni siriano che la Turchia riammette dalle isole greche, di un altro siriano dalla Turchia all'UE”. Un meccanismo che nelle parole del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, “dovrebbe smantellare il modello di attività dei trafficanti di esseri umani”. In cambio della collaborazione, l’Unione europea sarebbe pronta a offrire alla Turchia più soldi per gestire la crisi, un’accellerazione della tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti e la vaga promessa di ulteriori progressi nei negoziati di adesione.

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 Quelle che il Consiglio europeo ha definito “nuove misure pionieristiche” hanno fatto inorridire organizzazioni umanitarie e una buona fetta dell’opinione pubblica.

 Veemente è stata anche l’opposizione di molti uomini politici in tutto il continente. In Parlamento europeo, particolarmente netta è stata la presa si posizione di Guy Verhofstadt, capogruppo dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per L’Europa (ALDE), che, in un commento sul quotidiano britannico The Guardian sull’intesa tra Ue e Turchia, ha parlato di un “approccio non solo immorale ma totalmente sbagliato”. Il capogruppo dell’ALDE ha fatto notare che: “Le espulsioni di massa sono escluse dalla Convenzione delle Nazioni Uniti sui rifugiati del 1951, nonché dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. “Sappiamo che la Turchia non rispetta i diritti umani e ha un sistema di asilo non funzionante. Ci sono prove che la Turchia ha rispedito con la forza dei rifugiati in Siria. Vogliamo che casi come questi si moltiplichino?”, continua Verhofstadt che, al posto di firmare un accordo cinico con Ankara, propone di accellerare sull’istituzione di una guardia di frontiera e di costiera europea e di finanziare direttamente l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNCHR), affinché questo provveda a migliorare le condizioni dei siriani rifugiati in Turchia.

 Il “boccone avvelenato” di cui parla Verhofstadt, però, forse è solamente un “boccone amaro”, che alla fine l’Europa sarà costretta ad ingoiare. La capacità di accoglienza della Grecia è ormai allo stremo. “L'ultima cosa che vogliamo è che Idomeni diventi la regola”, ha fatto notare ieri Frans Timmermans, primo Vice-presidente della Commissione europea.

 L’Europa è a un bivio: può scegliere se consegnare le sue chiavi di casa alla Turchia o, invece, dar vita a uno sforzo comune per mettere in sicurezza le frontiere esterne. Il vertice di oggi e domani ci dirà che strada i 28 sceglieranno di prendere.

 In ogni caso, sarà una strada senza ritorno. 

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