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Trento

Il j’accuse di monsignor Warduni: «Chi cerca la pace non vuole la guerra»

L'Europa assiste, l'Onu latita, gli Stati Uniti di Obama non intervengono: queste le tre accuse scagliate oggi, giovedì 10 marzo, dal vescovo ausiliario di Baghdad Shlemon Warduni in occasione dell’incontro con la comunità trentina presso Palazzo Trentini. 

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L'Europa assiste, l'Onu latita, gli Stati Uniti di Obama non intervengono: queste le tre accuse scagliate oggi, giovedì 10 marzo, dal vescovo ausiliario di Baghdad Shlemon Warduni in occasione dell’incontro con la comunità trentina presso Palazzo Trentini. 
 
Accolto da Bruno Dorigatti, presidente del Consiglio provinciale e Massimiliano Pilati, presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani, Warduni ha tuttavia preferito accantonare le analisi politiche spesso fin troppo mistificatorie, chiedendo invece ascolto, giustizia ma soprattutto umanità . Presenti all’evento anche alcuni ragazzi del progetto Radio Memoriæ che, dopo l’esperienza di produzione radiofonica in cui hanno raccontato guerre dimenticate, hanno vestito i panni di giovani giornalisti per intervistare il monsignore.
 
Organizzato con il Centro per la Pace di Bolzano, l’incontro si inserisce nel più ampio ciclo annuale di conferenze dal titolo “Utopia500 – Cercando una società più giusta", inaugurato domenica 17 gennaio con l'affollatissima conferenza di Miguel Benasayag al Muse.
 
Come il filosofo e lo psicanalista argentino, anche monsignor Warduni ha offerto il suo personale e ricco contributo per coniugare il concetto multiforme di utopia. Sacerdote dal 1968 e nominato locum tenens del Patriarca di Babilonia dei Caldei fino all’elezione, il 3 dicembre del 2003, del patriarca Mar Emmanuel III Delly, Shlemon Warduni è sicuramente una personalità che più di altre può parlare della devastazione della guerra ma, in chiave speculare, anche di una speranza mai abbandonata: quella di una pace duratura per una terra dilaniata da decenni dal conflitto armato e dallo sfruttamento.
 
Le parole del vescovo di Baghdad hanno riportato in superficie il dramma di uno Stato, l’Iraq, che ancora oggi si vede costretto a combattere ciò che la violenza del passato ha lasciato in queste terre, a dimostrazione di come la guerra continui ad uccidere, lacerare, spezzare vite di tanti civili innocenti anche quando questa sia stata ufficialmente dichiarata come “conclusa” da chi in precedenza si è arrogato il diritto di scatenarla.
 
Una presunzione tutta occidentale che per anni ha riempito di inchiostro le testate giornalistiche e che ha poi tristemente ceduto il passo ad un imbarazzante silenzio, il nostro. Di fronte alle continue emergenze belliche e alle urgenze di carattere umanitario preferiamo fare orecchie da mercante e, inibiti dagli slogan populisti, crediamo che la soluzione più efficace sia quella di cancellare dal nostro immaginario collettivo il Vicino Medio Oriente. 
 
Ma non dalle nostre cartine geopolitiche. La mezzaluna fertile è infatti la zona nel mondo verso cui – secondo l’autorevole istituto di ricerca svedese SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) – è diretta la maggior parte di armamenti militari. Basti pensare a come, negli ultimi dieci anni, siano stati inviati armamenti militari dal valore di oltre 1 miliardi di dollari: più del 20% di tutte le transazioni mondiali.
 
Non c’è da stupirsi della nostra cupidigia, e il paradosso su cui costruiamo le nostre convinzioni è così chiaro da non poter essere più accantonato con ipocrisia: per cercare di mantenersi competitiva, quella che amiamo etichettare come industria della difesa finisce col cercare nuovi acquirenti e vendere armi soprattutto nelle zone di maggior tensione del mondo, come appunto il Medio Oriente.
 
A questo proposito, sono incisive le parole di accusa di monsignor Wardumi ai governi nazionali europei, che «parlano di democrazia ma odiano l’umanità perché fabbricano ciò che uccide l’uomo». Un j’accuse neanche tanto velato, che trova negli ultimi eclatanti eventi della scena politica europea l’ennesima prova. «Ecco che cos’è l’Europa» – esordisce. Hollande, presidente francese, che offre (di nascosto) la Legion d’onore al principe saudita Mohammed ben Nayef «per tutti i suoi sforzi nella regione e nel mondo nella lotta contro il terrorismo e l'estremismo», così come si legge nel comunicato saudita.
 
Difficile (se non impossibile) però considerare l'Arabia saudita come un modello, sia contro il terrorismo sia contro l'estremismo. Il tutto, ovviamente, mentre l’Eliseo tace. Le critiche non risparmiano nemmeno noi italiani. L’Italia è infatti tra i paesi che hanno venduto armi all’Arabia Saudita ma, al contrario di quanto successo in Europa, un imbarazzante silenzio vige attorno al governo guidato da Matteo Renzi rispetto alle proprie responsabilità. Una responsabilità aggravata dal fatto che gli armamenti inviati dal nostro Paese sono stati recapitati in Arabia Saudita (ed utilizzate direttamente all’interno del conflitto in atto nella penisola arabica) a conflitto in corso, fattispecie assolutamente vietata dalla legge 185/90.
 
Da anni monsignor Wardumi combatte con convinzione una quotidiana lotta contro questo rapace mercato delle armi, artefice di continui conflitti, caos e inquietudine dentro gli stessi confini statali, in primis quelli dell’Iraq. Un impegno, il suo, iniziato già nel lontano 2003 con il suo libro intervista «Dio non vuole la guerra in Iraq», in cui si opponeva tenacemente alla guerra nel Golfo. «L’Europa e l’America hanno fatto due guerre contro un solo nemico, Saddam Hussein, e adesso che in Iraq abbiamo non uno ma migliaia di nemici l’Occidente non muove un dito»: questa la sua denuncia, nemmeno tanto velata, alla comunità internazionale.
 
«L’Occidente sta dormendo – prosegue – gli iracheni sono molto inquieti perché il futuro è oscuro. Manca un governo e nel nostro Paese stanno prevalendo gli attentati, le autobombe e gli interessi personali, di partito o confessionali».  Sono passati due anni dalle parole del vescovo, rilasciate in un’intervista per www.ilsussidiario.net nell’estate del 2014, eppure la nostra cecità continua, mentre l’Iraq si trova ancora intrappolato in una fase di transizione dagli esiti assai incerti, sottoposto all’occupazione militare e devastato dalla guerriglia e dal terrorismo.
 
La minaccia dell'ISIS mostra infatti in modo evidente la debolezza dello stato iracheno (e i limiti degli interventi esteri per la ricostruzione dello stato), che oltre a non essere riuscito a creare coesione, ha perso anche il monopolio dell'uso della forza all'interno del proprio territorio. Il caos e l’assenza di un’autorità centralizzata emergono così come il retroterra ideale per le milizie di Daesh che, con un’indiscrezione che fa rabbrividire, proseguono nel disseminare terrore non solamente a Baghdad, Mosul o Falluja, ma anche nelle periferie.
 
Il patriarca caldeo, monsignor Louis Sako, e lo stesso Warduni sono infatti continuamente minacciati di morte, ma non si lasciano abbattere dalla disperazione che quotidianamente attraversa le strade di Baghdad. «Chi cerca la pace non vuole la guerra» ripete, ricordandoci l’irrazionalità della spirale di violenza in cui l’Iraq in particolare (e il Medio Oriente in generale) si trova intrappolato. Il suo è un appello che dovrebbe toccarci tutti, indistintamente, nel profondo delle nostre coscienze di uomini e donne ed incentivarci a costruire nuovi percorsi di dialogo capaci di superare la longitudine geografica, perché «dove non c’è la speranza, bisogna seminare la speranza: la mietitura sarà la libertà e l’unità tra i popoli».
 
A cura di Arianna Conci
 
 

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