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Arte e Cultura

Superbike più “social” con Althea Family

Che il "social" sia passato definitivamente da fenomeno di moda, a stile di vita per molti, è un fatto oramai assodato e, forse anche per questo, anche nel mondo delle competizioni è sempre più importante l'aspetto legato ai maggiori siti che se ne occupano.

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Che il "social" sia passato definitivamente da fenomeno di moda, a stile di vita per molti, è un fatto oramai assodato e, forse anche per questo, anche nel mondo delle competizioni è sempre più importante l'aspetto legato ai maggiori siti che se ne occupano.

Twitter e Facebook, Pinterest e Instagram, la comunicazione web è sempre più diretta, tra i team e i loro supporter, gli appassionati o i semplici curiosi, per questo pian piano stanno nascendo sempre nuove iniziative: per mettere in contatto diretto i box delle squadre più blasonate e il pubblico.

Ultima, ma sicuramente tra le più interessanti, è l'iniziativa del team Althea Racing, di Gensio Bevilacqua, da sempre molto sensibile al rapporto con gli appassionati, il vero "carburante" delle competizioni motociclistiche, che con la giornalista sportiva Alice Margaria, hanno innaugurato negli scorsi giorni "Althea Family", una finestra sul mondo del dietro le quinte della squadra impegnata nel mondiale Superbike con il marchio BMW.

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Il concetto di "filo diretto" con i box e il paddock, i continui aggiornamenti con racconti, immagini e brevi filmati, ci fanno sentire parte della "famiglia Althea", uno di quei team che sono ancora fedeli al modo di vivere le competizioni degli scorsi anni, senza tanti cordoni, segreti e body guard.

La simpatia e la verve di Alice Margaria sarà il collante di questa iniziativa, che in poche ore ha già coinvolto quasi 700 appassionati, che hanno messo il "mi piace" sulla pagina Facebook, questa affiancherà, ma non sostituirà, la pagina più "istituzionale e seria", ma al contrario, sarà l'occasione per tutti di vivere da vicino, anche se non in prima persona, la vita di un team di Superbike.

Un ritorno al passato della SBK, che, per i più fortunati che l'hanno vissuto, era fatto di contatto diretto tra il pubblico e i piloti, i loro team e i tecnici, un modo di vivere la competizione più vicino alle persone e meno interessato al "marketing", che dava la possibilità a tutti di stringere la mano a campioni come Fogarty, Bayliss, Chili e chi più ne ha, più ne metta.

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Arte e Cultura

Al Castello del Buonconsiglio il ritorno delle principesse

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Al Castello del Buonconsiglio in mostra da venerdì dopo un lungo e delicato restauro, il dipinto di Jacob Seisenneger.

L’esposizione, curata da Lia Camerlengo insieme con Francesca de Gramatica, Alessandro Pasetti Medin e Francesca Raffaelli, che celebra la restituzione al pubblico dell’importante dipinto, è una preziosa occasione per indagare la storia delle principesse figlie dell’imperatore Ferdinando I.

Elisabetta, Anna, Maria, Maddalena, Caterina: sono le cinque figlie di Ferdinando d’Asburgo re dei Romani e futuro imperatore. Le ritrae nel 1534 l’illustre artista di corte Jakob Seisenegger.

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La maggiore ha otto anni, uno appena la più piccola. Avvolte in abiti elegantissimi, giocano ignare del loro prossimo destino. Il grande dipinto faceva parte di una fastosa serie di ritratti della famiglia asburgica, destinati a decorare l’appartamento privato del principe vescovo di Trento Bernardo Cles. Del pregevole insieme rimane oggi solo questa tavola, tornata, dopo un lungo restauro, curato dalla Soprintendenza per i beni culturali di Trento, alla sua antica dimora, il Castello del Buonconsiglio.

L’esposizione, curata da Lia Camerlengo insieme con Francesca de Gramatica, Alessandro Pasetti Medin e Francesca Raffaelli, che celebra la restituzione al pubblico dell’importante dipinto, è  una preziosa occasione per indagare la storia delle piccole principesse, nel gioco politico delle dinastie europee, per approfondire il ruolo del principato trentino nello scacchiere internazionale in un momento storico cruciale, e per riscoprire un pittore insigne, che fu contemporaneo e contendente di Tiziano.

Quattro erano i ritratti di Jakob Seisenegger nel palazzo di Bernardo Cles, dove rimasero fino all’inizio dell’Ottocento. Tre di essi andarono poi perduti. Raffiguravano Ferdinando I,  la consorte Anna di Boemia e Ungheria, i figli maschi Massimiliano e Ferdinando.

L’unica tavola oggi conservata rappresenta le figlie, cinque all’epoca della realizzazione del dipinto. Nate tra il 1526 e il 1533, le piccole principesse, in abiti elegantissimi, giocano insieme, all’apparenza ignare del loro destino, vincolato alle strategie politiche della famiglia asburgica. Promessa sin da piccola a Sigismondo Augusto Jagellone, futuro re di Polonia, Elisabetta lo sposerà nel 1543. Anna sarà unita in matrimonio nel 1546 con Alberto di Wittelsbach, dal 1550 signore del ducato di Baviera.

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Maria andrà in sposa nel 1546 a Guglielmo, potente duca di Jülich Kleve Berg. Maddalena si dedicherà alla vita religiosa e fonderà il convento femminile di Hall. Caterina sposerà nel 1549 Francesco Gonzaga, duca di Mantova, e poi, nel 1553, Sigismondo, già consorte di Elisabetta, divenuto re di Polonia nel 1548.

La grande tavola di Seisenegger, tornata ora al Castello del Buonconsiglio, riallaccia il dialogo con  le opere degli artisti presenti alla corte di Bernardo Cles, impegnati a celebrare, con ritratti e richiami araldici, le relazioni tra il principe vescovo e gli Asburgo: Dosso e Battista Dossi, Girolamo Romanino, Marcello Fogolino, Alessio Longhi.

Il dipinto, insieme agli altri tre della serie, era in origine collocato nella prima stanza dell’appartamento privato del principe vescovo, al secondo piano del palazzo. In occasione di questa esposizione, è presentato, temporaneamente, nella Camera delle Udienze. Spazio politico per eccellenza, affrescato da Romanino nel 1531, questo ambiente presenta sulla volta una celebrazione della casa d’Austria. Carlo V e Ferdinando I; Carlo il Temerario, Filippo il Bello e Massimilano I conversano idealmente con gli imperatori romani: una galleria di Uomini illustri, cui le figlie di Ferdinando si accostano, proponendo una serie parallela di Donne Illustri.

Nato nel 1505 in un luogo ancora ignoto dei domini asburgici, Jakob Seisenegger si dedicò fin dall’inizio della sua carriera alla ritrattistica, seguendo i grandi esempi della pittura nordica contemporanea.

Si affermò grazie a questa specializzazione negli ambienti imperiali, ottenendo nel 1531 la nomina di Hofmaler, artista di corte, presso Ferdinando d’Asburgo, fratello dell’imperatore Carlo V. Contemporaneo e contendente di Tiziano, con i numerosi ritratti degli anni Trenta, tra cui il celebre Carlo V con il cane ora a Vienna, divenne uno dei principali interpreti e diffusori in Europa del profondo rinnovamento portato dagli Asburgo, a partire da Massimiliano, alla politica delle immagini dinastiche.

Unico dipinto di Jakob Seisenegger conservato in un museo italiano, l’opera è stata ritirata dall’esposizione permanente del Castello del Buonconsiglio, a causa di problemi conservativi, legati principalmente al suo supporto ligneo e alla sua grande dimensione. Per valutare il comportamento delle tavole lignee che la compongono, è stata a lungo monitorata, inizialmente nei depositi del museo e poi nel laboratorio di restauro della Soprintendenza. Al tempo stesso, sono state condotte indagini sui colori e sulla sottostante preparazione, per orientare accuratamente il restauro, sia del supporto che della superficie pittorica.

Al termine dell’intervento, il dipinto è stato collocato in una teca climatizzata, appositamente realizzata per garantire condizioni climatiche stabili e una sicura movimentazione Il dipinto è stato realizzato su un supporto molto sottile di tavole di pero.

La natura igroscopica del legno, che provoca inevitabili movimenti e deformazioni, ha richiesto nel corso del tempo vari interventi di restauro. L’ultimo, eseguito nella seconda metà del Novecento, è consistito in una massiccia parchettatura e nell’incollaggio di due tavole originariamente libere.

L’esito è stato un irrigidimento del supporto, con la conseguente formazione di fessurazioni e quindi di sollevamenti e cadute del colore. Nell’ attuale intervento di restauro, è stato quindi necessario sostituire questa parchettatura rigida con un nuovo telaio più leggero dotato di molle metalliche regolabili, che, pur fornendo un supporto statico alle tavole, le lascia libere nei naturali movimenti del legno.

Le indagini scientifiche condotte durante il restauro hanno consentito di ricostruire la particolare tecnica pittorica utilizzata dall’artista. Il supporto ligneo è stato preparato con un doppio strato di carbonato di calcio e colla animale, il tipico fondo bianco dei dipinti cinquecenteschi di area nordica. Su questa base, l’artista ha iniziato a operare realizzando l’impianto pittorico a tempera, con pigmenti impastati con latte/caseina.

Ha quindi proseguito con la stesura a velature dei vari colori, miscelati con olio di lino. In questo modo, facendo anche abbondante uso di lacche rosse e resinati di rame verdi, intendeva conferire al dipinto un aspetto lucido, quasi smaltato: un effetto splendente che nel tempo si è in parte perduto. Alcuni di questi colori, brillanti ma fragili, si sono infatti progressivamente opacizzati e scuriti in modo irreversibile.

 

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Spettacolo

“Din Don, il ritorno”: al cinema in Val di Sole il 9 e il 10 dicembre

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Anteprima nazionale tutta trentina, per “Din Don, il ritorno“, sequel del primo fortunato episodio che raccontava le vicissitudini di Donato (Enzo Salvi), un manager musicale che si fingeva sacerdote per sfuggire ai debiti.

Diretto da Paolo Geremei e prodotto dalla romana Sunshine Production con il contributo e il supporto di Trentino Film Commission, “Din Don, il ritorno” è stato girato in Val di Sole, tra Pellizzano, Ossana e Terzolas e ha visto al lavoro sul set diverse maestranze locali.

Il film per la tv sarà infatti proiettato in esclusiva a Fucine, in Val di Sole, lunedì 9 e martedì 10 dicembre alle 20.30, nell’evento organizzato dalla Pro Loco di Pellizzano e dal Comune di Ossana. “Din Don, il ritorno” sarà poi sugli schermi degli italiani per il periodo natalizio, in prima serata su Italia1.

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In “Din don 2 – Il ritorno”, girato interamente in Trentino, Donato è tornato a fare il manager. All’improvviso riceve una telefonata: don Dino è volato in cielo a causa di un male fulminante. Donato scopre le novità: a Roccasecca la chiesa era stata chiusa e il parroco era stato mandato in un paesino del Nord Italia, in Trentino. Donato intende dargli l’ultimo saluto e si mette in viaggio per raggiungere il paese e partecipare al funerale.

Giunto a destinazione, scopre che don Dino, nel testamento, l’ha nominato suo vice nella parrocchia affidandogli il compito di proseguire ciò che lui non ha potuto concludere. Donato vorrebbe ripartire il prima possibile, ma gli amici che hanno seguito don Dino nella sua nuova comunità cercano di convincerlo che deve restare, solo lui può proseguire la strada tracciata da don Dino. Don Donato alla fine accetta.

Nel cast, oltre ai confermatissimi Enzo Salvi, Maurizio Mattioli, Giorgia Wurth, Ivano Marescotti, Emy Bergamo, Adolfo Margiotta, Leonardo Bocci, Andrea Dianetti, Gabriele Carbotti e alla giovane Agnese Maselli, figurano le new entry Laura Torrisi, Marco Milano, Rebecca Staffelli e Crisula Stafida. Il soggetto del film è di Bruno Frustaci, che ha scritto anche la sceneggiatura insieme a Luca Biglione.

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Arte e Cultura

Ieri il professor Mario Tozzi al Muse: i rischi e l’approccio ambientale in Italia

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Ieri sera alle 20.30 al Muse Mario Tozzi, geologo e volto televisivo molto conosciuto e apprezzato, ha parlato ad un folto pubblico di persone qualificate sul modo affrontare i rischi naturali in Italia e migliorare la sicurezza del territorio e dei cittadini.

La serata è stata organizzata nell’ambito del progetto Life Franca, tre anni di lavoro, con l’obiettivo di promuovere l’approccio ad un migliore gestione del rischio ambientale in trentino Alto Adige.

Alla serata erano presenti anche il coordinatore del Progetto, prof. Roberto Poli, cattedra UNESCO sui sistemi anticipanti e direttore del master in previsione sociale dell’Universita di Trento, e il direttore del MUSE, dott. Michele Lanzingher. I due esperti hanno introdotto la serata.

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Mario Tozzi, oltre che esperto divulgatore divulgatore scientifico, è anche primo ricercatore al CNR, per cui la trattazione del tema ha avuto un valore scientifico di alto profilo.

Sapete che muoiono piu persone per la caduta di una noce di cocco che per l’assalto degli squali? 150, morti all’anno.

Ha introdotto un tema cosi importante come il rischio e la sicurezza del territorio, Il prof. Mario Tozzi, disegnando un viaggio nell’universo culturale dell’uomo rispetto alla percezione del pericolo, che ha messo in luce come gran parte dei disastri che si ripetono sulla terra, hanno una spiegazione non fatalistica, ma legate alle risposte che l’uomo dà alla Natura.

Inoltre, il fatto che nell’immaginario collettivo e individuale, spesso il rischio viene percepito in maniera molto personale, e non seguendo evidenze scientifiche e studi validati.

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Italia e Giappone sono territori simili, perché in Italia si muore di più a causa di terremoti? Le conoscenze sono simili, ricerca e studi sul tema, sono sviluppati allo stesso modo. Tanto che nel terremoto di Avezzano del 1915, vennero dal Giappone studiosi per documentarsi sulle misure messe in campo dai colleghi italiani. Iniziando di fatto una collaborazione scientifica.

Addirittura la situazione geomorfologica del Giappone è più precaria, e la frequenza di terremoti è maggiore. La spiegazione è culturale.

I Giapponesi hanno maturato nel corso dei secoli una consapevolezza rispetto al terremoto, per cui l’evento viene vissuto come un forte stimolo alla rinascita e al fare meglio. Questo atteggiamento resiliente, ha portato alla messa in campo di misure protettive sempre più efficaci, per cui il rischio terremoto è stato molto calmierato, e ha portato ad un modus vivendi per cui la pericolosità è stata notevolmente ridotto.

Il caso Italia invece, è sintomatico. Il vissuto dell’evento tragico, è legato ad una volontà soprannaturale.

Divertenti sono stati gli aneddoti legati all’eruzione del Vesuvio, e a come, in generale ci si affidi alla protezione divina del Santo, piuttosto che alla propria capacità di mettere in campo misure per evitare disastri, come costruire in zone a rischio, nei canali fluviari, e con modalità non antisismiche.

Come pure il caso di Sant Emidio, protettore dei terremotati, che fu portato in spalla dall’Italia al Portogallo, dopo un tremendo terremoto di inizio XIX° secolo. Addirittura venerato nel comune di Avezzano. Chissà cosa avranno pensato gli abitanti dopo il terremoto del 1915, con migliaia di morti….ha ricordato Mario Tozzi.

Anche qui, il punto è che, con le conoscenze scientifiche, i progressi della scienza, le evidenze delle analisi geomorfologiche, le manifestazioni della natura sono in gran parte prevedibili e cosi è veramente possibile evitare morti e danneggiamenti.

Ad Amatrice, vi erano testimonianze storiche, addirittura un libro pubblicato nella biblioteca, che racccontava di un terremoto qualche secolo fa. “E di questo ne ho parlato al sindaco”, ha aggiunto Tozzi. Lo stesso per lo tzunami del 2004 in Asia, studiato dal professore in uno dei suoi favolosi reportage: la presenza di alte maree di alta pericolosità è preannunciata da situazioni che molte tribu del luogo conoscevano, e si sono salvate disallocandosi piu all’interno in territori collinari, qualche tempo prima dell’evento.

Anche qui la memoria tramandata di fatti analoghi è diventata patrimonio di conoscenza tramandato per generazioni, come sapere di alto valore per la sopravvivenza. C’è una sorta di tendenza a non capire che la prevenzione parte dalle proprie scelte.

Da qui è arrivato, inevitabile, il problema delle misure da mettere in campo.

Continua Il prof. Tozzi, “In uno dei tanti condoni edilizio di cui è stato testimoni, come presidente di un’autorità di bacino, si visto dell’incredibile”, “ 3000 domande, in un paese di 2000 abitanti. Addirittura la richiesta di condono su un’edificio ancora da costruire, chissa forse, pensando alla lentezza dei tempi della burocrazia, era meglio portarsi avanti già prima di costruire.”

Il prof. Tozzi, è un fiume in piena, mai una pausa, e la sua narrazione precisa e coinvolgente appassiona tutti. Tanto che al termine numerose domande hanno appagato la curiosità dei partecipanti. In particolare sul tema del Mose (domanda fatta dal sottoscritto), sulla tempesta Vaia, sul ritiro dei ghiacciai, sulle possibili buone pratiche da mettere in campo per i comuni cittadini.

Un grande scienziato, gentile e partecipativo con tutti. Al termine con l’assessore alla cultura del comune di Nago Torbole Luisa Rigatti si è parlato insieme a lui per un suo coinvolgimento in un evento riguardante il lago di Garda, di cui ha ricordato il viaggio di Goethe e la morfologia particolare che si può ammirare da Nago, come il fiordo d’Italia. E a proposito di TV, Mario ci ha preannunciato il suo nuovo programma, in onda sulla RAI dal 15 febbraio 2020.

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