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Arte e Cultura

Monte Nero: guerra e confini, un’Europa che non impara dalla storia.

«Spunta l'alba del sedici giugno, comincia il fuoco l'artiglieria, il Terzo Alpini è sulla via, Monte Nero a conquistar. Per venirti a conquistare, ho perduto tanti compagni, tutti giovani sui vent'anni, la lor vita non torna più»

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«Spunta l'alba del sedici giugno, comincia il fuoco l'artiglieria, il Terzo Alpini è sulla via, Monte Nero a conquistar. Per venirti a conquistare, ho perduto tanti compagni, tutti giovani sui vent'anni, la lor vita non torna più»

È il 16 giugno del 1915, l’Italia è entrata in guerra da quasi un mese. Con un’azione che la stampa internazionale avrebbe poi definito brillante, il Terzo Reggimento Alpini conquista la vetta del Monte Nero, nelle Alpi Giulie, pagando un altissimo prezzo in vite umane. L’episodio entra immediatamente nell’immaginario alpino tramite un canto musicato da superstiti dalla battaglia.

Una canzone profonda che nasce nella tragedia della guerra e ne riflette le sofferenze: dall’abbandono della casa, alle vite spezzate nel loro fiore, al tremendo spettacolo di uomini che si lanciano disperati e logori gli uni contro gli altri, esaltati dal cognac che cancella la paura, il ricordo degli affetti e della quotidianità, tanto che i due comandi militari, come narrato da Emilio Lussu nel suo capolavoro “Un anno sull’altipiano”, provvedono efficientemente a recapitarne diverse casse alle truppe prima d’ogni assalto.

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A cent’anni di distanza il ricordo della Grande Guerra è ancora vivo. È un evento che stravolse il mondo, che contribuì a definire confini fisici, politici e culturali attraverso una violenza che poteva contare su strumenti sempre più sofisticati e mortali; barriere che oggi tornano al centro del dibattito internazionale mentre un vaso di pandora s’è aperto alle porte d’Europa.

Ricordare e raccontare questa atroce pagina della storia può insegnare molto e aiutare a riflettere sulla vacuità e l’ingiustizia di certi dogmi che si sono imposti a furor di bombe negli ultimi secoli, e che riemergono nell’attualità con il loro volto più intollerante e aggressivo, reazioni a questa globalizzazione scatenata e ai suoi effetti. Una crisi è un evento potenzialmente rivoluzionario, presagio di rivolgimenti e conflitti, dove le tensioni si acutizzano e le barriere tra gli uomini, sociali, culturali, politiche, economiche, tornano a ergersi minacciose. E le frontiere sono tra queste.

«Non ne parliamo di questa guerra, che sarà lunga un’eternità; per conquistare un palmo di terra, quanti fratelli son morti di già.  Fuoco e mitragliatrici, si sente il cannone che spara; per conquistar la trincea: Savoia ! – si va.

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La battaglia di Monte Nero faceva parte della prima grande campagna bellica sul fronte dell’Isonzo. Ne seguirono altre undici, l’ultima delle quali, nell’ottobre 1917, fu la clamorosa disfatta di Caporetto.

A cavallo tra i primi due anni di guerra viene composta un’altra canzone,Fuoco e mitragliatrici”, tra i pochi brani composti dai soldati al fronte dove l’orgoglio patriottico e la celebrazione dell’onore lasciano spazio alla critica aperta della guerra, giudicata un inutile bagno di sangue “per conquistare un palmo di terra”. L’incapacità e la miopia dei comandi risulta chiara, gli equipaggiamenti si dimostrano inadeguati, le perdite sono consistenti.

Il malcontento dei soldati al fronte cresce e il sentimento contrario alla guerra si diffonde, alimentato da coloro che in licenza tornano per qualche giorno a casa (a seguito di Caporetto, gli alti comandi decisero non a caso di limitarle, nel tentativo di sradicare il “disfattismo”). Il papa, Benedetto XV, invierà un documento a tutte le cancellerie degli stati belligeranti, definendo la guerra “un’inutile strage”. Non ricevette però alcuna risposta, se non gli strali dei nazionalisti, che lo accusavano d’essere un austriacante.

«Monte Nero monte rosso, traditor della vita mia, ho lasciato la mamma mia, per venirti a conquistar Colonnello che piangeva, a veder tanto macello, fatti coraggio Alpino bello, che l'onore sarà per te»

Il fatto che il luogo al centro di questo brano, teatro d’una “gloriosa vittoria”, sia attualmente in Slovenia, suona tanto come un’ironia della storia.
 
Nel corso del ‘900, in Europa, i confini si definiscono a suon di bombe, di guerre fratricide e di deportazioni massicce di intere popolazioni.
 
Ciò avviene in virtù dell’affermazione dello Stato-nazione omogeneo culturalmente ed etnicamente.
 
I vincitori delle guerre stabiliscono i confini alimentando risentimenti e provocando insanabili fratture.

Essi finiscono infatti per creare barriere fisiche e politiche che non coincidono necessariamente con quelle di una storia nazionale e culturale. La vicenda delle terre di confine nel periodo che immediatamente segue all’annessione al Regno d’Italia, di cui la nostra regione rappresenta un esempio paradigmatico, racconta tristemente di politiche vessatorie nei confronti delle minoranze. Il principio dell’autodeterminazione dei popoli, proclamato sommamente con la nascita della Società delle Nazioni, naufraga nella tempesta dei totalitarismi.

«O monte San Michele, bagnato di sangue italiano! Tentato più volte, ma invano, Gorizia pigliar. Da monte Nero a monte Cappuccio, fino all'altura di Doberdò, un reggimento più volte distrutto: alfine indietro nessuno tornò».

Molto spesso, parlando di storia, si sente tirare in ballo la celebre frase ciceroniana sul suo valore pedagogico. Il secolo che ci separa dalla Grande Guerra sembra però aver smentito chiaramente quest’idea; l’uomo ha imparato poco dal suo passato e continua a commettere errori già commessi. Le vicende di oggigiorno sembra che lo confermino. Il montare dei nazionalismi e la chiusura delle frontiere rappresentano serie minacce alla costruzione europea, già messa duramente alla prova dalla crisi economica. Servono una seria riflessione, l’apertura di un dialogo tra i popoli in funzione della pace e della collaborazione, l’accantonamento degli egoismi nazionali e il ripensamento delle istituzioni politiche comunitarie. Senza ciò le energie spese per un’Europa unita assomiglieranno molto a quelle vanamente profuse alla conquista di quel palmo di terra nelle Alpi Giulie. 

A cura di Davide Leveghi 

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