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Italia ed estero

Omicidio Regeni: Si rafforza la pista che porta alla polizia egiziana

Il 25 gennaio del 2011 scoppiavano in piazza Tahrir, al Cairo, le proteste che portarono alla cacciata del dittatore Hosni Mubarak. Cinque anni dopo esatti, Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano, è scomparso nelle vicinanze di quella stessa piazza.

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Il 25 gennaio del 2011 scoppiavano in piazza Tahrir, al Cairo, le proteste che portarono alla cacciata del dittatore Hosni Mubarak. Cinque anni dopo esatti, Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano, è scomparso nelle vicinanze di quella stessa piazza.

Solo nove giorni dopo, un tassista in panne ha trovato il suo corpo martoriato ai bordi dell'autostrada che dal Cairo porta ad Alessandria. "È stato un incidente stradale", hanno dichiarato all'inizio le autorità egiziane. Un'ipotesi immediatamente smentita dai molteplici segni di tortura che imbrattavano il corpo del giovane. Gli investigatori egiziani hanno avanzato allora l'ipotesi del crimine comune finito male. I media egiziani hanno collegato i segni di violenza a quelli che con cui a volte vengono "puniti" gli omossessuali.

Di tutte le tesi avanzate, solo la più plausibile è stata a più riprese scartata dalle autorità del Cairo, e cioè, che le bruciature di sigaretta, le orecchie tagliate, le ossa rotte e tutti gli altri segni di orrenda tortura siano il marchio indelebile dei servizi segreti egiziani.

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Un crimine efferato, di un sadismo agghiacciante, che sta tenendo con il fiato sospeso l'opinione pubblica italiana e internazionale.

In una conferenza stampa di settimana scorsa, il ministro degli Interni egiziano, il generale Abdel-Ghaffar, ha dichiarato: "Gestiremo il caso di Regeni come se si trattasse di un egiziano".

Dichiarazioni decisamente poco rassicuranti, se si pensa che secondo le stime dell’Organizzazione araba per i Diritti umani, sono almeno 120 i casi di sparizioni forzate risalenti a un anno fa.

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Cifre relativamente basse rispetto a quelle avanzate il 22 dicembre dalla Commissione egiziana per i Diritti e le Libertà (ECRF), che ha parlato di 340 persone sparite in due mesi: una media di tre casi al giorno.

Ma la pressione internazionale soffia sulla coltre di nebbia che avvolge le circostanze in cui il giovane ricercatore è stato ammazzato.

Sabato le rivelazioni dell'autorevole New Yok Times hanno dato vigore all'ipotesi della violenza per mano delle forze di polizia.

Secondo diverse fonti citate dall'autorevole quotidiano statunitense, il giorno in cui Regeni è scomparso, due agenti in borghese pattugliavano intorno alle sette, proprio quando si sono perse le sue tracce, il quartiere in cui viveva, alla ricerca di giovani che avrebbero potuto disturbare l'ordine pubblico.

Una fonte, cha ha chiesto di restare anonima, ha dichiarato di aver visto i due ufficiali fermare l'italiano e controllare il suo zaino e il suo passaporto, prima di condurlo via con loro. La fonte dice anche che uno dei due ufficiali era già stato nel quartiere altre volte e aveva chiesto alla gente informazioni su Regeni.

Tre poliziotti addetti al caso, intervistati separatamente, hanno presentato la stessa versione dei fatti: il giovane italiano sarebbe stato preso in custodia per la sua reazione impertinente nei confronti degli ufficiali di polizia. "Era molto maleducato e si comportava come un duro", dice uno dei poliziotti intervistato dal New York Times.

E tutti e tre i poliziotti intervistati hanno sostenuto che Regeni era stato sospettato di essere una spia perché la rubrica del suo cellulare conteneva i numeri di membri della Fratellanza Musulmana e del gruppo di sinistra Movimento 6 aprile. Due gruppi bollati dal regime di Al Sisi come terroristi.

"Pensavano fosse una spia – spiega un poliziotto – Del resto, chi viene in Egitto per studiare i sindacati?".

Giulio Regeni era un dottorando di 28 anni e si trovava in Egitto per condurre una ricerca sulla condizione dei sindacati. Un giovane coraggioso alla ricerca della verità, in un Paese dove chi dice la verità è, quando va bene, imprigionato con l'accusa di terrorismo.

Un ragazzo che, come tanti altri là in Egitto, è rimasto intrappolato nella ragnatela di un odioso regime, che ha nei suoi giovani il più strenuo avversario. Perché a 28 anni niente ti può fermare. Niente eccetto la morte.

 

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