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Nuovo partner, vecchio modello di relazione? Cambiano i fattori, ma il prodotto rimane il medesimo.

SUNTO:“Coppie mature, unione tra separati o divorziati, speranza di non riprodurre il modello antecedente destinato al fallimento”

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SUNTO:“Coppie mature, unione tra separati o divorziati, speranza di non riprodurre il modello antecedente destinato al fallimento”

Mi piacerebbe pensare che anche alle dinamiche sentimentali si possa adattare la legge della fisica, secondo cui tutto si trasforma e nulla si distrugge, e penso anche che nella fisiologia dei rapporti umani questa sia la normale evoluzione delle cose, ma nella realtà attuale assistiamo invece frequentemente ad una “presunta” fine dei rapporti affettivi.

Dico presunta, perché a mio parere è solo sostituito il collante del legame, passando quasi sempre inconsapevolmente da un sentimento socialmente approvato quale l’amore, ad uno socialmente bandito ma realisticamente e fisiologicamente diffuso quale è il livore fino a giungere all’odio.

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Nel mondo emotivo, le dinamiche fluiscono in modo molto diverso rispetto al mondo della razionalità, ed imparare a tenerne conto ci aiuterebbe ad avere un maggior contatto con la realtà, evitando di alimentare dentro di noi false credenze ed interpretazioni fuorvianti.

Così si può provare grande difficoltà a lasciar andare il passato concentrandosi sul presente, perché in realtà il legame esiste ancora, è semplicemente cambiata l’energia che lo alimenta.

Ma vediamo le dinamiche in dettaglio: giungiamo alla fine di un rapporto di coppia per il quale tanto si era investito, si attraversa e si supera il fisiologico periodo elaborativo, dopodiché i più coraggiosi che scelgono di darsi un’ulteriore possibilità rimettendosi in gioco, possono impegnarsi in un nuovo rapporto (magari tra persone non più giovanissime), profondendo il massimo impegno al fine di evitare di riprodurre il precedente modello, rivelatosi fallimentare.

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Ci si innamora di nuovo, si sente che la vita ha ripreso i suoi colori, e gli entusiasmi riemergono da una sorta d'oblio in cui erano andati piano piano a spegnersi nel corso della precedente fase. E’ un momento magico, la solitudine si allontana, le paure si attenuano, la percezione di aver fallito si ridimensiona, e il senso del quotidiano si irrobustisce.

Ma… in fondo in fondo, nella parte più intima della propria consapevolezza, si percepisce sempre più chiaramente una sottile paura, un timore, un pensiero ricorrente: quello che anche questa volta possa andare a finire male.

A questo punto le possibilità sono molte, ma quelle più funzionali e ricorrenti, sono sostanzialmente due:

  • Si può ripetersi razionalmente che queste paure non hanno motivo di esistere, perché lui è diverso, le circostanze sono diverse, i tempi sono diversi e lei è diversa. Questa è la strategia dell’auto convincimento, che trova il tempo che trova, perché le paure interiori profonde non scompaiono negandole, anzi, solitamente più tentiamo di zittirle più le loro voci si acuiscono.

  • La seconda possibilità, che io caldeggio sempre con forte convincimento, è quella invece di portare a galla questi timori, perché se esistono e si fanno sentire, significa che in fondo in fondo, alla radice dei nostri funzionamenti qualcosa non è ancora così chiaro e risolto, ed è sempre consigliabile dare ascolto al nostro Mondo Interiore, perché solitamente prende spunto da esperienze già vissute.

È buffo come dentro ogni essere umano esista un meccanismo difensivo che induce a negare ed ignorare le “stonature”, anziché accordare gli strumenti in modo da eliminarle, creando una reale armonia d’insieme.

Dovremmo tener conto che il nostro agire è strettamente correlato ai sistemi operativi interni che abbiamo iniziato a strutturare e consolidare fin dalla prima infanzia, introiettando i modelli comportamentali delle figure di accudimento primarie, incontrate lungo il cammino evolutivo.

Questo ci invita ad accettare il fatto che nelle nostre interazioni, noi pensiamo e ci comportiamo, molto frequentemente, in modo meccanico e ripetiamo dei modelli ricorrenti che consideriamo gli unici possibili solo perché non ne abbiamo appresi di diversi.

Inconsciamente noi andiamo a cercare un partner che corrisponda ai modelli che abbiamo introiettato, ora, se tali modelli sono sani, ben vengano, ma nel caso più frequente in cui i modelli interni presentano dei malfunzionamenti, siamo destinati ad attirare costantemente un certo genere di partner, e non dovremmo stupirci quindi, se andremo a perpetuare un modello di coppia molto simile al precedente, se non identico.

Possiamo così giungere alla conclusione che non è solo cambiando partner che risolveremo il nostro malessere interno, perché non è tanto importante chi abbiamo davanti, quanto la tipologia di giocoche intendiamo instaurare con lui. (- la tela di Aurora Mazzoldi intitolata “Agganci” simboleggia chiaramente due di queste tipologie di gioco -)

Per questo motivo ritengo essenziale lavorare sui modelli interni che andiamo a generare nel corso della nostra vita affettiva, individuarli, osservarli, non giudicarli, comprenderli, consapevolizzarli, e scegliere con estrema libertà, soprattutto in base ai risultati raccolti fino a quel momento se è il caso di lasciarli andare o mantenerli e perpetuarli.

Quello che muove le nostre scelte quindi, secondo me, non è una questione di sfortuna o di destino, è un bisogno inconscio, una volontà rimossa, uno scopo censurato, ed è solo attraverso un’autentica e lucida assunzione di responsabilità che si possono sciogliere i giochi, trasformandosi in registi della propria esistenza anziché in vittime impotenti.

Sarebbe molto più produttivo e costruttivo, attraversare virtualmente i meccanismi di sofferenza (definiti giochi di potere dalla psicologia introspettiva) vissuti nel nostro passato, andarci dentro senza giudizi, senza etichette, senza adattamenti e senza rimozioni, portare la consapevolezza a rivedere le nostre scelte più profonde, quelle vere, cercando di porci con quell’obiettività che caratterizza uno scienziato quando si trova di fronte ad un fenomeno da analizzare e comprendere in tutta la sua complessità.

Solo con un atteggiamento aperto e scevro da interpretazioni razionali, potremo realmente entrare nell’esperienza rivivendola come se assistessimo alla proiezione di un film già visto, ma osservato ora da una prospettiva completamente diversa ossia quella della non identificazione.

Non si può negare che un tale lavoro ci conduca a rivivere emozioni forti e raramente gradevoli, che vorremmo non rivivere più, ma questa, a differenza di tante altre, è una delle poche sofferenze la cui rivisitazione è realmente utile e funzionale alla guarigione. Nel momento in cui rivediamo i nostri conflitti emotivi interni, senza identificarci con essi, abbiamo imboccato il cammino dell’integrazione di noi stessi.

Eppure, malgrado la soluzione appaia così “semplice”, (in realtà questo processo è tutto fuorché semplice naturalmente, ma è anche l’unico che dia dei risultati veri e definitivi), sono in pochi coloro che scelgono questo percorso.

Come mai? Non si vuole costruire un rapporto sano, armonico e appagante? Perché non si vuole capire che per aprire un nuovo capitolo bisogna prima aver studiato e appreso fino in fondo il precedente, senza censure o zone d’ombra?

Solo l’assunzione di responsabilità (da tenere sempre e assolutamente distinta dal concetto di senso di colpa), la comprensione e la consapevolezza possono realmente sciogliere e lasciar andare quelle nostre aggroviglianti abitudini disfunzionali, che tanto ci hanno complicato la vita di coppia nel passato, alimentando incomprensioni e sofferenze gratuite.

L’ironia della sorte è che all’inizio di una nuova relazione, di una nuova convivenza o di un nuovo matrimonio, (momento ideale per smantellare vecchi meccanismi e strutturarne di più sani ed armoniosi), l’ultima cosa che si desidera, solitamente, è proprio lavorare su sé stessi.

Non lo si considera necessario perché si conclude che il problema del fallimento precedente era il precedente partner, era lui/lei quello sbagliato, per cui ora avendolo cambiato il problema è risolto.

Ci si dice che sta andando tutto “talmente bene”, che anche quando sesi individuano alcune asperità o incomprensioni, si fa finta di nulla, ci si dice che sono delle inezie, si sceglie il buonismo e la negazione perché si crede che facendo finta di non vedere o sentire le incongruenze, queste si risolvano da sole.

Sappiamo bene che non è così, e puntando il nostro sguardo sulla scritta di coda del film “..evissero per sempre felici e contenti”, si rischia di perdere di vista la realtà, scivolando nella pericolosa china della “morte annunciata” della nostra relazione affettiva.

A cura di Antonella Giannini 

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