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Trento

Nuovo scontro Sindacato – Unifarm, Flammini: «caso operaia grottesco»

 
 
Continua la diatriba fra Unifarm e dipendenti, da una parte l'azienda che dichiara la sicurezza dei propri impianti ed il benessere delle proprie maestranze, dall'altra il sindacato Multicategoriale di base che dichiara l'esatto contrario. 

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Continua la diatriba fra Unifarm e dipendenti, da una parte l'azienda che dichiara la sicurezza dei propri impianti ed il benessere delle proprie maestranze, dall'altra il sindacato Multicategoriale di base che dichiara l'esatto contrario. 
 
Lo scontro – e non è la prima volta – verte sul caso di un'operaia in condizioni di salute cagionevoli e abbastanza gravi che Fulvio Flammini definisce senza peli sulla lingua «grottesco».
 
L'operaia Unifarm con un contratto di lavoro part time di 24 ore settimanali, nel novembre 2014 venne ricoverata d’urgenza per una grave malattia cardiaca, subendo un delicato intervento e sottoponendosi alla necessaria terapia riabilitativa, nonché farmacologica, con assunzione anche di medicinali salva-vita. Dopo il periodo massimo di malattia ammesso dalla contrattazione collettiva, accedeva all’aspettativa non retribuita per completare le cure, chiedendo inoltre di poter modificare il proprio orario giornaliero di lavoro al fine di poterlo conciliare con le terapie in atto.
 
«La direzione UNIFARM dapprima ignorava la richiesta, – racconta Flammini segretario del sindacato di base multicategoriale – poi tentava far passare l’operaia come assente ingiustificata dal lavoro e, solo dietro forti pressioni sindacali, le concedeva un ulteriore periodo aspettativa senza retribuzione. La visita medica di sorveglianza, disposta per legge presso il medico competente aziendale, certificava la patologia della dipendente, dichiarandola idonea al lavoro con precise limitazioni nei movimenti e negli sforzi fisici, nonché con prescrizioni atte ad evitare complicazioni al suo stato di salute. Nulla però certificava in merito all’orario di lavoro da combinare con la terapia farmacologica. L’operaia pertanto si vedeva costretta a rivolgersi alla commissione medico-legale, competente per legge, per rivedere il giudizio d’idoneità psico-fisica emesso a suo (s)favore dal sanitario aziendale, costituita presso l’A.P.S.S. di Trento. Il collegio, nel riconfermare la possibilità dell’operaia di lavorare con le limitazioni e le prescrizioni già individuate dalla sorveglianza sanitaria, si raccomandava però di concordare un orario fra azienda e lavoratrice, compatibile con la terapia dei farmaci salva-vita dalla medesima assunti».
 
A questo punto la dirigenza UNIFARM, anziché collaborare con la commissione sanitaria, proponeva alla dipendente il suo orario di lavoro precedente la sua grave patologia, ovviamente impossibile da conciliare con le sue cure, oppure una prestazione tutta incentrata sulla parte serale del turno, ancor più incompatibile con la terapia. Infatti il tipo di farmaci salva-vita assunti dalla lavoratrice, sono direttamente correlati ad una precisa dieta alimentare, tale da non consentire di poter cenare a piacimento in ogni tempo e senza limiti.
 
«UNIFARM ha circa 330 dipendenti, – precisa Flammini – non è un esercizio pubblico o un’attività commerciale di piccole dimensioni, per cui la modifica dell’orario di una sola operaia con anticipo di tre ore giornaliere, non determinerebbe alcun danno al ciclo produttivo del colosso trentino. E questo è stato dimostrato proprio durante il lungo periodo di assenza della lavoratrice in questione, le cui mancate prestazioni non hanno minimamente intaccato la produzione. Fatto sta che la dipendente chiedeva un urgente incontro per dirimere la questione, assistita dal proprio sindacato di fiducia. Il direttore del personale si presentava alla riunione eccependo la comprensibilità del referto rilasciato dalla commissione medico-legale all’operaia e chiedeva una sorta di interpretazione autentica da parte del collegio medesimo. Nel frattempo l’azienda avrebbe ridotto l’orario di lavoro della propria dipendente dalle 24 ore stabilite nel contratto di lavoro a 10 ore medie settimanali».
 
Il dirigente medico della commissione, interpellato sul referto rilasciato all’operaia, forniva ulteriori spiegazioni ed interpretazioni. Nonostante ciò UNIFARM, persiste nel far lavorare la propria dipendente malata 10 ore medie a settimana, non concedendole un orario di lavoro giornaliero compatibile con la sua terapia farmacologica.
 
All’ultima visita di controllo è stato constatato un peggioramento delle condizioni di salute della lavoratrice, che ovviamente sta vivendo negativamente questa situazione. Sono aumentati i suoi livelli di stress e di ansia, così come l’insonnia, anche dovuti all’incerta situazione economica derivante dalle poche ore lavorate.
 
«Perché, ci domandiamo, questo accanimento contro la dipendente da parte della dirigenza UNIFARM?» si chiedono ripetutamente i sindacati. 
 
Secondo il segretario del sindacato di base ci sarebbe una vera persecuzione nei confronti di tutti gli iscritti a S.B.M., sindacato inviso all’azienda.L’operaia ha fatto causa per il riconoscimento del livello superiore, che viene riconosciuto a tutte le maestranze con determinata anzianità, «eccezion fatta per gli iscritti a S.B.M» – spiega ancora Flammini,  vincendo la causa in Tribunale. «L’operaia si è sempre battuta per i propri diritti contrattuali e legali e questo non piace ad Unifarm» – Aggiunge Flammini.
 
Il segretario del sindacato di base conclude con un duro attacco ai vertici Unifarm, «dobbiamo aspettare il suo totale annientamento psico-fisico o magari qualcosa di ancor più grave, perché i signori dirigenti di UNIFARM decidano di modificare l’orario giornaliero della dipendente malata? E’ questo il livello di cinismo che dobbiamo aspettarci d’ora in poi da questi manager superpagati? Una cosa è certa: se la signora dovesse subire ulteriori umiliazioni e questo stato di sua prostrazione non dovesse essere rimosso con urgenza, i dirigenti UNIFARM ne risponderanno personalmente»
 

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