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Borsellino: una nuova famiglia che sta per nascere

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La Comunità Rotaliana-Königsberg ha deciso di avviare sul proprio territorio il progetto “Famiglie in rete”, nato da un’idea del dottor Pasquale Borsellino, Direttore della Struttura complessa Unità operativa materno-infantile età evolutiva e famiglia per il distretto socio sanitario 2 di Valdobbiadene-Montebelluna nella provincia di Treviso, e attuato nell’ULSS 8 dal 2008.

Dopo una prima presentazione agli addetti ai lavori per il sociale, realizzata nel mese di febbraio a San Michele all’Adige, e due giornate di formazione agli operatori, che si sono svolte nei primi giorni di novembre, si è giunti a una nuova tappa: la presentazione alle Amministrazioni locali.

Nella sala auditorium della Cassa Rurale di Mezzocorona si è svolto l’incontro tra il dottor Borsellino, la sua collaboratrice la dottoressa Stefania Turra e il Presidente della Comunità Rotaliana-Königsberg Gianluca Tait, l’Assessore alle attività socio assistenziali Marco Frasnelli, cinque rappresentanti del loro territorio (il sindaco di Mezzocorona Mattia Hauser, seduto in prima fila accanto al sindaco di Mezzolombardo Christian Girardi, Renato Tasin, sindaco di Zambana, Luca Ferrari, sindaco di Roverè della Luna e il sindaco di Nave san Rocco Joseph Valer) e tanti altri operatori ed esponenti politici.

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Pasquale Borsellino, padre di questa importante e rivoluzionaria iniziativa, che ha cambiato il volto al territorio veneto, ha iniziato il suo intervento ponendo una domanda all’attenta platea: che idea abbiamo del mondo noi adulti e che, quindi, trasmettiamo ai nostri figli? 

Nel Veneto la seconda causa di morte negli adolescenti è il suicidio e questo può avere a che fare proprio con l’idea del mondo che noi adulti trasmettiamo loro, l’idea che fuori da quelle porte noi non siamo al sicuro o che fuori il mondo è pronto ad aggredirci o a prenderci qualcosa che noi abbiamo.

Anche noi operatori poco vediamo cosa funziona: la comunità locale è un organismo nel cui interno esiste già una possibilità di risposta in termini di autogeneratività e di autocura.

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Com’è nata l’idea di costruire delle reti nel territorio?

Nel territorio veneto si stava un po’ troppo ricorrendo alla istituzionalizzazione dei bambini con costi economici ed emotivi enormi e in violazione della normativa internazionale e nazionale che dice che il bambino ha diritto a vivere all’interno della propria famiglia (art. 1 legge 28 marzo 2001, n. 149)

Troppo spesso invece che frenare un fiocco di neve a monte ci trovavamo una valanga a valle. Noi servizi funzioniamo in un paradosso: interveniamo solo se la situazione è grave, mentre la comunità continua a squilibrarsi e a trovare un nuovo equilibrio quotidiano: mi chiedo se gli operatori conoscono questi processi generativi, di auto mutuo aiuto, se li favoriscono oppure se addirittura ci sono politiche che li impediscono?

Se provassimo a pensare che un bimbo che nasce nel nostro comune è di tutti in termini di corresponsabilità allora ci chiederemmo che ricchezza di relazioni trova un bambino che nasce oggi in questo territorio? Di ciò non può rispondere solo l’Amministratore, ma tutti. Spesso la logica è se il nuovo arrivato trova un p.i.l. adeguato. Ma quante relazioni, quanta generatività trova?

Il progetto sposa l’idea di prossimalità nel senso che solo chi ci sta vicino si accorge se c’è qualcosa che non funziona, ma chi ci sta vicino deve sentirsi corresponsabile anche della mia salute. Quindi ciò che accade intorno mi riguarda oppure no?

Il compito dell’Amministratore all’interno della sua comunità è proprio la sensibilizzazione in termini di corresponsabilità rispetto ai problemi.

Troppo tempo abbiamo lavorato in termini di delega. Il presidente Kennedy disse “non chiederti cosa deve fare l’America per te ma cosa puoi fare tu per l’America”. Perché le risposte devono arrivare solo dalle Istituzioni?

Abbiamo assistito al passaggio dal welfare state (lo stato che eroga servizi) al welfare community (la comunità che attiva servizi) alla community care (la comunità che innesta processi di auto muto aiuto, di auto cura). L’autocura ci chiama tutti ad un rapporto diverso con ciò che ci circonda: cosa posso fare io per gli altri, per cambiare le cose?

Il progetto ha portato ad un calo delle istituzionalizzazioni dei bambini, ad un risparmio notevole di risorse pubbliche, ma questo è marginale perché in realtà ha creato delle sentinelle attive, delle persone, delle famiglie che iniziano a guardare la vita in modo diverso, a vedere se intorno a loro qualcuno sta vivendo un momento difficile.

Il fatto che una famiglia soffre e un minore sta male non deve essere un affare degli assistenti sociali, del comune, ecc.. se qualcuno soffre e ha un problema io mi devo sentire in qualche modo responsabile.

STEFANIA TURRA E PASQUALE BORSELLINO

Il dottor Borsellino ha poi proseguito:

L’idea chiave è che ci sono famiglie che vivono nel cuore della comunità, mentre quelle che tendono alla marginalizzazione vivono nella periferia della comunità.

Negli anni di lavoro si è capito che a parità di problema chi vive nel cuore della comunità trova un aiuto prossimale, chiedendo aiuto a qualcuno che conosce, a quei rapporti che ha saputo creare negli anni, mentre le famiglie in periferia sono famiglie che ricorrono ai servizi di protezione e cura.

Qual è il compito dell’Amministratore locale se non operare una contaminazione tra queste due realtà, perché non lavorare con le famiglie generative che fanno accoglienza per riuscire a fermare questi percorsi di marginalizzazione? Questo è il cuore del progetto: andare nelle comunità locali, parlare con le famiglie generative e ingaggiarle in un lavoro che ci aiuti a frenare. È una sorta di riequilibrio di rapporti e relazioni all’interno di una comunità locale.

Oggi la famiglia, che nasce su un bisogno antropologico di vivere in comunità, condividere, stare insieme, vicinanza, è cambiata: la cultura narcisistica e l’individualismo fanno sì che non investiamo più sui legami, sulle relazioni e nel momento in cui siamo in difficoltà siamo soli. Inoltre, è nella famiglia che i bambini capiscono come prendersi cura di sè e degli altri.

L’obiettivo del progetto è, quindi, ridurre le situazioni di vulnerabilità familiare, i processi di esclusione e isolamento. Come? Creando nel territorio reti di solidarietà tra famiglie che operano in sinergia con i servizi pubblici.

Cosa dovrebbero fare i servizi per poter lavorare in un’ottica di rete con le famiglie?

I servizi dovrebbero divenire:

da servizi che insegnano a servizi che apprendono;

da servizi che dettano i tempi e i modi a servizi che stanno ai tempi e ai modi;

da servizi che valutano a servizi che valorizzano;

da servizi che chiedono fiducia a servizi che costruiscono fiducia;

da servizi che danno un servizio a servizi che si mettono al servizio.

Ora il nostro territorio aspetta le future azioni di coloro che, in una sala riscaldata dall’entusiasmo, dalla determinazione, dalla professionalità e dalla profonda umanità di Borsellino, sapranno farne tesoro.

 

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