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Arte e Cultura

Solo una bambina…e che bambina però!

Mi appresto a leggere questo ebook con particolare curiosità: perché l’autore è giovane, perché la copertina allude a qualcosa che vorrei sapere – ‘Di chi sono gli stivali infangati? Sono dismessi per sempre o solo a fine di una faticosa giornata?- e per il fatto che mi rendo conto sino dalle prime righe che è ambientato in luoghi a me non lontani.

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Mi appresto a leggere questo ebook con particolare curiosità: perché l’autore è giovane, perché la copertina allude a qualcosa che vorrei sapere – ‘Di chi sono gli stivali infangati? Sono dismessi per sempre o solo a fine di una faticosa giornata?- e per il fatto che mi rendo conto sino dalle prime righe che è ambientato in luoghi a me non lontani.

Scopro poi già dopo poche pagine che “Solo una bambina” é un vero romanzo, non un tentativo di un giovane alle prime armi.

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Si tratta infatti di una storia ben strutturata, con piani narrativi gestiti nel presente del protagonista (Francesco) e nei flash-back, ed è quasi pronta per diventare un film, perché man mano che procedo nella lettura vedo una sequenza dopo l’altra.

Il linguaggio è sempre accurato e controllato, i personaggi hanno spessore e, anche quando parlano poco, sono pienamente in scena.

Del lavoro di Gianni Paris devo dire però che, ancora più di questi aspetti, mi ha interessato, come donna, l’attenzione che ha prestato all’universo femminile.

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Gianni, dalla tua storia gli uomini non escono né vincenti, né coraggiosi, né degni; le donne protagoniste, invece, sono tutte, comunque, più scaltre (Gioia), più perspicaci (la piccola Ophelia), più nobili, (Alma).

A cosa puoi ricondurre questo tipo di considerazione che riservi loro nel tuo racconto, ma forse anche nella vita?

Credo di essere cresciuto in una società fortemente maschilista. Ora, grazie soprattutto ad internet, anche nelle zone più remote si possono avere notizie con rapidità e conoscere nuovi stili, mode e conquiste, mentre nei primi anni novanta, invece – negli anni della mia infanzia – era molto diverso. Credo che tutto ciò abbia influito nel mantenimento di una comunità statica, quella che in sintesi rappresento nel romanzo, con la donna condannata all’oblio oppure a doversi ingegnare. Solo da pochi anni si è cominciato a mettere in discussione alcuni schemi consolidatisi nei secoli..

Che peso pensi abbiano le donne nelle relazioni affettive in genere e non solo in un romanzo?

Stimo molto le donne, le considero una risorsa formidabile che per lunghi secoli (o forse millenni) è rimasta inespressa o, comunque, relegata ai bordi, capace di emergere solo saltuariamente attraverso dure e cruenti lotte. Nella donna intravedo una complessità, una capacità di leggere le situazioni in chiave innovativa e mai banale. È come se secoli di marginalità l’avessero temprata e resa più sfaccettata, più profonda.

Mi hai un po’ dribblato sulle “relazioni affettive” e nel tuo romanzo c’è un grosso conto in sospeso con una forma di amore., però questa domanda mi rendo conto che apre dei mondi e lascio che ognuno legga autonomamente questo aspetto.

Sullo sfondo invece, ma nemmeno poi tanto, c’è la vita di provincia, che delinea e limita gli orizzonti di tutti protagonisti, anche quelli che, solo per un periodo all’anno, vi trascorrono le vacanze, come la famiglia di Ophelia, che, proprio perché proveniente da un contesto più urbanizzato, sembra cercarne i “paletti”.

Quanto pesa per un giovane come Francesco, il protagonista del tuo libro, nascere in provincia ed ereditare, anche proprio malgrado e anche nonostante l’emigrazione nella metropoli londinese, una sorta di senso genetico della “ristrettezza”?

Questa è una domanda assolutamente brillante, alla quale non avevo mai pensato finora. Beh, credo che Francesco si senta fortemente radicato al suo territorio d’origine. Nonostante tutti i sacrifici e i tentativi, sospetto che abbia sviluppato una sorta di “Sindrome di Stoccolma”, quel singolare e malsano stato di dipendenza affettiva che in taluni casi si manifesta in coloro che subiscono violenze. Malgrado le migliaia di chilometri percorsi c’è un vincolo, una sorta di stigmate inscritta nel suo DNA. Incancellabile forse.

In questa storia ci sono tanti elementi universali, per questo lo ritengo un romanzo maturo e di ottimo livello, sia umano che letterario. Sei riuscito, attraverso la storia di Francesco, a parlare della sofferenza della solitudine, di quella della malattia (tumore e anoressia), di quella della disfatta. Sei riuscito a dire quante famiglie agli occhi dei compaesani “normali”, nascondano voragini di vessazioni e soprusi.

Oggi il dibattito sulla famiglia è accesissimo e qui tu ne tratteggi una che è quella che nessuno di noi vorrebbe sperimentare da dentro, ma che da fuori ancora moltissime ne vediamo, con un padre che lavora, con un figlio unico, con una madre che prepara volontariamente buoni pranzetti.

Che cosa ti senti di dire rispetto a questo?

Penso che la “amiglia tradizionale” non sempre sia la miglior forma di famiglia nella quale crescere. Conseguentemente sono a favore di qualsiasi tipo di unione, nelle sue più svariate combinazioni, purché in essa i membri trovino appoggio, sostegno, rispetto e amore reciproco. Non amo le categorizzazioni, non credo che il giusto risieda sempre nel bianco o nel nero. Credo siano le sfumature a farci evolvere.

Scelgo volontariamente di non entrare in merito alla trama, perché, pur reggendo il plot dall’inizio alla fine, sarebbe, a mio avviso, riduttivo per la qualità di quello che ci rimane dalla lettura, ovvero la necessità di impegnarci, affinché quello a cui abbiamo assistito come lettori non accada nella vita reale.

Non trovo bello cercare sempre di incasellare tutto e tutti, ma se dovessi definire questo romanzo lo direi “naturalista”.

Tu riesci in qualche modo a definirti o non lo desideri?

Non ero mai riuscito ad incasellare questo romanzo in alcun modo, ma la tua definizione mi convince, è appropriata. La approvo 

Un’ultima domanda Gianni, che tipo di attività è per te la scrittura?

Molti sostengono che la scrittura sia liberatoria o comunque necessaria per il benessere. Io la penso in maniera totalmente differente. La scrittura è l’attività più logorante e dispendiosa che abbia sperimentato (lavoro manuale compreso). Devi abbattere i luoghi comuni che albergano in te, mettere in discussione ogni elemento che ti caratterizza, limare e raffazzonare col rischio di dilapidare decine di ore per ritrovarti con una mezza paginetta. A questo punto mi si potrà dunque obiettare: “Perché scrivi? Non è obbligatorio, puoi anche non farlo!” Ed è un’osservazione giustissima. Scrivo, o meglio ho scritto, perché un’onda insopprimibile mi ha trascinato. Se non l’avessi avvertita non avrei scritto, e difatti in questo momento mi sto dedicando ad altre attività. Spero di non averti tediata troppo.

Assolutamente no, ti ringrazio molto e non esagero dicendo che ho letto la tua storia con lo stesso coinvolgimento che mi hanno suscitato alcuni grandi della letteratura.

Grazie a te, queste parole sono il più bel riconoscimento.

Intervista a cura di Barbara Gramegna

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