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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Sul Guardian la riapertura a Trento del processo alla strega Toldina

Non solo i giornali locali e nazionali, ma anche giornali stranieri come il Guardian hanno parlato del processo che ci sarà a Trento per riabilitare, se necessario, Maria Bertoletti, detta Toldina, condannata a morte 300 anni fa, perchè strega.

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Non solo i giornali locali e nazionali, ma anche giornali stranieri come il Guardian hanno parlato del processo che ci sarà a Trento per riabilitare, se necessario, Maria Bertoletti, detta Toldina, condannata a morte 300 anni fa, perchè strega.

La condanna, pronunciata il 10 marzo 1716, impose decapitazione e, successivamente, rogo, eseguiti 4 giorni dopo, a Brentonico.

La riapertura del processo è stata richiesta dal Comune di Brentonico, in particolare dal sindaco Christian Perenzoni e dall’assessore alla cultura Quinto Canali.

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La questione streghe affascina e interessa da tanto tempo romanziari, giornalisti, storici, persone comuni… con l’effetto che su questo tema si raccontano incredibili sciocchezze, girano innumerevoli luoghi comuni, nonostante la storiografia di oggi, non più ideologica come quella di età illuminista e positivista, abbia messo in chiaro molte cose.

Anzitutto partiamo dalla Toldina: come ricordava Paolo Di Stefano, fu condannata “non dal tribunale ecclesiastico (come avveniva nei territori soggetti all’Inquisizione romana), ma dal foro penale laico (secondo la costituzione carolina germanica)” (Corriere della Sera, 22/10/2015). Quando? Nel 1716, nel nostro Trentino.

Abbiamo già alcuni dati che ci permettono di allargare il discorso:

  1. la cosidetta “caccia alle streghe” è stata un fenomeno non di età medievale, come spesso si crede e si dice, ma soprattutto di età moderna. Il culmine della caccia alle streghe si ha tra il 1590 e il 1640.

  2. la gran parte dei processi furono condotti non dai tribunali ecclesiastici, ma da quelli secolari, laici: l’idea secondo cui l’artefice principale dei processi sia stata la Chiesa è di matrice illiminista, ed è legata ad una battaglia culturale nella quale l’avversario doveva essere accusato sempre e comunque di “oscurantismo”. Questo accadrà anche nei secoli successivi: sia Mussolini, che Stalin, che Hitler, tutti impegnati ad accusare gli altri di “intolleranza”, accuseranno la Chiesa di aver bruciato “milioni di streghe”.

    Gli studi di grandi storici come Henry Kamen (L’Inquisizione spagnola, Feltrinelli, 1966), Bartolomè Bennassar (Storia dell’inquisizione spagnola, Rizzoli, 1980), Andrea Del Col, (L’inquisizione in Italia, Mondadori, Milano, 2009), Adriano Prosperi (Tribunali della coscienza, Einaudi, Torino, 1996), F. Cardini, Marina Montesanto (La lunga storia dell’Inquisizione, Città Nuova, Roma, 2005), Brian Levack (La caccia alle streghe in Europa agli inizi dell’età moderna, Laterza, Roma-Bari ) …. e di tanti altri hanno dimostrato che laddove vi fu l’Inquisizione, soprattutto in italia e Spagna, le condanne per stregoneria furono pochissime e finirono molto prima che altrove.

    Ricorda il Del Col: “D’altra parte c’è chi resta contrariato perché questa istituzione dalla fama sinistra (l’Inquisizione, ndr) non è più presentata nelle ricerche originali recenti come assolutamente violenta, e gli inquisitori non appaiono più assetati di sangue e di sesso. Risulta infatti da questi studi che l’Inquisizione non fu sanguinaria come si credeva”. E ancora: “…molte cifre macroscopiche (di condanne dell’Inquisizione, ndr) provengono dalle correnti anticlericali del XIX secolo che cercavano con ogni mezzo di porre in cattiva luce l’operato della Chiesa… è ragionevole credere che il numero dei condannati si aggiri intorno a qualche migliaia”. E a pagina 14 fa una precisazione interessante: “Il (presente) volume, infatti, è privo di immagini. La scelta è deliberata e ha una motivazione culturale: le immagini di interrogatori, torture, autodafè e roghi sono in genere posteriori ai fatti e risultano spesso condizionate dalla leggenda nera”.

    Ricorda invece il Prosperi, nell’opera citata: “i tribunali laici giudicavano in materia di malefici- l’accusa di aver fatto morire animali o persone, per esempio- e procedevano in genere con maggior rapidità e durezza rispetto ai giudici ecclesiastici”. Questo perché, come ricorda il dal Col, “i giudici dei tribunali secolari rispondevano meglio alle aspettative e alle richieste delle popolazioni”.

A questo punto possiamo fare brevemente un’altra domanda: quante furono le streghe condannate?

I numeri, per quantificare un fenomeno, hanno la loro importanza. Per il gerarca nazista Himmler, interessatissimo al tema, la Chiesa cattolica aveva bruciato 5 o 6 mila donne tedesche; altri, nello stesso secolo, avrebbero raccontato che le streghe bruciate in Europa furono 6 milioni (Mary Daly, 1978), o persino 9 milioni (Andrea Dworkin, 1974)!

Oggi gli storici, pur non potendo arrivare a conclusioni certe, sono di questo avviso:

  1. il numero complessivo di processi in Europa in 3 secoli: circa 110 mila

  2. di questi circa 50.000 si svolsero nella sola Germania (laddove Italia e Spagna ebbero circa 5000 processi a testa, cioè un decimo)

     3. il numero complessivo di vittime della caccia alle streghe: circa 60.000.

Parte della Germania e alcune terre tedesche(in particolare la Svizzera tedesca) sono state quelle che più di tutte hanno avuto il fenomeno della caccia. Il Trentino, che dalla cultura tedesca è stato sempre influenzato, è stato proprio per questo caratterizzato da fenomeni di caccia estranei a gran parte del resto dell’Italia.

Perchè la Germania?

I motivi sono vari:

  1. la presenza di un fondo pagano che rimase sempre operante, causa una cristianizzazione a volte solo di superficie (la mitologia e la religione pagana germanica è popolata di streghe, folletti, gnomi cattivi, lupi mannari… molto di più delle religioni pagane greche e romane; il cristianesimo per secoli ha combattuto queste credenze, come superstiziose; fu Carlo Magno, nell’VIII secolo d. C., nel suo Capitulatio de partibus Saxoniae, il primo a vietare il rogo di streghe e stregoni, molto diffuso in quelle terre);

  2. un forte intervento contro le streghe di Martin Lutero, che così come aveva invitato i principi ad ammazzare “come cani arrabbiati” i contadini ribelli (Martin Lutero, Scritti politici, Utet, Torino 1978, p. 515), e come aveva invitato a “dare fuoco alle sinagoghe e alle scuole” degli ebrei, a “distruggere e a smantellare le loro case” (Martin Lutero, Degli ebrei e delle loro menzogne, Torino 2000, pp. 188-190; si veda anche Angela Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli, Siena, 2012), analogamente incitò ad usare la stessa durezza verso le streghe: “bisogna ammazzarle tutte”; “accenderei io stesso i loro roghi” (Massimo Centini, Le streghe nel mondo, De Vecchi, Milano, 2002, p. 37)

  3. la ricorrenza di fenomeni naturali, quali carestie ecc., che spingevano la gente a trovare un capro espiatorio, specialmente nei luoghi dove meno forte erano i poteri organizzati, Chiesa e Stato (e dove quindi non c’era spesso neppure bisogno di processo: all’accusa seguiva quasi immediatamente il linciaggio).

Potrebbero sorgere molte altre domande.

La prima: ma davvero furono sempre “streghe”?

Ma ci furono anche streghe colpevoli?

Quanto alla prima domanda, siamo forse ancora una volta di fronte, almeno in parte, ad un luogo comune, che, ripetuto all’infinito, diventa una “verità”. Sin dall’antichità pagana (si pensi a Circe, Medea, Canidia…) abbiamo la presenza di streghe donne; ma non mancano affatto gli stregoni uomini (maghi e astrologi si ritenevano, nel Cinquecento, Della Porta, Campanella, Bruno…; vedi Paolo Rossi, Il tempo dei maghi. Rinascimento e modernità, Raffaello Cortina, Milano, 2006).

Secondo il sociologo e storico americano Rodney Stark, che ha fatto un’ampia revisione della letteratura sul tema, le streghe rappresentano circa i due terzi dei processati; gli stregoni maschi un terzo.

Ma questi ultimi sono stati condannati più spesso e più severamente.

Quanto alla seconda domanda, è risaputo che molte tra le persone condannate lo furono ingiustamente: come capri espiatori; per placare la paura collettiva; accusati per invidia, superstizione; accusati per aver curato, magari senza esito, o perisno, ma involontariamente, con esito nefasto… con le erbe…

Ma è anche vero che non sono mai mancate streghe e stregoni che si ritenevano tali, e che praticavano fatture, filtri, avvelenamenti... e che arrivarono, in certi casi, forse sotto effetto di droghe allucinogene, ad infanticidi e omicidi rituali.

Due soli esempi, uno dal mondo antico, e uno dall’attualità.

Il primo: il poeta latino Orazio, nei suoi Epodi V e XVII, ci parla della strega Canidia che fa filtri magici uccidendo un bambino, e mescolando “piume di civetta, uova di rospo viscide di sangue, erbe di Iolco…”. Nel commento a queste poesie il latinista Enzo Madruzzato scrive: “La magia nell’antichità era così diffusa e temuta –perfino sacrifici di infanti rapiti sono attestati– che una denuncia di stregoneria (quella di Orazio appunto, ndr) non era inverosimile”( Orazio, Odi ed epodi, Bur, Milano, 1985, p.534).

Il secondo: l’Ansa del 24/7/2009 recitava: “Nairobi, 24 luglio- Nove persone sono state condannate per stregoneria in Burundi in quanto ritenute responsabili degli assassini di almeno 12 albini. Lo dice la Bbc on line. E’ il primo processo per omicidio di albini – fenomeno diffuso in queste regioni – che viene concluso. Parti delle membra delle vittime – braccia, gambe e genitali le piu’ ricercate – venivano poi contrabbandate in Tanzania dove sono usate da streghe e stregoni per creare pozioni magiche che porterebbero fortuna in amore ed in affari”.

La Toldina verrà riabilitata? Può darsi… successe già ad una illustre donna, Santa Giovanna d’Arco, condannata come strega dagli inglesi per uno scopo politico: diffamare la sua memoria e quindi le sue vittorie militari. Dopo la sua morte fu fatto un processo di revisione, e Giovanna fu riconosciuta innocente (si vedano i libri su Giovanna d’Arco della medievista francese Regine Pernoud).

Oppure si potrebbe venire a scoprire che la Toldina veramente si riteneva strega e faceva strani riti come Canidia…

Staremo a vedere…

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«Dieci brevi lezioni di filosofia»: in uscita il nuovo libro di Francesco Agnoli

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Esce tra qualche giorno, per l’editore Gondolin, Dieci brevi lezioni di filosofia, di Francesco Agnoli, giornalista e scrittore trentino.

Nel giorno dei morti, riportiamo due pagine del libro, quelle in cui Alain Turing discute, in un dialogo immaginario con Tommaso d’Aquino, dell’immortalità dell’anima.

Nella storia delle macchine il fisico e matematico Alain Turing (1912-1954) è un nome imprescindibile.

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Nel 1931 l’autore di The bomb, una macchina elettromeccanica capace di decifrare il codice segreto tedesco Enigma, e l’ideatore della “macchina universale di Turing“, scrive un saggio, Nature of spirit per la madre di un caro amico defunto, Christopher Morcom.

In questo saggio Turing nota che “noi possediamo una volontà capace di determinare, probabilmente in una piccola porzione del cervello, possibilmente su tutto il cervello, l’azione degli atomi. Il resto del corpo agisce in modo da amplificare questa volontà“.

Esiste dunque una volontà umana, invisibile, immateriale, eppure efficace, che governa la materia, gli atomi.

Continua Turing:Personalmente ritengo che lo spirito sia in realtà eternamente connesso con la materia, ma di certo non sempre dallo stesso tipo di corpo. Un tempo ho creduto possibile che, alla morte, uno spirito entri in un universo completamente separato dal nostro, ma oggi considero materia e spirito così intimamente connessi che ciò sarebbe una contraddizione in termini. E tuttavia è possibile, anche se improbabile, che un universo del genere esista… Quanto poi alla connessione stessa tra spirito e corpo, io penso che quest’ultimo possa ‘attrarre’ e tenere unito a sè uno ‘spirito’ in virtù del suo essere un organismo vivente, e quindi che i due siano tra loro saldamente connessi finchè il corpo sia vivo e sveglio”, mentre “quando il corpo muore” accade che ciò che “consente al corpo di tenere unito a sè lo spirito se ne va anch’esso, e presto o tardi, forse immediatamente, l’anima trova un nuovo corpo“.

Francesco Agnoli

Infine, continua Turing, “quanto alla questione del perchè si abbia un corpo, e perchè non si voglia o non si possa vivere liberi come spiriti e come tali comunicare, probabilmente potremmo farlo, ma allora non ci resterebbe più assolutamente niente da fare. E’ il corpo che fornisce allo spirito le cose di cui occuparsi e le cose da usare“.

E’ evidente che Turing, al di là di molti dubbi, ha due idee ben chiare: lo spirito esiste ed è immortale; il corpo è ad esso “saldamente connesso“, quasi necessario. Almeno per l’uomo, si potrebbe aggiungere.

Proviamo ora ad immaginare un confronto tra Turing e Tommaso d’Aquino.

Anche per il filosofo medievale lo spirito umano è incorruttibile; anche per lui, nel solco di Aristotele, spirito e corpo non sono – come invece volevano l’orfismo, i pitagorici, Platone, le filosofie orientali e come dirà Cartesio-, due realtà ben distinte e dualisticamente separate, bensì due co-principi costantemente interagenti di un’unica sostanza, di quell’unico essere che è l’uomo.

In altre parole il corpo non ospita semplicemente un’anima, ma è materia vivificata e guidata dall’anima (e di conseguenza il cadavere, non animato, è altra cosa rispetto al corpo umano).

E la morte, allora? Ricordiamo Turing: egli non sa dove mettere lo spirito, una volta morto il corpo. In un “universo completamente separato dal nostro“, o in un “nuovo corpo“?

La prima soluzione gli sembra non sia logica, proprio in nome del profondo legame esistente tra spirito e corpo.

Ma la seconda, solo adombrata, è però contraddittoria con quanto detto in precedenza da lui stesso.

Immaginiamo ora che Tommaso provi a spiegargli la contraddizione: Caro Turing, ci unisce la comune credenza nell’esistenza dello spirito. Ora però facciamo un passo ulteriore: tu sostieni l’intima connessione, sostanziale e non accidentale, tra lo spirito, che è immateriale, personale, soggettivo, unico, e il corpo ad esso connesso: se anima e corpo sono così profondamente compenetrati e non meramente accostati, dovresti logicamente dedurre che il corpo non può essere un semplice contenitore dell’anima. Invece, in modo non coerente, separi lo spirito dal suo corpo, riducendo di fatto il corpo ad un mero contenitore, come i sostenitori della reincarnazione. Così però ricadi nello spiritualismo che hai negato, e che riconosce di fatto dignità soltanto allo spirito (perchè fa del corpo qualcosa di insignificante, impersonale, intercambiabile). Per comprendere la realtà dell’uomo dobbiamo tenere insieme immortalità dello spirito e sua intima connessione con il corpo, secondo il dettato biblico e il retto uso della ragione. Io credo che la risposta stia nella risurrezione dei corpi, un dogma cattolico estraneo sia alle filosofie materialiste sia a quelle spiritualiste. Infatti senza la risurrezione del corpo, l’anima umana rimarrebbe in una condizione per lei innaturale, data la relazione essenziale che ha con il suo proprio corpo. Risurrezione dei corpi significa dunque che l’unicità e la personalità di ogni spirito sta insieme, sempre, con l’unicità di ogni corpo, e che non esiste per me, per te, salvezza vera che non sia salvezza anche del corpo“.

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62 anni fa, la sciagura di Marcinelle (Belgio)

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Sono passati 62 anni dalla sciagura di Marcinelle (Belgio) dove 262 minatori, tra questi 136 italiani, perirono l’8 agosto 1956, nella miniera di carbone al Bois du Casiez. Tra i 136 Caduti italiani anche il perginese Primo Leonardelli.

Passate le prime ore di stupore, la mobilitazione fu generale.

La Croce Rossa, i Pompieri, la Protezione Civile, l’Esercito e la Polizia (ma anche semplici cittadini) unirono le loro forze.

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Nei giorni successivi arrivarono rinforzi di soccorso da Ressaix, Frameries, Beringen. Dalla Francia arrivò Emmanuel Bertieaux con delle apparecchiature di radiotelefonia, dalla Germania arrivò Karl Von Hoff con un laboratorio mobile per le analisi dei gas.

Le scuole dei dintorni furono convertite in mense e dormitori, le chiese in camere ardenti. E mentre in superficie l’assistente sociale G. Ladrière, “l’angelo del Cazier”, cerca di consolare le famiglie, nelle gallerie, Angelo Galvan “la volpe del Cazier” cerca i suoi compagni di lavoro. Galvan e i suoi amici soccorritori, tra molti pericoli, nel fumo, nel calore e nella puzza di bruciato e di morte cercarono, invano, eventuali superstiti.

La notte del 22 agosto, alla profondità di 1035m, svanirono le ultime speranze. Il giorno 8 agosto intanto la giustizia aveva avviato la sua inchiesta. Il 13 agosto furono sepolte le prime vittime. Il 25 agosto, il ministro dell’economia Jean Rey creò una commissione d’inchiesta, alla quale presero parte due ingegneri italiani, Caltagirone e Gallina del Corpo delle Miniere Italiane. Anche la confederazione dei produttori di carbone creò la sua inchiesta amministrativa. Queste tre inchieste dovevano fare “ogni luce” su cosa era accaduto nel pozzo St. Charles di Marcinelle il mattino dell’8 agosto 1956. Nessuna di queste istituzioni mantenne pienamente le sue promesse.

Nel quarantesimo anniversario della sciagura, vale a dire l’8 agosto del 1996, ebbi l’onore di rendere omaggio, in rappresentanza del Consiglio Provinciale e Regionale, con i Gonfaloni della Provincia e della Regione, assieme all’on. Mirko Tremaglia, segretario generale del Comitato Tricolore Italiani nel Mondo, a tutti i Caduti della sciagura della miniera di “Bois du Casiez “.

Per quanto riguarda il ricordo della sciagura di Marcinelle qui potete avere tutte le notizie nel merito

Nella foto, la delegazione del MSI-DN, con l‘on. Mirko Tremaglia, capo del CITM (ndr Comitato Tricolore Italiani nel Mondo), nel quarantesimo anniversario della tragedia. Tra gli altri, il sottoscritto (l’ultimo a destra).

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Marco Andreatta: «Verità per noi vuol dire togliere dall’oblio»

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Napoleone Bonaparte fu il primo statista ad essere profondamente interessato, sin da da giovane, alla matematica (in particolare alla geometria).

Durante gli anni della vita militare e poi del potere, ritenne che la matematica e la scienza potessero essere di grande aiuto per vincere le battaglie e per organizzare al meglio il suo Impero, mentre negli anni dell’esilio, quelli dell’impotenza, sembra che la matematica continuasse ad interessarlo per motivi filosofici, come un sostegno razionale alla fede religiosa ritrovata.

Anche oggi la matematica è nello stesso tempo terreno di discussioni filosofico-religiose e oggetto di attenzioni da parte del potere.

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In Cina e in Corea del Sud c’è una corsa ad accaparrarsi i migliori matematici, offrendo stipendi d’oro a matematici occidentali che vanno in pensione, assumono molti giovani. Si stanziano quantità di denaro che da noi sono impensabili, nella convinzione che anche da qui passi il primato economico-politico nel prossimo futuro“: lo afferma Marco Andreatta, matematico di prestigio internazionale, professore di Geometria all’Università di Trento, presidente del grande Museo delle Scienze della città, il Muse, e soprattutto direttore del Centro Internazionale di Ricerche Matematiche (CIRM).

Professore, come è iniziata la sua passione per la matematica?

“Non mi è chiarissimo. In una precedente intervista ricordavo che un qualche ruolo può averlo avuto anche la lezione di un giovane e brillante sacerdote che un giorno disegnò sulla lavagna non il solito triangolo con l’occhio al centro ma un magnifico cerchio e disse: così come capite che il cerchio non ha un punto di inizio e uno di fine, così potete anche capire che Dio è tutto, è inizio e fine al tempo stesso. Ero incerto tra la filosofia, la medicina, perchè mi allettava l’idea di poter fare qualcosa di concreto per il prossimo, e, appunto, la matematica. Alla fine ho scelto quest’ultima”.

E’ iniziata così l’avventura in una Libera Università giovanissima, quella di Trento.

“Sì, a Trento era nata da poco la celebre università di Sociologia, e Bruno Kessler, politico della Dc, decise di farvi sorgere anche una facoltà di scienze, piccola ma speciale, moderna ed avanzata, aperta alla comunità internazionale. Per renderla più appetibile offriva ai professori ottimi finanziamenti per laboratori e salari più alti che nel resto d’Italia. Tra i fisici, arrivò il professor Fabio Ferrari, che fu il primo preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, dal 1972 al 1977 e poi rettore. Ferrari aveva lavorato in America con il Premio Nobel Emilio Segrè”.

E per la matematica?

“Arrivarono professori dalla Normale di Pisa, allievi del grande Ennio De Giorgi, come Mario Miranda ed Enrico Giusti, e da Padova, come l’algebrista Giovanni Zacher. Ho avuto la fortuna di studiare con personalità davvero di spessore. Poi, dalla piccola università con professori celebri, al mondo sono andato, prima a Bologna, Trieste, poi negli Usa, in Germania e di nuovo in Italia a Milano, per allargare gli orizzonti”.

Oggi lei dirige il Cirm. Di cosa si tratta?

“Il CIRM è un centro di produzione e diffusione della ricerca matematica, unico nel suo genere in Italia, e simile a molti altri centri prestigiosi in tutto il mondo. Il suo obbiettivo è quello di favorire lo scambio culturale, libero e di alta qualità scientifica, attraverso l’organizzazione di workshop, scuole e convegni a cui partecipano matematici da tutto il mondo. Centinaia di matematici si ritrovano da noi ogni anno per affrontare una qualche tematica, e per discutere tra loro. Vede, ai matematici piacciono molti gli scambi personali e orali, magari con lavagna e gessetto. Le intuizioni più belle possono venire come una scintilla mentre si ascolta un collega che espone risultati recenti, durante una riflessione a due. La matematica infatti è un modo esplicito di ragionare: ci sono rigore, regole, ma c’è anche spazio per la fantasia, la creatività, il libero arbitrio… E’ interessante vedere come due matematici possono arrivare in modo diverso allo stesso risultato. Un Teorema matematico viene formulato in maniera universale, ma un ricercatore giapponese, ad esempio, può arrivare alla sua dimostrazione per strade diverse da quelle percorse da un europeo, sia nella forma che nella intuizione; la dimostrazione riflette l’ambiente culturale nella quale è stata costruita”.

Riguardo alla matematica, Lei ebbe a dire: «Non ho mai dato troppo peso all’aspetto utilitaristico, ma ho sempre pensato che sotto questo ragionamento razionale ci sia la speranza che la fatica terrena avrà un senso superiore».

Chiariamo due cose: anzitutto non c’è solo la matematica, ci sono tante altre cose che non sono ad essa riducibili, ad esempio l’amore per il prossimo. Quando un uomo dà ad un altro il suo mantello, per coprirlo dal freddo, non lo fa per la matematica. Questo tipo di fatica terrena ha probabilmente un senso superiore; ma forse lo ha anche un impegno serio e rigoroso nella ricerca scientifica per il progresso umano. In secondo luogo la matematica, la scienza in generale, opera con ragionamenti basati sulla causalità; questo è ciò che sosteneva già Platone qualche migliaio di anni fa. Ci si chiede: qual’è la causa? L’uomo cerca sempre la causa, e poi a ritroso la causa iniziale. Euclide comincia i suoi libri con questa definizione: un punto è ciò che non ha parti. Prosegue quindi derivando altre definizioni e poi proposizioni. Partiamo da una causa iniziale, e questo suggerisce evidentemente un parallelo con la ricerca filosofica e religiosa di una Causa di tutto, di un’ Origine. Scienza e fede in questo senso sono due strade parallele, che non confliggono, mantenendo la loro autonomia. Certamente un uomo nella sua vita si deve porre la domanda: c’è o non c’è un fine ultimo dell’esistenza?”

Per voi matematici, le formule sono “belle”, godibili. Ma anche utili…

“C’è un’etica della matematica che ci educa a cogliere con rigore una verità contingente, e c’è anche un’estetica: la bellezza è anche ordine, armonia, proporzione… E poi c’è l’utilità della matematica, oggi alla base dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni tecnologiche. Oggi la lotta mondiale per la supremazia nella ricerca scientifica punta ad assicurarsi un buon esercito di matematici. Questa è la politica delle potenze emergenti del far east, come la Cina, il Giappone, la Corea del Sud: con notevoli investimenti finanziari per l’istituzione di centri di ricerca e di convegni nel campo della matematica queste nazioni diventano sempre più luoghi di scambi scientifici. Ho partecipato recentemente ad alcuni convegni in Asia e posso testimoniare che l’accoglienza è sempre in pompa magna, con rispetto per le nostre ricerche ma con un’ esplicita volontà di fare meglio. La Cina sta pensando di trasformare una splendida isola del Pacifico in un luogo di ricerca permanente”.

Nel Novecento l’Europa perse il proprio primato scientifico anche a causa del nazismo e del comunismo, che fecero fuggire in America i migliori cervelli. E oggi?

“Una lettura storica è forse più complessa di quella riassunta nella domanda: le leggi razziali del fascismo e del razzismo fecero indubbiamente fuggire alcuni tra i migliori nostri cervelli, anche una politica culturale autarchica ha prodotto molti danni. Oggi in Europa ed anche negli Stati Uniti si possono ripetere errori analoghi, causati da posizioni di rinnovato sapore autarchico. Le potenze asiatiche sopra menzionate da questo punto di vista si muovono molto meglio, e forse anche la Russia. Oggi i miei migliori allievi troverebbero subito una cattedra pagata profumatamente in Asia, mentre qui i finanziamenti alla ricerca crollano. Nel contempo, mentre cercano i nostri cervelli, i cinesi richiamano dagli USA i loro connazionali fuggiti durante la rivoluzione culturale. Come detto sopra non c’è solo una lotta per l’egemonia politica ed economica, nel mondo, ma anche per quella culturale, scientifica”.

estratto da un’intervista comparsa su La verità dell’8 luglio 2018

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