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Spettacolo

Giorgio Cascone: l’ultimo poeta della musica trentina.

C'era una volta una carriera. Per uno che è nato il 28 settembre 1949 ed è passato come protagonista dalla rivoluzione degli anni '60, poi dall'Hard Rock e dal progressive degli anni 70, dal pop e dalla disco music degli anni '80 e poi dal funky e così via, verrebbe semplice vivere di ricordi.

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C'era una volta una carriera. Per uno che è nato il 28 settembre 1949 ed è passato come protagonista dalla rivoluzione degli anni '60, poi dall'Hard Rock e dal progressive degli anni 70, dal pop e dalla disco music degli anni '80 e poi dal funky e così via, verrebbe semplice vivere di ricordi.
 
Invece per lui, e stiamo parlando di Giorgio Cascone, i suoi ricordi sono quelli dell'ultimo concerto, quello di ieri sera per intenderci, o meglio di domani sera. Già, perché di smettere di suonare e divertirsi per lui non se ne parla proprio. 
 
Ogni volta che passo a trovarlo mi aspetto di sentirlo dire: «Caro Roberto ho appeso la chitarra al muro». Macchè, l'ultima volta mi ha persino confidato che ha in mente una cosa innovativa, un nuovo progetto musicale. La legge dei grandi numeri non l'ha aiutato nella sua carriera musicale inziata a 15 anni in giro per il mondo, ma Cascone a Trento ha dato molto, per questo viene chiamato, «l'ultimo poeta della musica trentina», dove ultimo, attenzione, non vuole dire che dopo di lui non verrà più nessuno.
 
Ottimo musicista, fine arrangiatore, esecutore pignolo ma soprattutto grande trascinatore. E qui si ferma il musicista, ma poi arriva l'uomo, quello vero. Se lo guardi bene con la sua pipa in bocca e gli occhialini sembra un bel intellettuale, di quelli d'altri tempi, uno che suona la chitarra e studia filosofia insomma. 
 
Il suo cellulare è vecchissimo, lui è ancora uno di quelli che il sabato e la domenica lo tiene spento. Me ne accorsi quando tanti anni fa volevo fargli gli auguri di buon compleanno che cadevano il sabato. Ebbene, non ci fu verso di contattarlo e allora pensai, «che figura che ci faccio». I messaggi SMS? non ci provate, nemmeno risponde, non so dirvi se perchè non vuole rispondere oppure non ne è capace.
 
Ma oltre alle tecnologie, con cui non ha un gran bel rapporto, di un po' vecchiotto ha mantenuto i valori. Valori dell'amicizia, del rispetto e della stima. Dai suoi occhi dolci vedi l'onesta e la lealtà, ma ancora tanta voglia di realizzare qualcosa, di mettersi in discussione. Vorrei vedere voi a 67 anni montare e smontare la strumentazione, provare i volumi, partire nel pomeriggio e tornare a tarda notte a casa. E tutto questo in nome di cosa? solo della Musica, questa magica parola che lui stesso definisce da tempo «un linguaggio universale che unisce tutti i popoli».
 
Nel 1965 fondò il complesso dei «Guelfi» insieme Giorgio Anesi alla chitarra, Sergio Depaoli alla batteria e Renato Meneghini al basso. «In quel momento – dice Cascone – decisi che avrei fatto il professionista». All'inizio è stata dura, anche grazie a qualche manager disonesto come quella volta a Jesolo dove alla scadenza del terzo mese al momento dell'incasso fece la terribile scoperta; l'agente infatti si era portato via tutti i soldi! «Non avevamo nemmeno i soldi per tornare a casa, – ricorda Cascone – dovevamo fare qualcosa per sopravvivere.» E da li cominciò un'odissea incredibile fatta di notti a dormire in cabine telefoniche, sulla spiaggia, in cantine umide e polverose. «Ma dopo circa una settimana trovammo da suonare in altri locali e così la nostra estate finì bene.»
 
Altri tempi, e me ne accorgo quando leggo sul suo primo contratto musicale stipulato con le terme di Chianciano questa clausola:  «È obbligo presentarsi con la divisa, è vietato ridere e sghignazzare, è vietato avere contatti con le cameriere…» Decisamente altri tempi…
 
Il segreto della sua longevità? «Credo sia dovuta a una capacità di adattamento alla musica e a una ricerca costante di nuove tecniche e nuovi arrangiamenti. Per questo ogni qualvolta che studio un arrangiamento diverso per una canzone trovo dentro di me nuove motivazioni ed entusiasmi» – mi spiega.
 
E allora quando mi dice che per lui Bob Dylan rappresenta il suo modo di vivere e di pensare attraverso le sue canzoni e che da sempre segue De André, Fossati, Lou Red, Neil Young e Gary Moore non mi stupisce.
 
Lui mi dice spesso che si sente un «Blues Man», ma so per certo che ascolta di tutto e che un paio di anni fa ha anche arrangiato dei pezzi dei Green Day.
 
Ma lui è ancora quello che ti parla sottovoce e ti guarda in modo dolce e sereno e con te non discute, ma ti ascolta e dopo averlo fatto in modo timido e rispettoso esprime la sua idea. Se parli di musica con lui capisci subito che ne profondamente innamorato, «la musica – mi confida – è una cara amica da cui rifugiarsi quando sei triste, una splendida amante quando sei alla ricerca di emozioni. E una mamma quando vuoi sicurezza e fiducia. Chi non ama la musica non conosce l'emozione, la sensibilità, quindi diventa una persona arida e vuota. La musica allarga la mente, non ha confini, è un linguaggio universale dove bianchi, neri, gialli, diventano una persona sola.»
 
Lui, insieme al suo gruppo, è forse la persona che suona di più in tutto il Trentino e mi viene da chiedermi il perché. La risposta arriva subito, «Per far conoscere la musica ai giovani d'oggi bisogna proporla con il loro linguaggio. Mi è capitato in alcuni locali di sentire musicisti anni 60 che proponevano le stesse canzoni di quel tempo senza nessun arrangiamento o cambiamento.(NdR – tutte le canzoni che vengono proposte live sono completamente arrangiate) Questo, oltre che essere patetico, credo non aiuti i giovani ad ascoltare le vecchie canzoni dei nostri tempi.»
 
Ma più parlo con lui di musica e della sua vita più sento un velo di tristezza sottotraccia e capisco il perché, «il mio unico rimpianto è non aver continuato il professionismo, ma nel 1972 ho dovuto scegliere se sposarmi e mettere su famiglia o vagabondare con la chitarra in mano per tutta l'Europa. Allora scelsi la famiglia…»mi confida tristemente
 
In queste sue ultime parole, per la prima volta sento la voce di Giorgio Cascone alterarsi, al punto di rompersi sotto la pressione di antiche emozioni. Ora ha gli occhi lucidi, trattiene a forza le lacrime, sento il suo cuore battere forte pieno di emozione, di ricordi. Forse è quel ragazzo che tanti anni fa era partito con la chitarra sulle spalle cantando la sua musica, forse è l'uomo di oggi che rivede la sua vita. Entrambi bussano alla porta della sua sensibilità, quella stessa che per tutta la vita gli ha permesso di trasformare la canzone in poesia.
 
Ha suonato in tutta Europa e in Asia, ma per lui, farlo qui a Trento magari dopo otto ore di lavoro è la stesso cosa, perché quando senti l'amore, l'entusiasmo e le forti motivazioni non importa con chi e dove suoni.
 
Per uno che, documenti alla mano, sull'età consigliamo di mantenersi sul vago diventa stupefacente come la sua vitalità lo mantenga davvero su uno standard di vita tipo «stile giovanilistico e fresco». Lui è sempre scattante, sorridente, felice della vita, soprattutto davanti a clienti, titolari di bar e locali, direttori, manager e amministratori. Ogni tanto lo guardo e penso da ex musicista, «ma come fa questo» – ricordando le fatiche che facevo io durante i concerti live. 
 
E guai a chiedergli se tutto questo fare, e tutto questo suonare, e tutto questo studiare, non gli abbiano imposto compromessi irrimediabili. «Ho sempre suonato la musica che mi piaceva» – osserva subito lui. 
 
Innovatore? sperimentatore? non so come chiamarlo, so solo che il suo obiettivo principale è il voler regalare musica di qualità a un pubblico eterogeneo, provando magari a risvegliare quello italiano, assopito negli ultimi anni da «talent e reality a nastro».
 
Così, mentre parlo con lui e capisco che la sua mente vola tra uno spartito e l’altro, intuisco che è arrivato il momento di salutarlo. E mentre dentro di me risuona il suo nome vagamente italo americano, e quando lo guardo mi pare di parlare con Ivano Fossati, mi viene voglia di fare un'ultima domanda, «ma quando smetterai di suonare»? lui abbassa gli occhialini, attende alcuni secondi e risponde: «Mai caro Roberto, perchè questo mi fa vivere».
 
È allora che capisco come ha fatto ad uscire indenne da 55 anni di musica e cambiamenti. Arrivederci Poeta, continua a fare il sarto dei tuoi sogni, come ami ripetere spesso, a presto Gio' Cascone, al prossimo incontro, al prossimo concerto…
 
a cura di Roberto Conci
 

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