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Italia ed estero

Salva banche: sbagliato dare la colpa all’Unione europea

Riecco il solito scarica-barile. Mercoledì l'agenzia di stampa Reuters ha pubblicato una lettera inviata dalla Commissione europea al governo italiano alla vigilia dell'approvazione del cosiddetto decreto “salva banche”. Secondo alcuni, governo compreso, questa sarebbe la prova che la Commissione ha obbligato le autorità italiane a coinvolgere azionisti e obbligazionisti subordinati nel salvataggio delle banche in difficoltà.

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Riecco il solito scarica-barile. Mercoledì l’agenzia di stampa Reuters ha pubblicato una lettera inviata dalla Commissione europea al governo italiano alla vigilia dell’approvazione del cosiddetto decreto “salva banche”. Secondo alcuni, governo compreso, questa sarebbe la prova che la Commissione ha obbligato le autorità italiane a coinvolgere azionisti e obbligazionisti subordinati nel salvataggio delle banche in difficoltà.

Partiamo dall’inizio. Lo scorso novembre il governo italiano ha approvato il decreto “salva banche”, per risolvere la questione di quattro popolari sull’orlo del fallimento (Banca dell’Etruria, Banca Marche, le Casse di Risparmio di Ferrara e Chieti). La soluzione adottata dal governo ha fatto sì che migliaia di azionisti e obbligazionisti subordinati abbiano perso i loro risparmi.
Una soluzione che anticipa la procedura di risoluzione che entrerà ufficialmente in vigore in tutta Europa a partire dal prossimo gennaio. Si tratta del cosiddetto bail in, che prevede che a contribuire al salvataggio delle banche non siano coloro che pagano le tasse, ma chi nella banca ha investito, assumendosi un rischio potenzialmente molto remunerativo. 
Ci sono solo due opzioni quando una banca è sull’orlo dalla bancarotta. Nel primo caso, a metterci il capitale è lo stato, attingendo ai soldi dei contribuenti. Nei casi peggiori, quando il capitale residuo è molto scarso e, perciò, l’iniezione di capitale da parte dello stato è grande, la banca viene nazionalizzata. A spese di chi paga le tasse. Questo è quello che è successo in molti paesi europei dopo lo scoppio della crisi finanziaria nel 2008. Una soluzione che ha scatenato un’indignazione generale. “Perché i contribuenti dovrebbero pagare gli errori delle banche?“, gridava allora la gente.
Nel secondo caso, si lascia fallire la banca e si pone il problema di rimborsare coloro che ci avevano messo i soldi, cioè azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti primari e correntisti. In questo caso, a pagare non è la collettività, ma solo coloro che avevano creduto e investito nella banca. Il vantaggio di questa soluzione è che nessuna banca ha l’incentivo a prendersi l’azzardo (morale) di gestire male le sue risorse, nella speranza che in caso di fallimento lo stato a intervenga con i soldi dei contribuenti.
Dopo lo scossone della crisi finanziaria, l’Unione europea è corsa ai ripari dandosi regole comuni e introducendo la già citata procedura di bail in. Si tratta di una misura che consente di introdurre una via di mezzo tra le due opzioni sopra elencate, stabilendo l’ordine di chi dovrà metterci i soldi in caso di bancarotta.
Secondo le nuove regole europee, i primi a pagare devono essere coloro che hanno investito nella banca nonostante la sua cattiva gestione la stesse portando al fallimento. Nell’ordine si tratta di: azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti ordinari e correntisti sopra i 100mila euro. Non possono essere toccati, invece, i depositi sotto i 100mila euro. Se questo intervento non dovesse bastare, a intervenire sarebbe un Fondo unico di risoluzione a livello europeo, finanziato con il contributo delle banche di tutto il continente. Quest’ultima misura consentirà di introdurre un po’ di solidarietà a livello europeo.
Con il salvataggio delle quattro popolari, il governo italiano ha voluto offrire un assaggio delle nuove regole europee. Con il decreto “salva banche” sono state costituite quattro banche nuove di zecca, liberate dal fardello dei crediti inesigibili. Questo ha permesso di non intaccare il denaro di correntisti e obbligazionisti ordinari e ha consentito ai dipendenti delle banche in questione di mantenere i loro posti di lavoro. Ma qualcuno ha dovuto pagare: questi sono stati azionisti e obbligazionisti subordinati.
Il governo non aveva tante alternative a disposizione. Poteva lasciar semplicemente fallire le banche o, invece, nazionalizzarle, scatenandosi addosso l’ira di coloro che vedono come fumo negli occhi l’impiego del denaro dei contribuenti per salvare gli istituti di credito. Lega Nord e Movimento 5 Stelle compresi, che hanno passato gli ultimi anni a sostenere questa posizione e che ora, invece, cavalcano opportunisticamente il malcontento di chi ha perso o ha paura di perdere il proprio denaro.
L’ansia della gente di vedere sparire i propri risparmi è tale, che il governo stesso ha sentito il bisogno di correre ai ripari, facendo ventilare che, in realtà, lo stato italiano aveva pronta una soluzione per salvare tutti, azionisti e obbligazionisti subordinati compresi, ma che alla fine l’Unione europea si è messa di traverso e ha imposto il bail in. Come? Con una lettera, che è stata con molto tempismo diffusa ieri da Reuters.
Nei giorni precedenti all’approvazione del “salva banche”, il governo avrebbe, infatti, vagliato in profondità un aumento di capitale finanziato dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Si tratta di un fondo che raccoglie i contributi di tutte le banche italiane, nato con l’obiettivo di tutelare i depositi, sempre fino a 100mila euro, in caso di fallimento di un istituto di credito. L’obiettivo era quindi deviare il fondo dalla missione originaria, costringendolo ad acquistare le quattro banche.
Di fronte a quest’ipotesi, la Commissione europea ha risposto con una lettera in cui avverte che avrebbe considerato un aiuto di stato l’utilizzo di un fondo interbancario per ricapitalizzare le banche in difficoltà senza coinvolgere azionisti e obbligazionisti subordinati.
Indipendentemente dall’avvertimento della Commissione, la scelta di attingere al Fondo avrebbe avuto pesanti ripercussioni sul sistema bancario italiano. Un intervento del Fondo su tutte e quattro le banche avrebbe, infatti, comportato uno sforzo molto consistente, che avrebbe messo a rischio la funzione stessa per cui è nato, cioè tutelare i depositi dei risparmiatori più deboli.
Va ricordato, infine, che gli obbligazionisti subordinati di BancaEtruria sapevano esattamente a cosa andavano in contro. Basti andare alla voce “Rischi connessi all’emittente”, alla pagina quattro della nota informativa sull’obbligazione subordinata Step Up di BancaEtruria, con scadenza il 30 ottobre 2016. Qui si legge testualmente: “Il sottoscrittore, diventando finanziatore dell’emittente, si assume il rischio che l’emittente non sia in grado di adempire all’obbligo del pagamento delle cedole maturate del rimborso del capitale a scadenza. Le obbligazioni non sono assistite da garanzie reali o personali di terzi né dalla garanzia del Fondo interbancario di tutela dei depositi”.

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