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Trento

L’Orientatore nel mercato del lavoro: esperienze a confronto

 

Impegno, metodo, empatia, ascolto, osservazione, comunicazione e tanta passione nel lavorare con le persone: queste sono le capacità ed abilità richieste per svolgere l’attività di Orientamento professionale.

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Impegno, metodo, empatia, ascolto, osservazione, comunicazione e tanta passione nel lavorare con le persone: queste sono le capacità ed abilità richieste per svolgere l’attività di Orientamento professionale.

Compito dell’Orientatore è quello di aiutare giovani ed adulti a riconoscere le proprie competenze e talenti e quindi proporli nel modo migliore al mercato del lavoro.

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Occorre soprattutto investire in se stessi, preparandosi ai cambiamenti attraverso la curiosità e lo studio, la partecipazione ad attività sociali e culturali, nonché la creazione di un’attiva rete di contatti.

Non bisogna aspettare di averne necessità, gli investimenti si fanno “nei tempi buoni”, così raccomanda Fausto Fantini, consulente di carriera, nell’interessante libro  Dai voce al tuo valore – Trovare lavoro, riqualificarsi e fare carriera ai tempi di Linkedin , un suggerimento saggio e competente, utile a coloro che si affacciano al mondo del lavoro, a chi desidera cambiare attività, ma anche agli operatori del settore.

Ne parliamo con le colleghe Chiara Sighel ed Angela Santi, conosciute in alcuni importanti percorsi formativi della realtà trentina: Integrale, Whirlpool e Garanzia Giovani.

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Chiara – Counselor, Coach ed Orientatrice – attualmente è impegnata nel progetto “Coaching Whirlpool dell’Agenzia del Lavoro di Trento nella riqualificazione del personale ex Whirlpool per il reinserimento nel mondo del lavoro.

Angela, terminato il progetto "Azione Bilancio di Competenze" all'interno dello stesso percorso Whirlpool, è rientrata in Emilia Romagna per portare avanti progetti di consulenza per lo sviluppo delle risorse umane, coaching e formazione.

Chi sono gli utenti che si rivolgono ad un servizio di consulenza di orientamento, piuttosto che di counseling o di coaching? Qual è la differenza tra i diversi termini?

Angela: “Comincio dal counseling, di cui non mi occupo, che è un servizio normalmente attivato su auto committenza per risolvere una situazione di disagio o di crisi, in cui si lavora molto in profondità indagando anche il passato.

Il coaching viene applicato negli ambiti più svariati e può essere attivato sia per auto che per etero committenza (per esempio aziendale), si focalizza sul presente e sul futuro, lavora sullo sviluppo del potenziale ed è finalizzato al miglioramento della performance per il conseguimento di obiettivi specifici e definiti (ad esempio lo sviluppo delle competenze). Il coach si pone maieuta ed attraverso domande stimola risposte al cliente, che si assume la responsabilità del risultato.

Il servizio di orientamento invece è finalizzato a fare chiarezza sul presente per crearsi un futuro e, in assenza di situazioni di disagio, più essere una delle tante declinazioni del coaching. Aiuta il cliente a crearsi una bussola, prendendo consapevolezza di competenze, punti di forza, di miglioramento, del potenziale, di interessi e valori, tenendo al contempo l’attenzione sul contesto esterno”.

Chiara: “Dalla mia esperienza nell’ambito dell’orientamento nei progetti Integrale e Whirlpool, ho notato che sia giovani che adulti e perfino lavoratori vicino alla pensione sentono il bisogno di imparare come “pilotare” la propria vita professionale sotto ogni aspetto.

Ricordo un caso che mi ha dato molta soddisfazione; un’operaia che ha lavorato per oltre 30 anni nella stessa azienda metalmeccanica, grazie al percorso di Outplacement (che si occupa di accompagnare le persone in uscita da un’azienda nella ricerca di nuove opportunità professionali), ha scoperto la passione per la cucina e l’attività d’intrattenimento per bambini. Dopo aver frequentato un corso professionale di aiuto-cuoco, si è candidata nelle mense scolastiche, sentendosi finalmente realizzata come persona”.

Che corso di studi occorre fare per specializzarsi in questa professione?

Angela: “Non direi che c’è un corso di studi privilegiato prima di un master in coaching e/o in orientamento. Ho incontrato ottimi coach e orientatori con background umanistici o di marketing, competenze particolarmente utili oggi in cui l’autopromozione non è più un’attività opzionale. I coach e gli orientatori partono da quello che c’è nel qui e ora come dato di fatto (abilità, conoscenze, competenze tecniche, valori, interessi, opportunità eccetera) per sviluppare un piano rivolto al futuro”.

Chiara: “Spesso l’orientatore ha una visione più ampia dell’individuo, prendendo in considerazione passioni, sogni e aspirazioni per realizzare il proprio progetto professionale”.

E’ vero che i migliori orientatori sono persone che provengono dai settori più disparati del mondo del lavoro (interpreti, amministrativi, insegnanti, ecc…)?

Angela: “Le competenze e l’esperienza sicuramente costituiscono un punto di forza… e non è un caso che gli orientatori, come i coach, sono persone con una certa seniority professionale”.

Chiara: “Si, io stessa nel corso della mia vita ho cambiato la professione. Ho investito nella formazione continua che mi ha fatto scoprire una forte passione ed interesse per il settore delle risorse umane, quindi ho frequentato il master per consulente di Orientamento e Outplacement, arricchendomi di competenze e skills mirate all’orientamento”.

In sede di colloquio qual è il modo di rapportarsi di un giovane rispetto ad un adulto? Come vedono il futuro, il lavoro e le scelte di vita?

Angela: “Dalla mia esperienza, l’approccio non dipende tanto dall’età quanto dalla storia personale, dallo spirito con cui affronta la vita ed il percorso di orientamento… e non ultimo dal fatto che il percorso sia una sua scelta o sia stato imposto da altri… senza dimenticare fattori esterni quali il contesto socio economico in cui vive, che può offrire maggiori o minori opportunità. Ho trovato sia giovani scoraggiati, così come over 50 stanchi ed altri pronti a rimettersi in gioco con entusiasmo”.

Chiara: “Questo dal mio punto di vista è un fattore personale, ci sono persone di 40 anni che cambiano completamente la loro vita e persone di 20 anni rassegnate a fare ciò in cui non credono. Dipende molto dal contesto culturale e famigliare”.

Cosa si aspetta una persona che per la prima volta fa un colloquio di orientamento?

Angela: “Spesso si aspettano di poter delegare le loro scelte all’orientatore e infatti nel primo colloquio spiego molto bene che le conditio-sine-qua-non per lavorare con me sono assunzione di responsabilità, volontà di mettersi in gioco, collaborazione e disciplina”.

Chiara: “Condivido pienamente, la responsabilità è dell’orientando.”

Come ci si comporta se le persone non comunicano?

Angela: “Non mi è mai capitato in percorsi attivati per auto committenza, raramente in percorsi imposti. Il primo colloquio serve anche per verificare la motivazione. In mancanza, spiego al committente che la persona non è matura per affrontare questo tipo di percorso e rinvio il lavoro a quando sarà pronta”.

Chiara: “Credo che l’empatia abbia un ruolo importante, non ho mai incontrato persone che non vogliono mettersi in gioco, a volte mi è successo che dopo alcuni incontri la persona riesca a riconoscere le motivazioni che l’hanno spinta in una direzione, anziché nell’altra (es. a causa di un genitore che ha influenzato le scelte scolastiche e di vita)”.

L’idea del posto fisso ormai è tramontata anche se le aziende stanno riproponendo contratti a tempo indeterminato, che tipo di atteggiamento occorre suggerire nell’accompagnare le persone in cerca di un lavoro mirato?

Angela: Dal mio campo di osservazione, in realtà, vedo molti più inserimenti con contratti di tirocinio, stage o apprendistato per i giovani e molti contratti a progetto o a partita IVA per i seniores. Il suggerimento che posso dare, soprattutto rivolgendomi ai giovani, è di mostrarsi flessibili e mirare a costruirsi una professionalità, tanto più che oggi le esperienze multiaziendali con una certa continuità sono apprezzate come portatrici di know-how e magari di innovazione”.

Chiara: “Credo che sia fondamentale essere molto chiari riguardo a quello che c’è realmente nel mondo lavorativo, ma anche aperti all’innovazione e al cambiamento, perché come afferma Fantini il mio docente di Master – non esistono più posti e mansionari, ma il lavoro oggi consiste nella capacità di risolvere problemi, soddisfare bisogni ed erogare servizi”.

Il luogo comune vuole che i NEET (giovani under 30 che non lavorano e non studiano) vengano spesso descritti in termini negativi, senza approfondire il problema. Ho potuto constatare che i veri Neet non si presentano neppure al percorso Garanzia Giovani, mentre sono interessati ad un tirocinio in azienda diplomati e laureati nel 2015, giovani stranieri diplomati e alcuni ragazzi che hanno abbandonato la scuola superiore e sono in cerca di prima occupazione. Voi cosa ne pensate?

Angela: “Bisogna capire quali sono le motivazioni caso per caso. Apporre un’etichetta è a mio avviso solo un modo riduttivo per evitare di affrontare il problema”.

Chiara: “Penso che i giovani si trovano davanti a molte strade, alcune le riconoscono altre non le conoscono e non si permettono di sperimentare nuove vie, soprattutto se entrano in gioco altri fattori (es. famiglie iperprotettive, situazione famigliare e personale svantaggiata per la disoccupazione di un genitore, separazione o malattia)”.

Con riferimento al progetto Integrale e Garanzia Giovani, mi è capitato di conoscere alcuni giovani stranieri di seconda generazione molto motivati, parlano diverse lingue straniere e riescono a conseguire risultati scolastici a volte migliori rispetto ai nostri giovani trentini.

Angela: “Svolgendo il Progetto Integrale ho trovato giovani stranieri che hanno lasciato la loro terra in cerca di una vita migliore, quindi molto motivati ed adattabili, così come altri che non avevano minimamente contemplato la possibilità di inserirsi in un contesto lavorativo o per mancanza di motivazione o per impossibilità oggettive.

Un caso di successo che mi ha particolarmente colpito è quello di una giovane mamma che, in prossimità dello scadere del periodo di maternità, ha deciso di intraprendere il percorso per rimettersi completamente in discussione. Con le consapevolezze acquisite ha deciso di cambiare lavoro, settore e perfino di andare ad abitare in un’altra regione. Un salto notevole che le ha portato nuove soddisfazioni”.

L’aspetto più importante della professione di Orientatore, consiste quindi nel riuscire a creare empatia e fiducia in giovani ed adulti che si affidano a questo tipo di servizio. Ci vuole un buon metodo, svolgere un’attività di empowerment, trasmettendo energia positiva per far emergere i punti di forza della propria storia professionale, ricca di conoscenze, capacità e competenze professionali.

Il futuro appartiene a coloro che trasmettono alla prossima generazione motivi per sperare” (Teilhard de Chardin).

Maria Cristina Betzu

m.betzu@tin.it

 

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