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Italia ed estero

Estremismo: le colpe nostre e dell’Islam

Quando i fratelli Kouachi hanno ucciso i vignettisti di Charlie Hebdo, colpevoli di fare vignette sul Profeta Maometto, è stato detto: 'Non ha niente a che fare con l'Islam'. Quando hanno massacrato al Bataclan al grido di 'Allah akbar!', è stato detto: 'Non ha niente a che fare con l'Islam'… Sembra che per la nostra élite politica, i media, il giornalismo, l'obiettivo principale sia quello di salvare l'Islam dalla Francia piuttosto che salvare la Francia dai colpi mortali sotto i quali sta soccombendo”.

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Quando i fratelli Kouachi hanno ucciso i vignettisti di Charlie Hebdo, colpevoli di fare vignette sul Profeta Maometto, è stato detto: ‘Non ha niente a che fare con l’Islam’. Quando hanno massacrato al Bataclan al grido di ‘Allah akbar!’, è stato detto: ‘Non ha niente a che fare con l’Islam’… Sembra che per la nostra élite politica, i media, il giornalismo, l’obiettivo principale sia quello di salvare l’Islam dalla Francia piuttosto che salvare la Francia dai colpi mortali sotto i quali sta soccombendo”.

È questa la provocazione che Éric Zemmour, giornalista e saggista francese, ha lanciato nei giorni scorsi dalle colonne del quotidiano transalpino Le Figaro.

Con le sue parole, Zemmour mette in discussione la risposta del governo francese in seguito agli attentati di Parigi del 13 novembre. Secondo il giornalista, negare semplicemente il collegamento tra estremisti islamici e religione, come stanno facendo le autorità francesi, non può funzionare.

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L’Islam non ha certamente nulla a che vedere con gli orrori perpetrati dai terroristi, ma è altrettanto innegabile che l’estremismo è una malattia che ha colpito il mondo arabo, molti paesi musulmani e alcuni dei membri delle comunità musulmane in Europa.

Sorvolare sul fatto che gli estremisti si auto-identificano come musulmani, ammazzandosi e ammazzando in nome del Corano è stupido e pericoloso.

Negare che i loro crimini abbiano a che fare con l’Islam è negare il confronto vero e reale che sta avendo luogo all’interno della comunità musulmana tra estremisti e riformisti, con questi ultimi impegnati a contrastare la base delle scritture che gli estremisti usano per giustificare le loro folli azioni.

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L’Islam radicale è un’interpretazione della religione musulmana che nega al singolo credente di poter vivere la propria fede come un fatto privato, e che, piuttosto, presenta la religione come il principale marcatore di identità e cittadinanza.

Il mostro dell’estremismo islamico è figlio dell’islam politico, che ha preso piede con la rivoluzione iraniana del 1979. Un processo politico sostenuto da un ben preciso discorso religioso.

Un processo politico che ha generato un sistema incapace di costruire democrazie durevoli, in cui la libertà di coscienza rispetto ai dogmi della religione venga riconosciuta come diritto morale e politico. Un sistema incapace di garantire l’uguaglianza delle donne, la separazione del potere politico dall’autorità religiosa e l’effettiva tutela delle minoranze.

Usare la religione per legittimare il proprio potere: è stata questa per anni la strategia adottata da molti leader arabi. Nelle moschee si maledicono cristiani, ebrei e infedeli ogni venerdì. Alla televisione, i religiosi invadono gli schermi e predicano un messaggio di odio verso il diverso. Nelle scuole, si insegna che la pena per chi abbandona l’Islam e si converte a un’altra religione è la morte e che cristiani ed ebrei dovrebbero pagare una tassa per vivere in pace sul suolo musulmano.

Riusciremo a estirpare il pensiero estremista solo se colpiremo le sue scuole, i suoi mezzi di comunicazione e le sue fonti di finanziamento. Colpire le fonti di finanziamento significa abbandonane la colpevole ipocrisia che definisce le nostre relazioni con Paesi che da anni investono in questa radicalizzazione, Arabia Saudita e Qatar in testa. Un’ipocrisia dettata dalla convenienza, che ci ha spinto a coltivare per decenni relazioni cordiali con Paesi dove la popolazione è prigioniera di perfidi tiranni, dove le barbarie di cui si sporca le mani l’Isis non sono altro che violenza legalizzata.

Non è una mossa che si può compiere a cuor leggero. Significa rimettere in discussione decenni di relazioni politiche e commerciali. Ma non possiamo limitarci a disarmare il terrorismo islamico, mettendo fuori gioco le cellule più o meno dormienti che infestano mezza Europa o annientando il sedicente stato islamico. Dobbiamo colpirlo al cuore, mirando alla fonte dell’odio, che permette all’ideologia di sopravvivere ai vari Bin Laden, al-Zarqawi e al Baghdadi.

Se così non sarà, l’Islam continuerà a essere ostaggio dei fondamentalisti.

 

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