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Italia ed estero

Immigrazione, la lezione svedese: “Senza istruzione non c’è integrazione”

I migliaia di disperati accalcati ai nostri confini portano con sé una scomoda verità: senza adeguate risposte, l'emorragia che sta svuotando Siria ed Iraq cambierà per il sempre il volto dell'Europa.

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I migliaia di disperati accalcati ai nostri confini portano con sé una scomoda verità: senza adeguate risposte, l’emorragia che sta svuotando Siria ed Iraq cambierà per il sempre il volto dell’Europa.

È un salto nel vuoto, o quasi, quello che molti Paesi europei si apprestano a compiere per rispondere a una sfida di dimensioni epocali. Non si tratta solo di arginare l’ondata migratoria, ma, soprattutto, di trovare soluzioni rapide ed efficienti per integrare i nuovi arrivati all’interno delle nostre società.

Che ne sarà dell’Europa che conosciamo? Cosa fare e, soprattutto, cosa non fare per scongiurare gli scenari più apocalittici?

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La risposta potrebbe essere sotto il nostro naso. Esiste, infatti, un Paese in Europa, che negli anni passati ha, più di ogni altro, aperto le sue porte ai cittadini stranieri e che oggi sta vivendo una serie di problemi che la maggior parte degli Stati europei rischiano di dover affrontare negli anni a venire.

Il Paese in questione è la Svezia, (auto)celebrata “potenza morale” che già dal 2013 ha deciso di offrire il permesso di soggiorno permanente agli immigrati che fuggono dalla Siria.

Un biglietto per Stoccolma e comincia il viaggio nel futuro.

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A 35 chilometri a sud ovest della capitale, c’è una piccola cittadina che si è trasformata in un vero e proprio laboratorio per quanto riguarda le politiche di accoglienza. Si tratta di Sodertalje, la “piccola Baghdad svedese”: qui gli immigrati costituiscono circa la metà di una popolazione totale di 92mila residenti. Da sola Sodertalje ha accolto più rifugiati siriani e iracheni che Gran Bretagna e Stati Uniti messi insieme.

La parte del leone la fanno i 30mila cristiani provenienti da tutto il Medio Oriente, che nel corso dei decenni hanno hanno trovato qui rifugio dalle guerre e dall’intolleranza religiosa.

È nel sobborgo di Ronna che finisce la Svezia delle favole e comincia quella della segregazione. È dagli anni 50 che questo sobborgo si è trasformato in una calamita per gli immigrati. Finlandesi, slavi e, oggi, cristiani provenienti da Turchia, Siria e Iraq si sono impadroniti del quartiere. Ben l’85% della popolazione è straniero.

Ne derivano una serie di problemi. Il primo è legato all’istruzione. Infatti, nelle scuole di Ronna, la stragrande maggioranza degli studenti è straniera. Questo si traduce in ovvie difficoltà di appredimento della lingua e della cultura svedesi.

Un problema che viene acuito dalla scarsa propensione della popolazione straniera a muoversi al di fuori dei confini del quartiere, in quello che potrebbe essere definito come uno sforzo di auto-ghettizzazione.

La colpa è anche del sistema di immigrazione svedese, che permette ai nuovi arrivati di scegliere dove vogliono andare a vivere. Ne risulta, che molti decidono di unirsi alla famiglia e agli amici che già abitano i sobborghi di Ronna, o che vivono in quartieri altrettanto segregati a Stoccolma, Goteborg e Malmo.

Permettere ai migranti di scegliere dove andare equivale concedergli la libertà di scegliere la povertà. Andare a vivere in quartieri abitati per la stragrande maggioranza da altri immigrati pone infatti una seria ipoteca sulla capacità di apprendimento dello svedese dei nuovi arrivati.

A tal proposito, la autorità di Sodertalje fanno notare che sarebbe necessaria una più equa ripartizione dei migranti tra le varie municipalità. Un dibattito che rispecchia quello che sta avendo luogo in Europa. L’integrazione, infatti, è possibile solo laddove i migranti hanno la reale possibilità di apprendere la lingua e le regole della società all’interno della quale sono inseriti.

L’auto-segregazione non si ripercuote solo sull’educazione, ma anche sulle condizioni abitative dei nuovi arrivati. Non è raro, infatti, che i migranti di Sodertalje si riducano a vivere in appartamenti di tre stanze che spesso ospitano fino a venti persone. Una situazione che danneggia soprattutto i più piccoli. Come fanno a dormire o a studiare in certe condizioni?

Il quadro si completa con le difficoltà a trovare un impiego. Ci vuole solitamente almeno un anno prima che la domanda di asilo sia processata ed è praticamente impossibile per i migranti trovare un’occupazione in questo periodo. Ma anche dopo la situazione non è migliore: le aziende svedesi richiedono spesso delle competenze diverse da quelle che i migranti sono in grado di offrire.

La speranza sono le nuove generazioni. Circa il 40% del bilancio comunale è dedicato all’istruzione. “L’istruzione è lo strumento più potente per promuovere l’integrazione“, sottolineano la autorità della cittadina.

Una lezione sulla quale è ora di cominciare a riflettere.

 

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