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La guerra in quota con Camanni a lezione di storia

“Montagne. La Guerra bianca”, la quinta #LezionidiStoria di scena ieri al Teatro sociale di Trento, è stato un appassionante viaggio sulle tracce del conflitto combattuto in alta quota, sul fronte alpino, fra trincee, gallerie, camminamenti e vie ferrate.

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“Montagne. La Guerra bianca”, la quinta #LezionidiStoria di scena ieri al Teatro sociale di Trento, è stato un appassionante viaggio sulle tracce del conflitto combattuto in alta quota, sul fronte alpino, fra trincee, gallerie, camminamenti e vie ferrate.

Il conflitto che vide proprio nel Trentino uno dei fronti di maggiore interesse. Con l'espressione Guerra Bianca si suole infatti definire quella particolare tipologia di combattimento che si svolse dal 1915 al 1917 sul fronte alpino, ad altitudini superiori ai 2.000 metri, fino a spingersi ai 3.900 metri dell'Ortles. Due in particolare i fronti principali, quello del gruppo dell'Ortles-Cevedale e quello del gruppo Adamello-Presanella, lungo quello che era all'epoca il confine della regione del Tirolo ed oggi è territorio della Provincia autonoma di Trento.

Introdotto da Claudio Ambrosi, studioso trentino e curatore della Biblioteca della Montagna della Sat, l'alpinista e giornalista torinese Enrico Camanni –  fondatore del mensile “Alp” e della rivista internazionale “L’Alpe” – ha proposto un percorso conoscitivo particolare e partecipato, alla scoperta della Guerra Bianca. Un itinerario ricostruito prevalentemente attraverso le lettere, i diari e le testimonianze dei soldati al fronte, che racchiudono emozioni, paure, inquietudini ed, in generale, uno sguardo umano e di prima mano sul conflitto. «L'esigenza di scrivere, di trovare un momento di intimità e riflessione era grandissima e avvertita da tutti – ha spiegato Camanni – e per questo oggi possiamo disporre di una mole incredibile di testimonianze».

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Guardando le immagini della Guerra bianca, con le pazzesche condizioni ambientali nelle quali si trovarono i soldati viene da chiedersi: come fu possibile tutto ciò? Perché gli Stati maggiori decisero di andare a combattere in alta quota?

Forse per la prima volta nella storia la montagna divenne infatti confine, spartiacque; un'idea tutto sommato “recente”, perché fino ad allora la montagna aveva sempre unito le persone, le popolazioni. Quando gli italiani entrarono in guerra nel 1915 la montagna assunse dunque un'altra connotazione: quella, appunto, di confine. E, di conseguenza, di fronte. L'idea dell'esercito italiano era quella di poter superare agevolmente la montagna per arrivare fino al Brennero, ma gli austriaci, con poche sentinelle e tiratori scelti posizionate in punti strategici hanno potuto bloccare l'esercito nemico, proprio sfruttando l'invalicabilità delle montagne. 

Nella seconda metà dell'800 le montagne avevano iniziato a essere conosciute grazie al primo turismo e alla nascita delle guide alpine. Però di fatto le alte quote non erano mai state abitate in modo permanente. Negli anni della guerra si verificò questo cortocircuito, con centinaia di soldati che “abitarono” l'alta montagna in una guerra non di combattimento, ma di resistenza, non tanto al nemico, ma alle condizioni climatiche degli oltre 3.600 metri di quota. Il fascino di questa particolare guerra – se di fascino si può parlare di fronte alla drammaticità degli eventi – è stato proprio constatare come l'uomo nelle difficoltà sappia tirare fuori insperate risorse, basti pensare ai tanti giovani presi dalle campagne e “buttati” sul fronte senza preparazione, che seppero superare condizioni di vita durissime. E convivere, tra differenze di usanze e dialetti diversi, che spesso non facevano comprendere l'un l'altro. 

Dai diari emerge poi costante il fattore dell'attesa. La Guerra Bianca fu prevalentemente una guerra di attesa, aspettando che succedesse qualcosa che non arrivava mai e soprattutto che passasse l'inverno. Nel '16 e nel '17, tra l'altro, la stagione fu durissima, con oltre 10 metri di neve, venti a 100 km/h e temperature fino a -30°, da superare con gli scarsi equipaggiamenti dell'epoca. I soldati si vestivano allora con tanta lana, ma spesso non bastava.

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Una guerra combattuta fra le pareti, il cielo e la “pancia” delle montagne: anche dal punto di vista alpinistico fu una guerra straordinaria, perché si scalarono pareti di grande difficoltà. L'ingegno arrivò a vette altissime. Nel caso della Marmolada fu costruita una vera e propria città nel ghiaccio, così articolata che vi erano perfino i nomi delle vie, i fili telefonici che collegavano con l'esterno, ed una temperatura costante. 

Ci sono però alcuni paradossi che impressionano, relativamente alla Guerra Bianca. In primis la lancinante contrapposizione tra la bellezza dei luoghi, che oggi sono meta di turismo, e l'orrore di quello che avveniva lassù. L'altro paradosso è che le conquiste talvolta diventavano sconfitte: come nel caso della presa italiana del San Matteo a 3650 metri, con le foto che immortalano i soldati italiani già preoccupati di dover da ora difendere una posizione così scomoda. 

Ma in questa Guerra durissima vi sono anche le storie edificanti, come ad esempio la tregua per il recupero della salma della guida alpina Innerkofler finita in un dirupo e seguito con trepidazione e rispetto da ambo i lati. Oppure i contatti notturni tra le truppe nemiche, nei quali ci si scambiava tabacco, generi di prima necessità, in uno spirito di solidarietà impensabile in quelle condizioni o forse reso necessario proprio da quelle condizioni estreme. Talvolta qualcuno per vincere la noia e l'inattività approfittava di una giornata di sole per imparare a sciare sul ghiacciaio o per i primi rudimenti di alpinismo. E il nemico non sparava.

Vite “sospese” e “gelate” le definisce Camanni, con qualche breve sprazzo di serenità, come testimoniano le foto dei rari momenti di quiete, con il beltempo, quando i soldati potevano concedersi un po' di relax e fumare.

«C'è un fatto però che mi ha colpito più di tutti – ha concluso Camanni – La Guerra del fronte alpini non durò fino al 1918. Dopo Caporetto, questo “popolo alpino” fu richiamato repentinamente senza una spiegazione. Dall'oggi al domani gli italiani dovettero sgombrare nel giorno dei Santi del 1917. Di quei momenti vi sono tante testimonianze sui diari, con la disperazione che trapela per tutto quello che è stato fatto invano, per dover lasciare quel caposaldo per cui tanto s'era combattuto e per gli amici lasciati su quelle montagne». Molti di quei ragazzi, autori di quelle testimonianze, sono diventati imprenditori, medici, scrittori. Ma tanti non si sono più ripresi da quell'orrore.

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Musica

È uscito il videoclip «Ti Dicono Che» di Maire Brusco

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Lei si chiama Maire Brusco, ed è una giovane cantautrice trentina con alle spalle però molte esperienze.

Pochi giorni fa è stato pubblicato sul suo canale YouTube il videoclip del suo primo: «Ti dicono che».

La canzone è l’inizio di un progetto musicale che prevede l’uscita di un EP nel 2020.

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Il singolo è stato arrangiato e prodotto da Lorenzo Scrinzi – giovane musicista e produttore altoatesino – ed è stato registrato presso Nologo Recording Studio Laives (BZ).

Il video è stato girato ad Avio (Trento) da Tommaso Prugnola.

Il brano vuole essere di stimolo alle nuove generazioni, ma non solo, per ricordarsi il piacere delle cose semplici, dei valori che si stanno un po’ perdendo per strada… “sempre più attaccati ai bisogni, dimenticando cosa serve davvero”.

E nella frase «Vorrei fermare il tempo solo un po’ per ritrovare il senso di quel che ho», c’è forse il senso di tutta la canzone e di un messaggio positivo verso le nuove generazioni.

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Il sound è molto accattivante e la melodia è di quelle che entrano subito in «circolo».

Ottime le immagini del video che danno un senso di riappacificazione con l‘ambiente e la natura e alcuni particolari (vedi metronomo) che sembrano voler fermare il tempo.

Il testo è anche un messaggio in alcuni passaggi triste dove si scorge da parte dell’artista un senso di «quello che potrebbe essere ma non è», ma subito arriva l’entusiasmo verso la vita e «quel dire di no» cantato nel ritornello che lancia una nuova speranza per credere nei valori che forse oggi sono passati e non esistono più.

La canzone è disponibile su tutti i portali digitali per lo streaming e il download.

Maire ha studiato musica fin da piccola, frequentato il Liceo Musicale e il Triennio Pop al Conservatorio F.A.Bonporti di Trento.

In seguito ha proseguito la sua formazione musicale e artistica presso il C.E.T. di Mogol e partecipando ad alcuni concorsi canori nazionali, ottenendo molte soddisfazioni dalla critica

Maire Brusco ha partecipato alle selezioni di Sanremo Giovani.

Canta soul, funky e jazz, la musica della grande Aretha  Franklin.

Da sola ha ideato e messo in piedi un musical a livello regionale  con due cast di strumentisti e uno tecnico.

 

 

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Musica

L’Orchestra Haydn in versione itinerante per le feste Natalizie

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L’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento – direttore e trombettista Marco Pierobon – per le feste natalizie sarà in versione itinerante.

Sei i concerti previsti con quello del debutto al Teatro Comunale di Vipiteno alle 20,30 di lunedì 9 dicembre.

Il 10 l’Orchestra Haydn sarà di scena a Tione e mercoledì 11 a Cles.

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Il 12 dicembre sarà la volta del Casinò Municipale di Arco ed il 19 ci sarà l’ultima tappa altoatesina: a Bolzano all’Auditorium. Il ciclo di concerti si concluderà venerdì 20 dicembre al Teatro Sociale di Trento.

I brani musicali saranno tutti a carattere natalizio e spazieranno dallo Schiaccianoci a Tu scendi dalle stelle e a Mery Little Christmas. Per i concerti di Bolzano, Vipiteno, Cles, Tione e Arco, info e ticket allo 0471-053800, solo per quello del Teatro Sociale a Trento: 0461-213834.

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Chiesa di santa Maria Maggiore piena per Antonella Ruggiero

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Ieri pomeriggio, alle 17.00, nella storica basilica conciliare di Santa Maria Maggiore di Trento, la celeberrima cantante genovese Antonella Ruggiero, ex vocalist dei Matia Bazar, accompagnata all’organo dal maestro torinese Fausto Caporali, ha tenuto un concerto di musica sacra della durata di quasi un’ora.

La suadente voce della Ruggiero e le calde note dell’organo si sono diffuse nell’aria della Chiesa ed hanno estasiato il pubblico che occupava tutti i posti disponibili.

Il tema è quello sacro, incentrato particolarmente sulla figura di Maria, e i canti sono una forma elevata di preghiera.

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La Ruggiero ha cantato diverse Ave Maria, quella di Schubert e quella di Gounod, la canzone profana Ave Maria di Fabrizio De Andrè, Panis Angelicus ed altri noti brani di musica sacra.

Il sodalizio artistico con il maestro Fausto Caporali va avanti da alcuni anni e li ha portati a suonare e cantare insieme in molte chiese e cattedrali italiane.

La cantante di Vacanze romane ha una voce caratterizzata da una elevata estensione vocale che le ha permesso di interpretare diversi generi musicali dal pop alla lirica.

Alla fine del concerto, Antonella si è gentilmente fermata nella sacrestia per salutare qualche fan e firmare alcune dediche ed autografi.

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L’appuntamento di ieri è stato il primo di una serie di eventi che proseguiranno nelle prossime settimane in seno alla rassegna “I suoni dei concerti natalizi nelle chiese di Quartiere”.

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