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Trento

Intervista a Toni Capuozzo: «Vi racconto tutti i segreti dei due Marò»

Il noto giornalista televisivo di Mediaset sarà Giovedì 15 ottobre alle ore 10.00 in Piazza Duomo a Trento dove presenterà la Sua ultima fatica letteraria: «Il segreto dei Marò» edito da Mursia Edizioni.

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Il noto giornalista televisivo di Mediaset sarà Giovedì 15 ottobre alle ore 10.00 in Piazza Duomo a Trento dove presenterà la Sua ultima fatica letteraria: «Il segreto dei Marò» edito da Mursia Edizioni.

Toni Capuozzo, uno dei giornalisti più conosciuti e stimati in Italia, già vicedirettore del Tg5, conduttore della trasmissione mediaset “Terrà”, inviato di guerra di grande esperienza, nel suo ultimo libro, Il segreto dei Marò (uscito in tutt’Italia lo scorso 7 luglio -Mursia, 16 euro), ricostruisce senza peli sulla lingua gli eventi che si sono susseguiti dalla fatidica data del 15 febbraio 2012 quando nell’Oceano Indiano due pescatori vengono uccisi da una raffica di colpi sparata da una nave mercantile. 

Nello stesso giorno la Enrica Lexie, petroliera italiana con a bordo un Nucleo Militare di Protezione, ha respinto un tentativo di abbordaggio. Nel giro di poche ore la nave italiana inverte la rotta e viene fatta ormeggiare nel porto di Kochi, e qualche giorno dopo i due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, vengono arrestati.

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Comincia così il «caso marò», una vicenda che è diventata un limbo giudiziario fatto di inchieste approssimative, estenuanti dibattiti sulla giurisdizione e sull’immunità funzionale, rinvii e nulla di fatto fino alla recente richiesta dell’arbitrato internazionale. Intanto La Torre da alcuni mesi è tornato in Italia a seguito di un malore, mentre Girone, nonostante un recente attacco di malaria, è ancora “ospitato” nella nostra ambasciata di New Delhi.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Toni Capuozzo durante una delle sue trasferte e gli abbiamo posto alcune domande.

Dottor Capuozzo, innanzitutto grazie per aver accettato di rispondere a qualche nostra domanda. E’ un onore poterLa intervistare.“Il segreto dei Marò”, come mai si è appassionato a questa vicenda tanto da volerne scrivere un libro?

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«La prima spinta a occuparmene è stata un fatto personale. Conoscevo Latorre dal 2006, quando a Kabul aveva comandato una scorta che mi accompagnava durante un servizio sugli elicotteri della Marina militare. Un professionista serio e responsabile, non un Rambo nè un ragazzino impaurito che spara su inermi pescatori scambiandoli per pirati. La seconda ragione – continua Capuozzo –  che mi ha portato a scrivere un libro  è l'intermittenza e la superficialità con cui l'informazione italiana si è occupata della vicenda. La terza è che la storia dei marò, come spesso avviene in Italia, ha generato pregiudizi, a favore o a sfavore, di tipo politico, a destra e a sinistra. Volevo ricondurre tutto ai fatti, che non hanno bandiere. E i fatti dicono che i due marò sono innocenti, non sono stati loro a uccidere i due pescatori indiani».

Ancora oggi, nonostante i nostri marò, fin dal primo momento, si siano sempre proclamati innocenti nessuno gli ha mai creduto fino in fondo. Come mai secondo Lei ?

«Intanto perchè nessuno ha approfondito i dettagli della scena del crimine, nessuno è andato  vedere i documenti dell'inchiesta indiana, – afferma il giornalista – le testimonianze e le perizie inattendibili. E poi perchè nelle istituzioni italiane è maturato sin dalle prime ore la convinzione che si potesse risolvere tutto a tarallucci e vino, magari pagando risarcimenti alle famiglie, scontando una detenzione dorata dei due fucilieri di marina, patteggiando una via d'uscita.  Ci si è attestati sulle questioni di diritto internazionale – quelle che hanno portato all'arbitrato – ma si è preferito evitare un braccio di ferro con l'India, come se l'innocenza dei due marò fosse un ostacolo al business delle commesse militari e agli affari civili. Linea fallimentare, perchè quello che si pensava destinato a risolversi in poche settimane dura da quasi quattro anni, i rapporti con l'India si sono inveleniti, gli affari ne soffrono – l'India ha disertato Expo 2015 – e si sono salvate solo le commesse militari. A un prezzo caro, pagato non solo con la libertà dei due marò, ma anche con una perdita secca di prestigio politico e diplomatico». 

Per gran parte dell’opinione pubblica questa vicenda è stata gestita male sin dall’inizio. Alcuni maligni affermano che l’Italia abbia volutamente seguito una via di prudenza e quasi di sottomissione nei confronti dell’India per tutelare i propri interessi economici. Qual è il Suo parere in merito?

«E' così, – sostiene Capuozzo – se proprio dovessimo cercare delle giustificazioni dovremmo ricordare che a gestire il primo, decisivo atto di questa vicenda fu il governo Monti, che masticava spread  e bilanci europei più che crisi internazionali come questa. Non è un caso che le pressioni più forti, quando si decise di rimandare i marò in India con una farsesca retromarcia, vennero dal ministro Corrado Passera».

Com’è possibile che sono dovuti passare tre anni e mezzo prima che il nostro Governo si decidesse finalmente a chiedere l’avvio dell’arbitrato? Cosa ci dobbiamo aspettare?

«L'arbitrato avrebbe dovuto essere una scelta delle prime ore, in quel febbraio del 2012. Invece si sono tutti illusi che la cosa si sarebbe risolta amichevolmente, e poi tre governi diversi si sono attribuiti le colpe di una lunga agonia. Lo stesso governo Renzi ha tentato un negoziato rimasto senza risposta. E così l'arbitrato è diventato un'ultima spiaggia. Non è detto che l'Italia lo vinca, vedendosi assegnare la titolarità della giurisdizione. Ma soprattutto è destinato a  durare un paio di anni. E dunque i due marò potranno difendersi davanti a un tribunale, italiano o indiano che sia, solo dopo sei anni dall'incidente del 2012. Restando nel frattempo dimezzati nella loro libertà, scontando una pena prima ancora di aver potuto dimostrare la propria innocenza».

Nel libro Lei denuncia senza mezzi termini, che chi in qualche modo ha avuto a che fare con questo caso ha fatto una rapida carriera. E’ proprio così ?

«Se andiamo a vedere i quadri militari che coprivano le cariche più alte, nel 2012, hanno tutti proseguito brillanti carriere. Come per un premio alla disciplina con cui hanno accettato che due sottufficiali finissero per essere ostaggi della melina politica e diplomatica dell'Italia. Per quanto riguarda i diplomatici l'ambasciatore che ha gestito a Delhi una fase centrale in questa storia è adesso ambasciatore presso la Santa Sede, l'inviato De Mistura inviato delle Nazioni Unite per la Siria. Non mi sembra che Monti, Passera, Di Paola e perfino Terzi abbiano pagato dazio. Le promesse della Bonino sono dimenticate, e il ministro degli Esteri che ha seguito per il governo Terzi la vicenda è titolare della politica estera europea. Il presidente della Repubblica che ha ricevuto in Quirinale i due marò – ma si possono ricevere due militari con il tappeto rosso se si pensa che abbiano, sia pure per sbaglio, ucciso due pescatori inermi ? – salvo poi rimandarli in India non ha mai dovuto rispondere a una domanda obbligatoria: perchè i giudici italiani non hanno ritirato il passaporto a Latorre e Girone, esercitando l'obbligo dell'azione penale ?  Chi ha pagato , in questa storia, sono solo i due marò, e le loro famiglie».

Lei in questi anni avrà avuto modo più volte professionalmente di incontrare i nostri marò e forse più di ogni altro, li ha conosciuti meglio dal punto di vista umano. Qual è il loro stato d’animo? Cosa pensano di questa vicenda? Si sono mai sentiti “abbandonati” da uno Stato che hanno servito e continuano a servire giornalmente, nonostante tutto, con fierezza e orgoglio?

«L'amarezza, e qualche volta la stanchezza, sono compagne costanti per loro. In Latorre, che sta adesso a Taranto, c'è il cruccio di aver lasciato solo il suo collega e sottoposto. Ma per quello che li conosco mi sembra di poter dire che la disciplina, il rispetto degli ordini, il legame con la divisa, la bandiera, il reparto di appartenenza sono ancora sentimenti fortissimi. Reggeranno per altri due anni ?  Non lo so. Ci tengo a sottolineare solo una cosa: spesso sono stati elogiati per la dignità del loro comportamento.  In realtà volevano elogiarli per come hanno affrontato quest'incubo giudiziario. Io credo che dovrebbe essere difesa la dignità con cui si sono comportati quel 12 di febbraio. Sparare a vanvera contro un peschereccio, uccidere due innocenti: sono accuse infamanti per due militari, e fanno male».

Una curiosità da chi come me da poco ha iniziato a scrivere su un giornale: Lei è stato uno dei più stimati e apprezzati inviati di guerra. Ha documentato i conflitti nell’ex Jugoslavia, in Somalia, in Medio Oriente e in Afghanistan. Cosa spinge un giornalista a lasciare la comoda sedia di una redazione per andare a svolgere il proprio lavoro in zone pericolose a rischio della propria vita? Ha mai avuto paura?

«Ho avuto sempre paura, cercando di gestirla, di non lasciare che si trasformasse in panico. Mi hanno aiutato un certo fatalismo, e il fatto di dover spesso pensare all'incolumità di chi lavorava con me. Ho cercato di avere sempre un senso della misura: sapevo che non dipendeva da me e dai miei servizi la sorte di una città, di una famiglia, di una persona. Quello che portavo a casa era un servizio o un articolo che non avrebbe salvato nessuno. Potevo solo raccontare quel che vedevo, e forse hanno contato di più, per le vittime di un conflitto, qualche parola e qualche gesto fatto a telecamera spenta.  Non sono mai stato un missionario, nè tantomeno un eroe sprezzante del pericolo. Ho solo fatto il mio lavoro, per passione, e con un po' di fortuna».

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