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Trento

«Giro di vite sul porto d’armi»: il consiglio di stato ci ripensa.

Sono bastati solo sei mesi per far modificare al Consiglio di Stato l’orientamento “rigoristico” in merito ai ricorsi in materia di reati ostativi al rilascio delle licenze di porto di armi, privilegiando, nuovamente, quello “piu’ elastico”, con buona pace della iniziale esultanza del Ministero dell’Interno, vincitore di una battaglia, ma non della guerra. A riportare la notizia è Earmi.it  il portale specializzato sulla tematica.

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Sono bastati solo sei mesi per far modificare al Consiglio di Stato l’orientamento “rigoristico” in merito ai ricorsi in materia di reati ostativi al rilascio delle licenze di porto di armi, privilegiando, nuovamente, quello “piu’ elastico”, con buona pace della iniziale esultanza del Ministero dell’Interno, vincitore di una battaglia, ma non della guerra. A riportare la notizia è Earmi.it  il portale specializzato sulla tematica.

Per una migliore comprensione della problematica e’ opportuno ricordare, sommariamente (per una più completa trattazione si rimanda all’articolo dello scrivente “Il Consiglio di Stato ci ripensa:orientamento rigoristico….”, in questo stesso sito), che il Ministero dell’Interno, preoccupato dell’orientamento “più elastico” della giurisprudenza del Consiglio di Stato, che ha accolto diversi ricorsi relativi al diniego di licenze di porto di armi in presenza di condanne per i reati di cui all’art. 43 del T.U.L.P.S., anche se “datati” e “riabilitati”, ha ritenuto necessario (anche se non obbligatorio!) richiedere un parere.

Il Consiglio di Stato, in data 16 luglio 2014, ha reso il proprio “parere” (n. 3257), condividendo la posizione del Ministero favorevole alla interpretazione “rigoristica” dell’art. 43, affermando che, in presenza di condanne per i reati elencati in quest’ultimo articolo, non è lasciata “alcuna alternativa al diniego o alla revoca della licenza di porto d’armi, né vi sono altre disposizioni, in particolare quelle sugli effetti della riabilitazione, che consentano deroghe”.

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Il Ministero, confortato da tale parere, in data 28 novembre 2014, ha emanato una circolare con la quale ha disposto che debbono essere rifiutate o revocate le richieste di licenze di porto di armi in presenza di condanne per i reati di cui all’art. 43, anche se “riabilitati”.

Ma il Consiglio di Stato, con la recente sentenza del 29 gennaio 2015, n. 1072, dimentico di tale parere, ha cambiato orientamento, molto probabilmente resosi conto di aver subito, in precedenza, l’influenza negativa del Ministero. Infatti, ha accolto il ricorso di un cittadino, al quale è stata rifiutata la licenza di porto di fucile per uso di caccia, siccome condannato per reati ricompresi in quelli elencati nell’art. 43, sebbene “datati”, per i quali aveva ottenuto la “riabilitazione”.

Il Consiglio di Stato “ha più volte chiarito, in numerose decisioni, che l’effetto preclusivo, vincolante ed automatico, proprio delle condanni penali di cui all’art. 43, viene parzialmente meno una volta intervenuta la riabilitazione e più precisamente viene meno l’automatismo” del rifiuto o revoca delle licenze di porto.

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Dunque, è di chiara evidenza che, in presenza di tali reati “riabilitati”, l’Autorità di P.S. non ha l’obbligo giuridico di emettere decreto di rifiuto o di revoca, ma, invece, questi ultimi provvedimenti devono trovare la loro motivazione anche in ulteriori elementi, come ad esempio, altre circostanze, che nel complesso, secondo una valutazione discrezionale, possano far rilevare l’intrinseca pericolosità del richiedente nell’affidamento delle armi.

Pertanto, è stato annullato il provvedimento di rifiuto del Questore perché illegittimo, siccome “si è limitato ad affermare che le condanne sarebbero ostative, senza compiere alcuna valutazione dei fatti oggetto delle condanne e quindi facendo sostanziale, immotivata ed erronea applicazione dell’automatismo preclusivo, senza dubbio escluso dalla intervenuta riabilitazione”. Invece, avrebbe dovuto “verificare attentamente se fatti risalenti ad oltre trenta anni prima, per i quali è intervenuta riabilitazione, costituiscano ad oggi, per la loro gravità o per altre circostanze, elementi effettivamente ostativi al rilascio del titolo per difetto della buona condotta”.

Considerato, dunque, che il Consiglio di Stato è ritornato al suo orientamento “più elastico”, si spera che anche il Ministero ci “ripensi”, tenuto conto che la sentenza ha più valore vincolante del precedente parere, parere del tutto “facoltativo” e, quindi, assolutamente non “vincolante”.

Non possiamo chiudere questo commento senza evidenziare anche un’altra fondamentale sentenza del Consiglio di Stato (26 febbraio 2015, n. 964) sui “principi”  che la pubblica Amministrazione  deve osservare nell’esercizio della sua potestà discrezionale, ogniqualvolta venga emesso un provvedimento negativo nei confronti del cittadino:
principio di “proporzionalità” che “impone all’amministrazione di adottare un provvedimento non eccedente quanto è opportuno e necessario per conseguire lo scopo prefissato”. Tale principio “è da riferire al senso di equità e di giustizia che deve sempre caratterizzare la soluzione del caso concreto”;
principio di “ragionevolezza”, per il quale “l’amministrazione, nell’esercizio del proprio potere, non può applicare meccanicamente le norme, ma deve necessariamente eseguirle in coerenza con i parametri della logicità,proporzionalità, adeguatezza”. 
Sig. Capo della Polizia ci “ripensi”!… Si faccia preparare e portare alla firma una nuova circolare che rispetti non i “pareri”, ma le “sentenze” del Consiglio di Stato.
Quanto tempo e denaro risparmierebbero i cittadini e la stessa pubblica Amministrazione!….

 

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