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Arte e Cultura

Lampi di memoria, romantiche evocazioni e tuffi nel contemporaneo. Al MAG di Riva del Garda fino al primo novembre 2015

MAG. Ovvero Museo Alto Garda. Con le sue due sedi, l'una a Riva, affacciata sulle acque del lago, e l'altra ad Arco, nella Galleria civica Segantini, il MAG si fa punto d'incontro fra storia, archeologia, paesaggio, arte e contemporaneità, in un dialogo assolutamente policorale. Protagonista del nostro percorso, il Museo di Riva del Garda.

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MAG. Ovvero Museo Alto Garda. Con le sue due sedi, l'una a Riva, affacciata sulle acque del lago, e l'altra ad Arco, nella Galleria civica Segantini, il MAG si fa punto d'incontro fra storia, archeologia, paesaggio, arte e contemporaneità, in un dialogo assolutamente policorale. Protagonista del nostro percorso, il Museo di Riva del Garda.

Sito all'interno dell'austera quanto elegante Rocca di Riva, quest'antichissimo castello d'epoca medievale offre, a chiunque volesse varcare la sua soglia, un affascinante quanto dinamico viaggio itinerante fra le sezioni permanenti – quali la Pinacoteca e le sale dedicate all'Archeologia e alla Storia – e le mostre temporanee, che tra poco percorreremo assieme. Culla del passato e del futuro, il MAG è tutto da scoprire. Dai tesori che ospita, alla visita della fortificazione stessa, tramite un itinerario che dal piano terra conduce alla salita al Mastio, la torre principale della Rocca, da cui si affaccia un'imperdibile panoramica di Riva e del lago di Garda.

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Il tempo e l'istante. Paesaggi fotografici del Garda 1870 – 2000 è il titolo della prima mostra che incontriamo, sita al piano terra. Una mostra che, attraverso una ricca selezione di immagini – colte dal vasto patrimonio dell'archivio fotografico del MAG – diventa un viaggio nel nostro territorio, attraverso un secolo e mezzo di storia.

Come fotogrammi appartenenti a un'ipotetica pellicola cinematografica, sono fotografie che, srotolandosi in un percorso temporale dalla fine dell'Ottocento sino ai giorni nostri, si fanno narrazione, passando per varie stazioni che hanno segnato la storia del lago di Garda e dei suoi splendidi borghi.

Ed è proprio il lago, presenza silenziosa, a farsi testimone delle trasformazioni che la città di Riva, e i suoi dintorni, assieme alla cultura e alla società gardesana, subiscono anno dopo anno, in un progredire di mutamenti che faranno la storia di questi luoghi suggestivi.

Dal primo battello a vapore, varato nel 1827, si assiste all'inizio dei lavori per la strada fra Riva e Trento per giungere poi, dal 1851, all'apertura della strada del Ponale. Gli eventi storici proseguono poi con la Terza guerra d'Indipendenza, in seguito alla quale, nel 1866, l'Alto Garda diventa riviera meridionale dell'Impero austriaco per poi entrare, a partire dal 1871, nel periodo della sfolgorante Bella Epoque, parallelamente al resto d'Europa.

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Ad inaugurarsi è dunque una nuova stagione che negli anni a venire vedrà l'apertura dei bagni presso il centro cittadino di Riva, e l'aprirsi di un rinomato Sanatorium all'interno del quale verranno utilizzate cure naturalistiche all'avanguardia capaci di richiamare intellettuali e letterati da tutta Europa. Sono gli anni dell'introduzione delle moderne cartoline illustrate, del primo cinematografo rivano nel 1896, della costruzione del percorso turistico della cascata del Varone e, nel 1895, dell'illuminazione elettrica grazie alla messa in funzione della centrale idroelettrica del Ponale.

Il territorio gardesano, con le sue bellezze, diventa meta anche di tutta una schiera di insigni viaggiatori mitteleuropei, che faranno del Garda una tappa irrinunciabile del tour del sud. Qualche nome e qualche data, ancora, perché il Garda è fatto di tanti tasselli, troppo interessanti, e affascinanti, per non venir citati. Il 1786 è l'anno in cui Goethe giunge qui, durante il suo viaggio in Italia, lasciando, nel suo diario di viaggio, annotazioni di meraviglia e d'incanto per il il lago e l'ambiente mediterraneo.

Nel 1834 è, a Riva, Corot, il paesaggista francese che proprio in Italia trascorrerà gli anni decisivi per la sua maturazione artistica – lo vedremo tra poco nella successiva mostra dedicata al paesaggio al primo piano – facendo maturare in lui quella sensibilità alla luce e il rigore, d'impostazione classicista, col quale disegna le linee delle sue vedute. E ancora. Il 1880 è l'anno dei soggiorni di Nietzsche, che nei boschi di ulivi e nei sentieri rocciosi trova conforto al suo stato di salute precario.

Brani di lettere e liriche vengono scritti, durante i suoi soggiorni arcensi, dal malinconico poeta Rainer Maria Rilke mentre nel 1901 Thomas Mann è al Sanatorium rivano seguito pochi anni più tardi da Franz Kafka, alla ricerca degli svaghi offerti dalla città e dal lago. E poi Freud, James Joyce a Sirmione e Klimt che trascorre nel 1913 la sua estate a Malcesine. Sono tante, dunque, le personalità illustri ammaliate da questi luoghi.

Ma proseguiamo. Successivamente alla prima guerra mondiale, esattamente nel 1919, avviene l'annessione del Trentino al Regno d'Italia. Di pochi anni più tardi, e come non ricordarlo, è il Vittoriale degli Italiani, la superba cittadella monumentale costruita a Gardone Riviera dal poeta esteta d'Annunzio (assieme all'architetto del lago Giancarlo Maroni) ove, con l'avvento del Fascismo, si ritirerà in solitudine. Dagli anni Venti passiamo agli anni Trenta che vedono, dopo la situazione problematica del dopoguerra, il ritorno del turismo e i miglioramenti fatti alle infrastrutture con i lavori della strada statale gardesana. Il percorso della mostra, dopo gli anni della seconda guerra mondiale, termina con gli anni Cinquanta e Sessanta all'insegna del turismo e di una massiccia urbanizzazione.

Entriamo dunque a visitare quest'esposizione fotografica che, sin da subito, ci rapisce con la prima immagine che incontriamo: Lungolago Torbole, 1914, è un ritratto di due donne che, quasi nascoste nei loro lunghi abiti neri appaiono come una sorta di doppio al femminile. I copricapi con veletta, nerissimi anch'essi, si lasciano sorprendere dalla brezza, da quel vento, tipico del lago prealpino, a volte quasi aggressivo. E sembra un invito quello di una delle due donne, la quale, guardando nell'obiettivo, sembra idealmente volerci accompagnare nelle sale di quest'esposizione. Un invito che non possiamo assolutamente rifiutare.

E' un viaggio nel tempo questo, lo si è detto, un percorso che, dispiegandosi di sala in sala, di sezione in sezione, si fa racconto attraverso una successione di scatti che divengono brani narrativi, capaci di evocare quel tempo che ora non c'è più ma che è qui, con noi, innanzi ai nostri occhi. Ad accoglierci nella prima sala è Riva del Garda, che rivive, portando con sé quasi il profumo di quel tempo remoto, attraverso una serie di scorci immortalati tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del secolo scorso. RivaGrotta del Varone, 1900-1907 ci mostra un suggestivo, quanto fatiscente, passaggio in legno che, nel suo percorso piuttosto tortuoso, conduce sempre più all'interno della forra, luogo scolpito dalla forza dell'acqua tramite un'incessante erosione che dura da millenni.

Una piccola annotazione. La cascata è visitabile sin dal 1874 e il progetto del suo ingresso ha come protagonista, ancora, l'architetto Maroni, lo stesso progettista del Vittoriale, nominato poco fa.

Acqua dunque, acqua dalle sublimi atmosfere, come questa, capace di incutere sensazioni di sgomento ma anche, contrapponendosi ad esse come seguendo un'arcana legge degli opposti, emozioni di quiete apollinea generate da immagini di rappacificanti distese d'acqua lacustre.

Come già detto, il primattore di questo viaggio fotografico è soprattutto il lago. Ci appare in splendide panoramiche o in riprese a volo d'uccello, incorniciato da dolci colline o aspre pareti montuose, e ancora, sorpreso, in rasserenanti scorci o – assecondando sempre quella logica d'opposizione insita in natura – dominati dalla furia del vento. E' questo il caso di Torbole burrasca, 1950, invasa da gigantesche onde che si infrangono contro la portentosa massa d'aria.

Acqua ma anche roccia negli scatti, ad esempio, raffiguranti l'antica Strada del Ponale, una lunga strada scavata interamente nella roccia durante la metà dell'Ottocento. Rocce scavate dunque, e gallerie, tunnel che negli anni hanno attraversato il massiccio montuoso. Una delle sezioni presenti nell'esposizione è poi quella dedicata ai borghi affacciati al lago – come Malcesine, Sirmione, Desenzano, Salò, Fasano, Gardone, Gargnano, Limone – e alle attività umane. Cattura l'attenzione, per l'armonia insita nella composizione, Desenzano, il porto, 1900, percorsa da splendidi giochi chiaroscurali generati dagli armonici intrecci creati da una serie di vele ormeggiate al molo.

Castello di Malcesine, 1900, Paesaggio presso Sirmione, 1900, La piazza del mercato, 1900, sono altri scatti che possiamo ammirare. Dai panoramici campi lunghi, nei quali è la natura, maestosa, ad essere protagonista d'eccezione, si passa a visioni più ravvicinate nelle quali possiamo scorgere scene di vita comune, istantanee di quotidianità legate alle professioni dell'uomo. Itinerario sul Garda, 1900-1910, è una sequenza, quasi cinematografica, di fotografie, in formato ridotto, che hanno – ancora e (quasi) sempre – come per protagonista il lago, il quale ci appare come una silenziosa distesa d'acqua ripresa, un po' alla Monet, in diverse ore del giorno.

Ma proseguiamo. Isola Garda, 1900, è uno stupendo scatto che, tra aneddoto e virtuosa capacità compositiva, ci fa cogliere un momento di assoluta poesia. Sulla sinistra possiamo scorgere l'isola, mentre sulla destra, in un mesto isolamento, troviamo la figura di un pescatore su una barca a remi. Ruvide e consumate dall'acqua, appaiono invece le rocce, poste in primo piano.

Che vi sia o meno la presenza dell'uomo, ovunque la luce dipinge questi paesaggi, caratterizzandoli delle sue mutazioni e riflessi. In questa sezione dell'esposizione, scorrono innanzi ai nostri occhi scene di vita quotidiana quali pescatori al lavoro sul lago, persone in attesa a un imbarco, immagini di lavandaie presso il lago, o intente, durante meriggi assolati, a sfregare energicamente la biancheria sull'asse di legno nei pressi dei cortili delle loro umili abitazioni. Si veda anche Vita sul lago, 1910-1914, che immortala, con ponderati equilibri, anche grazie ad una superba diagonale, l'attività di tre pescatori presso la riva.

E ancora. Porto di Portese, 1930, mostra in primo piano una donna che, simpatizzando con l'obiettivo fotografico, accenna un sorriso, lo stesso che ha sul viso un'altra lavandaia, la quale, carica di lenzuola sulle spalle, la osserva. Dietro di loro una schiera di donne chine sull'acqua lambiscono la riva quasi tracciandone il contorno.

Seguono poi foto atte a documentare le migliorie realizzate negli anni alla viabilità. Così ad esempio è Inaugurazione della strada Gardesana orientale, 1929 con i trafori a picco sul lago, neri cunicoli dai densi chiaroscuri. Ed altre ancora. Mentre, a chiudere l'esposizione, sono una serie di immagini non troppo temporalmente lontane da noi che, dando tacita voce ai mutamenti subiti nel tempo dai costumi e dai panorami urbani, giungono fino agli anni Sessanta del Novecento.

Si veda La spiaggia degli olivi, 1934, e Caffè in piazza, 1938. E ancora, la vertigine suscitata da Riva vista dalla seggiovia, 1960 e Gardesana occidentale, 1955. E poi ci sono i bagnanti, gli sport d'acqua e le affollate colonie estive, e, fra queste immagini, anche l'istantanea di due giovani donne nei pressi del lago le quali, l'una con una palla e l'altra con un grazioso ombrellino, strizzano l'occhio alle icone della moda presenti nelle riviste del tempo.

L'esposizione fotografica termina qui, e cede il posto a quella del piano superiore, precisamente al secondo piano, ove raggiungiamo la nostra meta successiva: l'esposizione pittorica Assorti nel paesaggio. Pittori nordici sul Garda fra '800 e '900, visitabile anch'essa, come la terza mostra che terminerà questo nostro percorso, fino al primo novembre 2015. Un altro viaggio quindi, un viaggio, questo, nell'Alto Garda attraverso dipinti e disegni di proprietà del MAG e di collezionisti privati eseguiti fra la seconda metà dell'Ottocento e i primi del Novecento.

L'esposizione si raggiunge oltrepassando la Pinacoteca nella quale, oltre alla presenza di notevoli opere per lo più di soggetto religioso e mitologico – storicamente antecedenti al periodo che andremo ad affrontare – sono presenti anche una serie di dipinti di paesaggisti che costituiscono l'attuale permanente dedicata al paesaggio gardesano presente al museo. Uno su tutti, Paesaggio, Lago di Garda, 1940, di Giuseppe Canella che, nel 1834, è qui a Riva e dintorni, come vi è anche il francese Camille Corot, durante uno dei suoi viaggi in Italia.

Opere di paesaggisti ottocenteschi si mescolano ad artisti quali Pietro Ricchi, molto presente in Trentino, alunno del Guido Reni – splendida e, ossimoricamente, tenebrosa, la sua Ultima Cena, 1645, dai lumi tipicamente secenteschi – Vincenzo Vela – con la scultura in marmo La preghiera, 1864 – e il romantico Francesco Hayez con un ritratto e La Vergine Addolorata del 1842. Ma il MAG sa anche sorprenderci, mediante opere che, accanto ad altre, vanno a costituire una sorta di cortocircuito rispetto al percorso canonico – e ciò vale anche, sebbene con un accento più lieve, per alcune fotografie, realizzate da autori contemporanei, tratte dalle collezioni SguardiGardesani presenti alla prima mostra che abbiamo incontrato – al quale è stato dato il nome di Supernova.

Quest'ultima, è un progetto espositivo che vede l'affiancamento di opere appartenenti alla collezione permanente con quelle di artisti contemporanei provocando con questo una moltiplicazione di livelli di lettura da parte dello spettatore che può quindi vivere un'esperienza di visita singolare, meno lineare, e giocata invece su relazioni inaspettate e proprio per questo stimolanti. Una di queste segrete corrispondenze è data da Tre gladioli d'Adone tentazione, 1972, di Luigi Ontani, l'artista che negli anni Settanta dà il via alla sua avventura narcisista, mediante la quale, tramite l'uso della fotografia, va' ad omaggiare il proprio corpo creando una serie di tableau vivant nati dalla rivisitazione, per citazione, di pose appartenenti a capolavori del passato.

Ma avviciniamoci alla nostra mostra sul paesaggio. Poco prima di accedere alla sala incontriamo una maestosa veduta, risalente agli inizi del 1700, che ci presenta l'immagine di Riva del Garda e del territorio circostante. L'opera in questione è Partenza del generale Vendome da Riva, un quadro di genere nel quale, con metodica precisione miniaturistica, è interessante riuscire a scorgere molti edifici storici del luogo. Un breve corridoio ci porta finalmente nella sala dedicata alla mostra.

Iniziamo dunque anche noi questo viaggio, assorti nel paesaggio, tramite questa serie di dipinti realizzati dai pittori cosiddetti viaggiatori, i quali appunto, durante i loro viaggi studio, hanno sostato in questo splendido territorio lasciando le loro testimonianze mediante squisite vedute del lago e dei paesi che vi si affacciano. Tutte le opere qui esposte sono eseguite da pittori nordeuropei, soprattutto tedeschi e austriaci, in un arco temporale fra la seconda metà dell'Ottocento e i primi del Novecento.

Inaugura l'esposizione un quieto e sereno paesaggio quale Veduta di Malcesine sul Garda, 1850-1860, che ha come protagonista, come molte altre opere presenti in mostra, l'immagine malinconica del lago. Il percorso espositivo è un viaggio nel paesaggio gardesano, fra vedute del lago, soggetto particolarmente ricercato dai coevi paesaggisti romantici, delle campagne circostanti e dei piccoli borghi di paese con deliziose scene quotidiane di vita popolare. Veduta di Riva e Veduta di Torbole, 1889, ci appaiono come paesaggi sereni e decisamente rasserenanti, nei quali la luce si diffonde omogenea e assolutamente quieta. Con Guardando attraverso un arco a Torbole sul lago di Garda e Capo Manerba, 1888, dipinto da Toni Schultz, possiamo ammirare, in una scenetta colma di sapore narrativo, un suggestivo scorcio in controluce del paese di Torbole.

Il medesimo borgo è ritratto anche da Jacques Francois Carabain nell'opera Alla fontana di Torbole sul lago di Garda, 1844, pervasa anch'essa dallo spirito aneddotico e realizzata mediante un verismo piuttosto minuto ed analitico che richiama il gusto della pittura di genere del tempo, quale ad esempio quella dei fratelli Induno, che inaugurano appunto questo genere di pittura nell'Ottocento. Il dipinto inoltre, e con ciò soddisfa una nostra curiosità, raffigura in parte la dimora di Goethe durante il suo viaggio italiano, identificabile da questa piccola fontanella nei pressi dell'arco della casa del poeta e tutt'oggi esistente. Nella rassegna è presente anche uno dei più promettenti paesaggisti della scuola di Dusseldorf, il tedesco Carl Gustav Rodde, con Veduta di Riva, 1884, percorsa da calde accensioni tonali.

Diversa è invece Torbole, 1845-1850, di August Seidel che, nella sua carriera, subisce l'influenza di John Constable e della Scuola di Barbizon, sorta ai margini della foresta di Fontainebleau a sud di Parigi. L'intensità lirica del paesaggista inglese si fonde dunque con i paesaggi turbati e i cieli tempestosi della Scuola formata attorno a Corot e alla pittura en plein air, espressione del sentimento per la natura legato al movimento Romantico.

La sua Torbole, a differenza dei precedenti paesaggi quieti e bucolici,ci appare come un paesaggio attraversato da un'atmosfera tormentata tipica di soluzioni nordiche che, a quella calma olimpica ed equilibrata, oppongono scenari sublimi, esibizioni di una natura immensa, lontana dai climi temperati del paesaggismo classico. E' questo uno dei dipinti che maggiormente hanno colpito la mia attenzione, proprio per la veemenza che ho trovato in esso.

L'opera è percorsa da un movimentismo che dialoga con tonalità arroventate fatte di dominanti d'ocra e marroni. Sulla sinistra scorgiamo una sorta di piccolo vascello che, nel suo essere accasciato e abbandonato, appare in rovina e, nonostante sia presente qualche figura umana a rompere il totale isolamento, predomina su tutto un senso di solitudine che non può non riportarmi a Friedrich – e, sebbene in maniera del tutto marginale, al suo Naufragio della Speranzain cui della nave appare solo un pezzo della carena rovesciata – ai sentimenti che esprimono le sue opere.

Il meteorologismoinquieto, si veda la splendida perturbazione che percorre questo cielo, richiama anche i modi tendenzialmente temporaleschi dei pittori liguri-piemontesi, primo su tutti, il sublime Antonio Fontanesi la cui pittura si appoggia al modello di paesaggio nordico, più idoneo ai cieli del Piemonte. Fa da sfondo, a Torbole, una cascina, forse diroccata, mentre compare sulla sinistra un ulivo rinsecchito, che non fa che accentuare le asprezze di sapore tedesco, nordico, che con quest'opera vanno ad inceppare i toni sereni di altre vedute presenti alla mostra.

Il “tondo” Imbarcazioni sul lago di Garda, 1890-1900, del tedesco Michael Zeno Diemer, placa le cupe atmosfere con l'immagine di queste vele offerte a quel vento così caratteristico del Garda. Se la barca a vela è indice di quel progresso che fa di una città come Riva la protagonista di uno straordinario sviluppo urbano legato al turismo, Veduta del Garda da Arco, 1856, di Joseph Hoffmann, è avulsa dal rumore della città che appare invece lontana, lontanissima e, proprio per la sua immersione in un'atmosfera sospesa, ha il potere di rapirci e farci sostare, per più di un attimo, immobili innanzi ad essa.

I superbi tonalismi autunnali sono giocati sui colori della sera, mentre l'ampio respiro della composizione tradisce la formazione del pittore austriaco, scenografo, oltre che paesaggista. Questi, ed altri quadri compongono dunque questo percorso espositivo fatto di opere che ci appaiono come tanti tasselli aventi tutti come comune denominatore il Garda, dalle vedute dedicate al paesaggio urbano, come Torbole, Riva, Malcesine, ai paesaggi naturali evocati nella loro essenza più pura e slegata dalle contaminazioni di quella modernità ormai così prossima.

Ma la Pinacotecadel Museo di Riva del Gardasi anima ancora e lo fa con un salto temporale non indifferente capace di trasportarci, dalle atmosfere trasognate dei paesaggi ottocenteschi, alle opere di coloro che, negli anni Cinquanta e Sessanta, si fanno protagonisti di una rivoluzione estetica che porterà ad una nuova concezione del quadro mediante operazioni di sovversione, sia nei confronti della modalità di trattamento della superficie, che dei materiali utilizzati giungendo, ognuno a modo loro, Oltre il confine della tela.

Ed è proprio questo il titolo dell'ultima tappa del nostro percorso che fa scalo sull'isola del contemporaneo, in un arco temporale che dagli anni Cinquanta giunge sino alla fine del Novecento. Sono qui esposti venticinque capolavori provenienti per gran parte dalle raccolte del Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Scorreranno innanzi ai nostri occhi opere di Alberto Burri,Lucio Fontana, Piero Manzoni, Dadamaino, Agostino Bonalumi e Paolo Scheggi.

Con Rosso, nero, combustione, 1954, di Alberto Burri, siamo innanzi a un quadro che – nonostante la collocazione verticale sottoponga quest'opera, come tutte le altre opere presenti in questa mostra, a venir contemplata – parla un linguaggio che non concede nulla al figurativo in senso tradizionale. L'arte come mimesi della natura, appare sorpassata da un'arte che dialoga con la vita stessa, con quel reale – quale tele da sacco, materie plastiche, legni, ferri – che l'artista preleva dal mondo esterno e che diventa materiale capace di narrare, attraverso l'usura e la consunzione, l'unicità della propria storia. Il fuoco, con il quale Burri brucia legni e plastiche, acquisisce il metaforico valore di energia primordiale, allo stato puro, che sottopone la materia a trasformarsi mediante un'azione corrosiva. Ma accanto all'aleatorietà, a quella poetica del caso, così centrale nell'Informale, di cui l'artista è eccezionale esponente, domina il primato della forma e della geometria. In quest'opera dunque, come in tutte le altre opere dell'artista, le perturbazioni della vita, gli accidenti, convivono paradossalmente, ma in una sublime unità, con la perfezione assoluta di partiture esatte, geometrie compositive. Si veda anche Sacco combustione, 1952-58, che vive della medesima armonia.

Mentre Burri corrode la materia, Fontana giunge allo sfondamento della superficie reale, dando vita, mediante operazioni di buchi e tagli, ad opere altamente energetiche, squarciando quella superficie che per secoli, in Occidente, adempie alla rappresentazione. Un intenso, e rosso, Concetto spaziale, 1960, di Lucio Fontana, subisce l'offesa di un'energia che, per opera di tagli, come ferite inferte dall'artista, lacera la tela che sotto i colpi cede, lasciandosi assorbire. Se siamo in presenza di due esponenti della temperie informale, le loro ricerche tuttavia seguono strade distinte all'insegna, nel caso di Fontana, di una polidimensionalità che punta ad andare oltre il confine della superficie, mentre, nel caso di Burri, di una bidimensionalità che vede la materia consumata dal caso, dagli accidenti esistenziali.

Mentre la serie dei buchi ha carattere più materico, pittoresco, quella dei tagli è più mentale, concettuale. Concetto spaziale (Attesa), 1968, è una tela che ci inonda con la sua luce gialla, ed è proprio la luce a giocare un ruolo da protagonista in queste opere che, dialogando con il buio, varca la soglia dell'infinito e dell'enigmatico.

Accanto a Fontana e Burri, negli anni Cinquanta, Piero Manzoni è colui che rappresenta, con gli altri due, la triade della ricerca artistica più avanzata. L'autore della merda d'artista, celebre appunto per alcune sue provocazioni squisitamente concettuali – di duchampiana memoria – dopo l'iniziale esperienza in ambito informale, nel Nuclearismo, giunge ai suoi Achrome, con i quali attua una cancellazione del pittoresco mediante un gesto azzerante che vedrà la morte del colore a favore di un fantasmatico bianco assoluto.

Con la modularità delle michette, un Achrome del 1962, rasenta l'impresa del Nouveau Realisme recuperando, in chiave dadaista, l'oggetto trovato, il già fatto che però viene sottoposto dall'artista ad un'azione di azzeramento del sensibilismo. Si veda, qui esposto, Achrome, 1962, fatto con sassi e caolino e Achrome, 1961-62, realizzato mediante un materiale tecnologico, la fibra artificiale, che Manzoni sottopone a quel processo anestetizzante conseguente al trattamento monocromo.

Se nelle opere di Manzoni, dalle tele plissettate e le superfici screpolate, possiamo ancora rinvenire elementi informali, tra gli anni Cinquanta e Sessanta assistiamo ad una rottura radicale dall'Informale, dando inizio a quel nuovo clima di ricerca neomeccanicoall'insegna di esigenze d'ordine e pulizia formale. E' questo il caso di Intersuperficie curva bianca, 1967-1968, di Paolo Scheggi, un acrilico bianco su tre tele sovrapposte.

La sua soluzione dei vuoti, realizzata mediante una serie di buchi su piani successivi, dialoga, per lo stesso fare geometrico e programmato, – andando dunque ad azzerare quel sensualismo della temperie informale – con Cromorilievo, 1975, nella versione bianca e in quella nera, di Dadamaino. Con Scheggi e Dadamaino, dunque, ci troviamo al di fuori di un ambito puramente ottico-visivo come lo è anche Agostino Bonalumicon le sue suggestive Shaped Canvas, tele estroflesse che si dilatano nello spazio, andando, come recita il titolo di questa interessante mostra, oltre il confine della tela. Bianco, 1977 e Nero, 1990, sono tele tinteggiate, mediante la regolarità di procedimenti industriali, con colori monocromi e saturi, che superano il virtuale facendosi spazio nella dimensione reale.

Ed è con queste opere che il nostro percorso si chiude. Un viaggio che dall'Ottocento, passando dalle fotografie ai paesaggi dipinti, giunge, con le opere di artisti rivoluzionari quali quelli che abbiamo appena visto, sino ai giorni nostri, trasportandoci come un'onda dai luoghi della storia e della memoria a quelli più intimisti rievocati nei paesaggi per giungere infine, con un tuffo audace, nella freschezza del contemporaneo, sia nella sua versione sensuosa e primordiale, votata al cromatismo e all'emotività, che – come un pendolo schiavo alla legge delle oscillazioni bipolari – nella sua versione fredda, guidata dal raziocinio e dall'intellettualismo.

Ricordo che tutto questo sarà visitabile fino al primo novembre 2015, qui al MAG, a Riva del Garda. Assolutamente da non perdere.

Tabarelli Sabrina – tabarelli.sabrina@libero.it

Info:

MAG Museo Alto Garda

Piazza Cesare Battisti, 3/a. Riva del Garda

Orari: 10.00 – 18.00 (lunedì chiuso)

Il tempo e l'istante. Paesaggi fotografici del Garda 1870-2000

14 marzo – 01 novembre 2015

Assorti nel paesaggio. Pittori nordici sul Garda fra '800 e '900

4 luglio – 01 novembre 2015

Oltre il confine della tela. Fontana, Burri, Manzoni, Bonalumi, Scheggi

18 luglio – 01 novembre 2015

Supernova

5 settembre – 01 novembre 2015

Fonti da cui sono state tratte le immagini: web

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Arte e Cultura

Ieri il professor Mario Tozzi al Muse: i rischi e l’approccio ambientale in Italia

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Ieri sera alle 20.30 al Muse Mario Tozzi, geologo e volto televisivo molto conosciuto e apprezzato, ha parlato ad un folto pubblico di persone qualificate sul modo affrontare i rischi naturali in Italia e migliorare la sicurezza del territorio e dei cittadini.

La serata è stata organizzata nell’ambito del progetto Life Franca, tre anni di lavoro, con l’obiettivo di promuovere l’approccio ad un migliore gestione del rischio ambientale in trentino Alto Adige.

Alla serata erano presenti anche il coordinatore del Progetto, prof. Roberto Poli, cattedra UNESCO sui sistemi anticipanti e direttore del master in previsione sociale dell’Universita di Trento, e il direttore del MUSE, dott. Michele Lanzingher. I due esperti hanno introdotto la serata.

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Mario Tozzi, oltre che esperto divulgatore divulgatore scientifico, è anche primo ricercatore al CNR, per cui la trattazione del tema ha avuto un valore scientifico di alto profilo.

Sapete che muoiono piu persone per la caduta di una noce di cocco che per l’assalto degli squali? 150, morti all’anno.

Ha introdotto un tema cosi importante come il rischio e la sicurezza del territorio, Il prof. Mario Tozzi, disegnando un viaggio nell’universo culturale dell’uomo rispetto alla percezione del pericolo, che ha messo in luce come gran parte dei disastri che si ripetono sulla terra, hanno una spiegazione non fatalistica, ma legate alle risposte che l’uomo dà alla Natura.

Inoltre, il fatto che nell’immaginario collettivo e individuale, spesso il rischio viene percepito in maniera molto personale, e non seguendo evidenze scientifiche e studi validati.

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Italia e Giappone sono territori simili, perché in Italia si muore di più a causa di terremoti? Le conoscenze sono simili, ricerca e studi sul tema, sono sviluppati allo stesso modo. Tanto che nel terremoto di Avezzano del 1915, vennero dal Giappone studiosi per documentarsi sulle misure messe in campo dai colleghi italiani. Iniziando di fatto una collaborazione scientifica.

Addirittura la situazione geomorfologica del Giappone è più precaria, e la frequenza di terremoti è maggiore. La spiegazione è culturale.

I Giapponesi hanno maturato nel corso dei secoli una consapevolezza rispetto al terremoto, per cui l’evento viene vissuto come un forte stimolo alla rinascita e al fare meglio. Questo atteggiamento resiliente, ha portato alla messa in campo di misure protettive sempre più efficaci, per cui il rischio terremoto è stato molto calmierato, e ha portato ad un modus vivendi per cui la pericolosità è stata notevolmente ridotto.

Il caso Italia invece, è sintomatico. Il vissuto dell’evento tragico, è legato ad una volontà soprannaturale.

Divertenti sono stati gli aneddoti legati all’eruzione del Vesuvio, e a come, in generale ci si affidi alla protezione divina del Santo, piuttosto che alla propria capacità di mettere in campo misure per evitare disastri, come costruire in zone a rischio, nei canali fluviari, e con modalità non antisismiche.

Come pure il caso di Sant Emidio, protettore dei terremotati, che fu portato in spalla dall’Italia al Portogallo, dopo un tremendo terremoto di inizio XIX° secolo. Addirittura venerato nel comune di Avezzano. Chissà cosa avranno pensato gli abitanti dopo il terremoto del 1915, con migliaia di morti….ha ricordato Mario Tozzi.

Anche qui, il punto è che, con le conoscenze scientifiche, i progressi della scienza, le evidenze delle analisi geomorfologiche, le manifestazioni della natura sono in gran parte prevedibili e cosi è veramente possibile evitare morti e danneggiamenti.

Ad Amatrice, vi erano testimonianze storiche, addirittura un libro pubblicato nella biblioteca, che racccontava di un terremoto qualche secolo fa. “E di questo ne ho parlato al sindaco”, ha aggiunto Tozzi. Lo stesso per lo tzunami del 2004 in Asia, studiato dal professore in uno dei suoi favolosi reportage: la presenza di alte maree di alta pericolosità è preannunciata da situazioni che molte tribu del luogo conoscevano, e si sono salvate disallocandosi piu all’interno in territori collinari, qualche tempo prima dell’evento.

Anche qui la memoria tramandata di fatti analoghi è diventata patrimonio di conoscenza tramandato per generazioni, come sapere di alto valore per la sopravvivenza. C’è una sorta di tendenza a non capire che la prevenzione parte dalle proprie scelte.

Da qui è arrivato, inevitabile, il problema delle misure da mettere in campo.

Continua Il prof. Tozzi, “In uno dei tanti condoni edilizio di cui è stato testimoni, come presidente di un’autorità di bacino, si visto dell’incredibile”, “ 3000 domande, in un paese di 2000 abitanti. Addirittura la richiesta di condono su un’edificio ancora da costruire, chissa forse, pensando alla lentezza dei tempi della burocrazia, era meglio portarsi avanti già prima di costruire.”

Il prof. Tozzi, è un fiume in piena, mai una pausa, e la sua narrazione precisa e coinvolgente appassiona tutti. Tanto che al termine numerose domande hanno appagato la curiosità dei partecipanti. In particolare sul tema del Mose (domanda fatta dal sottoscritto), sulla tempesta Vaia, sul ritiro dei ghiacciai, sulle possibili buone pratiche da mettere in campo per i comuni cittadini.

Un grande scienziato, gentile e partecipativo con tutti. Al termine con l’assessore alla cultura del comune di Nago Torbole Luisa Rigatti si è parlato insieme a lui per un suo coinvolgimento in un evento riguardante il lago di Garda, di cui ha ricordato il viaggio di Goethe e la morfologia particolare che si può ammirare da Nago, come il fiordo d’Italia. E a proposito di TV, Mario ci ha preannunciato il suo nuovo programma, in onda sulla RAI dal 15 febbraio 2020.

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Musica

L’Orchestra Haydn in versione itinerante per le feste Natalizie

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L’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento – direttore e trombettista Marco Pierobon – per le feste natalizie sarà in versione itinerante.

Sei i concerti previsti con quello del debutto al Teatro Comunale di Vipiteno alle 20,30 di lunedì 9 dicembre.

Il 10 l’Orchestra Haydn sarà di scena a Tione e mercoledì 11 a Cles.

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Il 12 dicembre sarà la volta del Casinò Municipale di Arco ed il 19 ci sarà l’ultima tappa altoatesina: a Bolzano all’Auditorium. Il ciclo di concerti si concluderà venerdì 20 dicembre al Teatro Sociale di Trento.

I brani musicali saranno tutti a carattere natalizio e spazieranno dallo Schiaccianoci a Tu scendi dalle stelle e a Mery Little Christmas. Per i concerti di Bolzano, Vipiteno, Cles, Tione e Arco, info e ticket allo 0471-053800, solo per quello del Teatro Sociale a Trento: 0461-213834.

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Arte e Cultura

“Vincent Van Gogh – L’odore assordante del bianco”: quando il bianco diventa sofferenza, dolore e inquietudine

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E’ ripartita da qualche settimana la Stagione Teatrale al Teatro Zandonai di Rovereto.

In questo inverno 2019/2020, sono molte le  proposte presenti nel programma.

Per quanto riguarda la giornata di mercoledì 4 dicembre, in calendario c’era l’attesissimo  “Vincent Van Gogh – L’odore assordante del bianco”.

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“È il 1889 e l’unico desiderio di Vincent è uscire dalle austere mura del manicomio di Saint Paul. La sua prima speranza è riposta nell’inaspettata visita del fratello Theo che ha dovuto prendere quattro treni e persino un carretto per andarlo a trovare… Come può vivere un grande pittore in un luogo dove non c’è altro colore che il bianco?

Attraverso l’imprevedibile metafora del temporaneo isolamento di Vincent van Gogh in manicomio, interpretato da Alessandro Preziosi, lo spettacolo di Khora.teatro in coproduzione con il Teatro Stabile d’Abruzzo e per la regia di Alessandro Maggi, è una sorta di thriller psicologico attorno al tema della creatività artistica che lascia lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.

Il testo vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro 2005 per la “…scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva” (dalla motivazione della Giuria n.d.r.) firmato da Stefano Massini con la sua drammaturgia asciutta ma ricca di spunti poetici, offre considerevoli opportunità di riflessione sul rapporto tra le arti e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea.

Bianco. Vuoto. Nulla assoluto. Inquietudine.

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Questo vede e questo sente il Van Gogh di Alessandro Preziosi, durante lo spettacolo.

Dove sta il confine tra sogno e realtà? Tra cosa è reale e cosa è solo frutto di una mente portata al limite? 

Massini ci porta nella testa del pittore, in quel mondo di sensibilità estrema, di dettagli, di ispirazione e di annullare la propria persona e la propria storia. Perché è questo che fanno gli artisti, o almeno una buona parte. Si annullano e danno voce ad altre migliaia di storie. Essere artista è vedere il mondo con occhi diversi, è essere diversi. Non c’è una scelta nel creare, ma solo una grande sofferenza nel non potersi rifiutare, nel non potersi negare a quel richiamo che va oltre ogni normale comprensione. 

La follia, la cieca rabbia di Van Gogh davanti ad un bianco che genera solo inquietudine e angoscia, davanti a persone che non si sforzano nemmeno di capire che non siamo tutti uguali, e che negare ad un artista il suo vero Io, vuol dire annientare lentamente la sua stessa essenza. “Quando una testa è marcia fa paura, va cacciata, sporca il resto”, un tema valido sia nel 1800 che oggi. La paura del diverso e un personale troppo rigido portano Van Gogh sull’orlo del baratro, ma è il Dott.Peyron, direttore del manicomio, che prende il pittore e lo porta davanti ad una tela bianca, davanti alla possibilità di un miglioramento.

E qui, Vincent, inizia a creare, a parole. Rivede luoghi, rivive emozioni, ritrova i suoi colori.

Aiutato e spinto da Peyron, comprende che siamo tutti isole in un oceano di possibilità e di diversità. Con la scena che si scalda, dove il bianco si scioglie e lascia spazio ad un torpore che ci assale, fino all’ultima battuta del pittore. “Chi sei?” Chiede il medico. Sono ciò che resta di me stesso. La mia ombra, non la luce”, risponde un Van Gogh immerso nel giallo caldo e avvolgente che tutti conosciamo.

Preziosi è riuscito a caratterizzare il proprio personaggio a 360 gradi: porta sul palco tutto il genio del pittore olandese, tutta la sua sofferenza ed il suo turbamento interiore davanti ad un mondo che lo affascina e disgusta allo stesso tempo. Un contrasto continuo, un non riuscire a camminare senza ondeggiare, sempre in bilico tra follia e vita reale, dove i colori sono tutti nella testa del protagonista. Sempre presenti, che tentano disperatamente di uscire, fino a quando ogni fantasma, ogni impulso, ogni scintilla vitale che sta all’inizio di ogni idea vengono messi su tela e diventano arte immortale e senza tempo, quell’arte che prende un pezzo dell’artista e lo rende immortale tra le sfumature di un’opera, tra i colori a lui cari, che sono vita, libertà e condanna insieme.

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