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Trento

Venezia72: L’attesa (è finita) di Piero Messina

L’attesa è finita. E la mia personale 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia inizia proprio da qui, dal cinema italiano, in Concorso. Da Piero Messina e dal suo debutto sul grande schermo con L’attesa.

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L’attesa è finita. E la mia personale 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia inizia proprio da qui, dal cinema italiano, in Concorso. Da Piero Messina e dal suo debutto sul grande schermo con L’attesa.

Un film profondo, carico inquadrature da esplorare alternate a primissimi piani di figure dai movimenti lenti, i lineamenti induriti e una mimica loquace nonchè fondamentale in una pellicola abitata dal silenzio e affondata in un’oscurità che cammina accanto alla morte.

Al fianco del dolore di una madre (Juliette Binoche) che percorre la tortuosa via dell’elaborazione del lutto con un passo del tutto personale, attraverso quella negazione dello stesso che pretende per sè e impone a Jeanne (Lou De Laage), la fidanzata del figlio alla quale non riesce a comunicare la tragedia. Un rifiuto della realtà che si impasta alla necessità di reazione e sopravvivenza, per rendere tangibile un ricordo che il tempo rischia di sbiadire.

L’attesa è un film tratto (liberamente, va specificato) da La vita che ti diedi, dramma che Luigi Pirandello scrisse e portò a teatro nel 1923. Piero Messina parte, quindi, dalle proprie radici culturali, traendo linfa da uno degli autori siciliani più conosciuti, per far germogliare un’opera che merita la sezione che occupa.

Per quelle scene che fanno subodorare la cura maniacale nella costruzione, con la loro esasperante lentezza e con la straniante alternanza di pieni e vuoti, visivi ed emotivi. Per quella vicinanza a Paolo Sorrentino che di Messina è stato maestro e si vede (ma non ditelo al regista, che dell’accostamento, e a torto, in conferenza stampa non si è dimostrato poi così entusiasta).

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E per quella capacità di esaminare il più insopportabile tra i dolori con evidente intelligenza, rinunciando alla disperazione urlata e proponendo al pubblico un’esperienza sensoriale. La sofferenza, così, viene messa in scena attraverso i cinque sensi dell’essere umano e prende la forma dei quattro elementi naturali del creato, tra loro intrecciati: il fuoco dei ceri di una processione, l’acqua di un lago per spegnere gli incendi di una terra bruciata dal sole e soffocata da un’aria piena delle polveri che al cielo si sollevano.

Ma il merito di Piero Messina sta anche nell’abilità di tracciare un profilo, onesto, della propria terra natia. Di una Sicilia saldamente ancorata ad una religiosità dal sapore antico, ma aperta alla contemporaneità: le ritualità della settimana della Passione, infatti, dialogano con rapporti interpersonali disinibiti e confidenziali. E i rimandi alla fede, in tutto questo, non appesantiscono la narrazione ma la impreziosiscono, grazie ad uso mai ingombrante dei suoi simboli.

Consigliato: a chi ha il palato (cinematografico) fine, apprezza lo “slowcinema” e sa rinunciare alla verbosità a volte troppo praticata dal cinema italiano.

Conclusioni? Viva il cinema, soprattutto se italiano. Chi lo sa fare e lo fa! Clicca qui per vedere le altre foto

Emanuela Macrì

photo.riccardogiuliani

[email protected]

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