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Trento

In diretta con l’angelo caduto. Al telefono con Chico Forti.

L’altro giorno ho comunicato con la terra dei morti viventi, ero in diretta con un girone dantesco che si trova in mezzo alle paludi infestate di coccodrilli delle South Everglades, in Florida. La prigione di Chico FORTI.

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L’altro giorno ho comunicato con la terra dei morti viventi, ero in diretta con un girone dantesco che si trova in mezzo alle paludi infestate di coccodrilli delle South Everglades, in Florida. La prigione di Chico FORTI.

Per comuni conoscenze sono arrivato a parlare al telefono con CHICO, cosa difficile da realizzare per lo strettissimo regolamento carcerario. Erano quasi trent’anni che non lo sentivo e vedevo, ma prima avevamo avuto parecchi incontri con amicizie comuni, cene e insomma era un tipo divertente, solare, pieno di vita e di successi.

Un vincente simpaticissimo che poteva solo avere la vita in discesa. Invece me lo sono trovato dall’altro capo del filo in una prigione che è già di per se stessa un fine-vita, un centro dove attendi la morte e nemmeno con cure palliative o premurose, solo durezza e regolamenti inflessibili.

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Quando me lo hanno passato non sapevo bene cosa dirgli se non le solite banalità di cui mi sono vergognato in anticipo: come va? come te la passi? stai bene?... cose così, scontate, superficiali. Ha rotto il ghiaccio lui chiedendomi della mia vita, cosa è successo dopo che ci siamo persi di vista e quasi confortandomi per il tempo inesorabile che passava con relativa fatica ad essere sempre ugualmente operativi.

Così sono stato a raccontargli i miei alti e bassi da uomo libero, rivangando il passato come interloquissi con un altro uomo libero e non con un sepolto vivo. Poi, passando alla sua attuale condizione, la sorpresa.

CHICO, pacato, mi ha spiegato che non tutto è male là dentro. Insegna ai carcerati, e questo gli dà molta soddisfazione, è amato e rispettato, non temuto, e questa è la cosa che più lo conforta, perché, dice, aiutare a passare il meno peggio possibile gli anni restanti chi come te non ne verrà mai fuori lo puoi fare solo con le risorse e il piacere della conoscenza, della cultura.

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Insegnare agli altri a leggere e scrivere è l’attuale missione di Chico FORTI, e per altri si intendono delinquenti come narcos e assassini appartenenti alle peggiori gangs della terra, dove una vita vale meno di una pallottola. La sua idea è quella di amplificare la loro conoscenza e già questo di per se rende più liberi, e la loro curiosità e voglia di capire per trarre da ciò la forza di andare avanti e in questo modo abbandonare l’idea di violenza che spesso è radicata in loro più che per indole per dovere di nascita.

Mi ha sconcertato il modo tranquillo di CHICO nel comunicarmi quanto riusciva comunque a trarre di positivo da una situazione agghiacciante come quella che stava vivendo tra reticolati elettrici e portoni blindati e il nulla oltre a questo. In Italia, si sa, ognuno, anche chi scioglie i bambini nell’acido e viene definito eroe, ha sempre speranza di cavarsela in qualche modo, riuscendo magari a godere di spicchi di libertà con qualche lavoro esterno nelle varie comunità, ma nella palude-carcere delle Everglades tutto questo è fantascienza, è già un miracolo se eviti la pena di morte, e per il resto dei tuoi giorni si avranno per compagni altri zombies come te.

Dopo la telefonata ho fatto le mie considerazioni: senza entrare nel merito di un giudizio di colpevolezza avvenuto in uno stato estero dove comunque l’autorevolezza della giustizia ha un peso diverso dal nostro nella considerazione dei cittadini, ho preso atto della grande umanità di Chico FORTI e quello che sta realizzando, da italiano, da trentino, per la sua comunità di zombies in una terra dove la nostra reputazione non è proprio delle migliori.

Rappresentare la dignità degli italiani non è da tutti, ma a volte capita, e mi venivano in mente Fabrizio QUATTROCCHI, che davanti ai carnefici ha spiegato loro come muore un italiano, o la composta fierezza di GIRONE e LATORRE, che di fronte alle prese in giro indiane hanno tenuto sempre un atteggiamento di superiorità tali da far sembrare formiche i vari togati, gallonati e politici che li tormentano da anni.

Questa vocazione, chiamiamola missionaria, di Chico FORTI, questo suo dignitoso non piegarsi al destino ma nella sofferenza comune contribuire con abnegazione e passione ad alleviare quella degli altri, in qualche modo andrebbe valutata sotto un aspetto diverso anche dalle istituzioni, e persino premiata, se ne avessero il coraggio.

La difficoltà risiede nel fatto che Chico FORTI non vuole la grazia, e giustamente perché si ritiene innocente e chiederla equivale ammettere la propria colpevolezza, ed una persona sicura della sua innocenza non ammetterebbe mai una colpa perché ha accessoria la convinzione che in qualche modo la Giustizia prima o poi si accorga di lui, rimediando agli errori processuali commessi, oppure che il vero colpevole ammetta le sue responsabilità.

Un protocollo d’intesa firmato anche dagli Stati Uniti prevede che dopo dieci anni un detenuto straniero ha diritto a chiedere di essere trasferito nel proprio paese. Ma finora le fievoli richieste italiane fatte da Giulio Terzi e la Bonino non se le è filate nessuno.

A questo proposito mi veniva in mente Sergio MATTARELLA, perché è un Presidente della Repubblica rispettabile, è un giurista e sa cos’è il dolore umano. Prima che scada il mandato di OBAMA e venga eletto qualcuno che abbia altro a cui pensare sarebbe interessante far pervenire al Quirinale una articolata richiesta firmata dal numero più alto possibile di trentini e cittadini in genere e intesa a riottenere il ritorno di Chico FORTI in Italia, anche in carcere, ma in Italia.

Questa iniziativa farà sì seguito alle tante altre che sono state fatte per Chico FORTI, ma abbiamo tutti ormai capito che non bisogna mai abbassare la guardia in questo, perché per da persone libere è facile dimenticare, come si fa con i morti, i sepolti vivi, e non è giusto lasciare a pochi parenti e amici condurre con estrema difficoltà una battaglia epocale come quella volta ad almeno umanizzare le condizioni di vita di un nostro concittadino del quale è peraltro molto dubbia la reale colpevolezza. In questo La Voce del Trentino può fare la sua parte. {facebookpopup}

A cura di Mario Garavelli 

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