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Italia ed estero

Siria, da culla a tomba della civiltà

La guerra civile e l'avanzata dell'Isis hanno trasformato la Siria in un gigantesco cimitero: secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, l'ong che monitora la situazione siriana, in quattro anni sono morte oltre 240mila persone, di cui 71.781 civili e 12mila minorenni.

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La guerra civile e l’avanzata dell’Isis hanno trasformato la Siria in un gigantesco cimitero: secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, l’ong che monitora la situazione siriana, in quattro anni sono morte oltre 240mila persone, di cui 71.781 civili e 12mila minorenni.

La goccia che fece traboccare il vaso. Tutto ebbe inizio il 6 marzo del 2011, quando un gruppo di giovani studenti della città di Dar’a, scrisse sul muro di una scuola “Il popolo vuole rovesciare il regime”. Il giorno dopo, i ragazzi furono arrestati e nei giorni successivi si disse che sarebbero stati picchiati, torturati, forse addirittura uccisi.

I ribelli “moderati”. Di fronte all’ennesimo sopruso del regime, il 15 marzo migliaia di persone riempirono le strade di Damasco e Aleppo, protestando contro Assad per la durezza del suo governo e per le condizioni di miseria in cui avrebbe costretto a vivere gran parte della popolazione. Le manifestazioni si moltiplicarono e l’esercito siriano ricevette l’ordine di rispondere con violenza. Alcuni soldati si rifiutarono di sparare sui manifestanti e disertarono. Il 29 luglio, un gruppo di ufficiali disertori annunciò la nascita dell’esercito siriano libero. Con la nascita dell’esercito siriano libero, le manifestazioni vennero via via sostituite da azioni di guerriglia. Il continuo afflusso di disertori tra le file dei ribelli determinò una vera e propria escalation negli scontri con le forze lealiste. Entrambe le parti sono accusate di aver fatto ricorso anche ad armi chimiche.

Gli islamisti “un po’ estremisti”. Già partire dal 2012, l’esercito siriano libero fu affiancato da gruppi armati composti da fondamentalisti islamici. Tra questi il più importante era il Fronte Al Nusra, branca siriana di Al Qaida. Benché il Fronte Al Nusra operasse in maniera indipendente rispetto all’esercito libero siriano, elementi dei due gruppi combatterono insieme contro le truppe lealiste. Con il perdurare della crisi, però, i fondamentalisti islamici sottrassero all’esercito siriano libero il suo ruolo di primo piano nel fronte ribelle. Gli islamisti poterono contare su un maggiore afflusso di combattenti stranieri, sui finanziamenti di Qatar e Arabia Saudita e su un maggiore impatto sul campo di battaglia, dovuto anche all’impiego di attentatori suicidi. La rottura definitiva tra Al Nusra e l’esercito siriano libero si consumò nell’estate del 2013.

Gli islamisti “molto estremisti”. Sempre nel 2013, il leader dello Stato Islamico dell’Iraq, Abu Bakr Al Baghdadi, tentò di unire la sua organizzazione e il Fronte Al Nusra sotto la nuova sigla di “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria” (Isis), ma sia il leader di Al Nusra che quello di Al Qaida, Ayman Al Zawahiri, si opposero a questo matrimonio. L’Isis dichiarò poi guerra all’esercito siriano libero, accusato di essere “secolarista”, “eretico” e “foraggiato dagli Stati Uniti” e gli sottrasse armi e terreno.

Grazie ai successi ottenuti nel contempo nel nord e nell’est dell’Iraq, l’Isis riuscì a occupare una lunga fascia di confine tra Iraq e Siria, consentendo il libero passaggio di armi e combattenti. Il 29 maggio 2014, Abu Bakr Al Baghdadi proclamò la nascita di un califfato nei territori controllati dai suoi miliziani in Siria e in Iraq e invitò tutti i musulmani ad aderirvi. La forza d’urto dell’Isis era ormai incontenibile: tutte le altre sigle di ribelli, Al Nusra compresa, vennero espulse dall’est della Siria e i soldati dello stato islamico si scontrarono allora con le truppe governative.

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I curdi. L’avanzata dell’Isis aumentò anche la pressione sulla popolazione curda. Paradigmatico è il caso della regione di Kobane, al confine con la Turchia, contro la quale l’Isis scatenò un’importante offensiva a metà settembre 2014. Le milizie armate curde, le “Unite di Protezione Popolare“, hanno respinto questo ed altri attacchi condotti sia dalle forze governative che dai ribelli. Il loro obiettivo è difendere comunità curda che abita nel nord della Siria.

Una guerra per procura. Sul campo di battaglia siriano non si fronteggiano solo le varie anime del Paese, ma si battono anche stati arabi sunniti e sciiti. Tra i sunniti, la Turchia è di gran lunga il Paese più attivo. Ha fornito armi all’esercito siriano libero e ha mantenuto a lungo un atteggiamento di complice accondiscendenza nei confronti dell’Isis. Ora, con un rapido dietrofront, si è messa a bombardare le postazioni islamiste e curde.

Lo stesso atteggiamento di ambiguità si riscontra nella condotta degli Stati del Golfo Persico, Qatar e Arabia Saudita in testa, che a lungo hanno finanziato e inviato armi ai ribelli, con un occhio di riguardo per gli estremisti islamici.

L’Iran, invece, potenza sciita e storico alleato di Assad, è intervenuto per scongiurare il crollo del dittatore e la nascita di una Siria sunnita, che provocherebbe la rottura dell’asse composto da Iran, Siria e Libano, ovvero un gruppo di stati governati da esponenti dello sciismo. Da Teheran Assad ha ricevuto rifornimenti, finanziamenti, armi e intelligence, mentre dal Libano i combattenti sciiti di Hezbollah sono più volte corsi in aiuto dell’esercito regolare siriano, fornendo un contributo decisivo.

La situazione, oggi. Le due principali forze in Siria sono il regime di Assad e l’Isis. Il regime controlla gran parte delle aree costiere, abitate per la maggior parte da alauiti o cristiani, la capitale Damasco e una buona fetta del sud del Paese, dove vive circa il 60% della popolazione. L’Isis, invece, controlla la parte nord-orientale del Paese, dove si trovano le principali installazioni petrolifere siriane. L’esercito siriano libero controlla ormai solo un’area intorno alla città di Aleppo, nel nord-ovest del Paese, e un’altra intorno alla città di Dar’a, a sud. Le forze curde controllano il nord della Siria, al confine con la Turchia (qui una mappa con le varie zone di influenza).

La coalizione internazionale. Dallo scorso settembre una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti ha compiuto una serie di bombardamenti aerei contro le postazioni dell’Isis in Siria. Gli attacchi si sono concentrati su Kobane, a causa dell’alta concentrazione di uomini mezzi dell’Isis, sulla capitale Raqqa e contro le installazioni petrolifere controllate dal gruppo terroristico. La mancanza di truppe sul campo ha reso però la vittoria un miraggio.

A fine luglio Turchia e Stati Uniti si sono accordati per creare una “zona cuscinetto” in Siria, lungo il confine turco-siriano. Questo piano dovrebbe consentire di intensificare gli attacchi contro l’Isis e sgomberare così un’area che va dalla sponda occidentale dell’Eufrate alla provincia di Aleppo. Questa “zona di sicurezza”, dell’estensione di 100 chilometri, verrebbe controllata dai ribelli siriani “moderati”. Si tratta di una mossa che andrà, anche se indirettamente, a indebolire il presidente siriano Assad. Ma non solo: a perdere potrebbero essere le milizie curde, che hanno eroicamente resistito all’assedio islamista e che ora dovranno difendersi dall’aviazione di Erdogan.

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