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Italia ed estero

L’America dopo Obama: i Repubblicani sognano un nuovo Bush

 

 

Tremate, tremate, in neocon son tornati. A più di un anno dalle elezioni presidenziali del 2016, i candidati del Partito Repubblicano si sono esibiti giovedì scorso nel primo dibattito televisivo della campagna elettorale americana. “George W. Bush aveva ragione”, questo il messaggio che è passato a fine serata.

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Tremate, tremate, in neocon son tornati. A più di un anno dalle elezioni presidenziali del 2016, i candidati del Partito Repubblicano si sono esibiti giovedì scorso nel primo dibattito televisivo della campagna elettorale americana. “George W. Bush aveva ragione”, questo il messaggio che è passato a fine serata.

Al dibattito, organizzato dal canale televisivo Fox News e da Facebook, hanno preso parte i 10 candidati Repubblicani attualmente più quotati nei sondaggi. Tutti gli occhi erano puntati su Donald Trump, imprenditore miliardario che con la sua irriverenza è riuscito a conquistare inaspettatamente la testa dei sondaggi.

A sorprendere più di tutto non sono state però le uscite di Trump ma, piuttosto, i punti in comune tra le proposte dei vari sfidanti. Con l’eccezione di Rand Paul, senatore dello stato del Kentucky noto per la sua opposizione alla guerra in Iraq del 2003, tutti gli altri candidati Repubblicani hanno concordato nel criticare il recente accordo sul nucleare con l’Iran e nel proporre un approccio più aggressivo nei confronti dell’Isis.

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Lindsey Graham, senatore per lo stato della Carolina del Sud, ha dichiarato: “Mandando i soldati in Iraq e in Siria riusciremo ad evitare di essere attaccati qui”, Scott Walker, governatore del Wisconsin, ha promesso: “Un giorno cancelleremo l’accordo con l’Iran”, Jeb Bush, figlio e fratello rispettivamente del quarantunesimo e del quarantatreesimo presidente degli Stati Uniti ed ex-governatore della Florida, ha affermato: “Dobbiamo sconfiggere l’Isis con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione”, pur riconoscendo che l’invasione dell’Iraq fu un errore.

E poco conta se “la colomba” Rand Paul ha fatto notare che spesso le armi prodotte negli Stati Uniti finiscono nelle mani dei nemici dell’America. La narrativa che ha dominato la serata è una sola: per tornare grande l’America deve aumentare il suo impegno militare in Medio Oriente. A detta dei candidati Repubblicani, la rapidità con cui Obama ha ritirato le truppe americane dall’Iraq e la sua presunta debolezza nei negoziati con l’Iran sarebbero tra le principali cause dell’instabilità nell’area. La soluzione individuata dagli sfidanti Repubblicani è quindi sconfiggere l’Isis colpendolo sul suo territorio, prima che questo tenti di attaccare gli Stati Uniti.

Questo ritorno in auge del cosiddetto “neoconservatorismo”, dottrina politica che ha segnato l’era Bush giustificando l’impiego della forza militare per far cadere i regimi dittatoriali avversi, è in parte legato al fatto che il 60% della base Repubblicana si dice oggi favorevole a impiegare le truppe americane contro l’Isis, cioè a ritornare in Iraq. Inoltre, va notato il successo dell’establishmentRepubblicano, notoriamente caratterizzato da posizioni interventiste, nell’influenzare la narrativa dei candidati in lizza.

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La rinnovata aggressività del fronte Repubblicano rischia di avere pesanti conseguenze sulla politica estera statunitense. Se le attuali istanze Repubblicane non troveranno presto un contrappeso nella narrativa dei candidati più progressisti, c’è il pericolo che nel 2017 gli Stati Uniti si ritrovino impantanati in una nuova guerra in Medio Oriente.

È per questo che i candidati più progressisti devono impegnarsi a comunicare al loro pubblico che gli attuali problemi del Medio Oriente non sono un eredità della Presidenza Obama, ma piuttosto un lascito di George W. Bush, che con somma ingenuità ha spinto il Paese in sabbie mobili dalle quali non è ancora riuscito a districarsi.

Altrimenti, se i falchi Repubblicani riusciranno a convincere il popolo americano che la sicurezza del paese potrà essere garantita solo attraverso un rinnovato interventismo militare, nuove guerre saranno inevitabili. Tocca quindi ai Democratici e alla loro grande favorita, Hillary Clinton, spostare il dibattito interno al proprio partito da questioni puramente economiche a tematiche di politica estera, anche mettendo in luce il legame tra una diplomazia efficiente e un’economia fiorente.

È la pace, non la guerra, che garantirà agli Stati Uniti un futuro prospero e sicuro.

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