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Italia ed estero

Il terrorismo ebraico, un mostro che viene da lontano

 

E alla fine il cane morse la mano che gli dava da mangiare. Lo stato d'Israele è stato travolto dall'ennesima ondata di odio. Ma questa volta è diverso: non si tratta più di uno scontro tra ebrei e palestinesi. L'estremismo ebraico ha dichiarato guerra al suo stesso stato.

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E alla fine il cane morse la mano che gli dava da mangiare. Lo stato d’Israele è stato travolto dall’ennesima ondata di odio. Ma questa volta è diverso: non si tratta più di uno scontro tra ebrei e palestinesi. L’estremismo ebraico ha dichiarato guerra al suo stesso stato.

Nell’ultima settimana, due tremendi attentati hanno sconvolto il paese. Giovedì 30 luglio, un ebreo ultraortodosso ha scatenato il panico durante il gay pride di Gerusalemme, accoltellando sei persone e uccidendone una, la sedicenne Shira Banki. L’attentatore, Yishai Schlissel, si era reso responsabile di un gesto simile durante il gay pride del 2005 ed era stato recentemente rilasciato di prigione.

All’alba del 31 luglio, invece, un gruppo di estremisti ebrei ha dato fuoco a due abitazioni nel villaggio di Duma, a sud della città di Nablus, in Cisgiordania. Ali Dawabsheh, un bambino palestinese di 18 mesi, è stato ucciso dalle fiamme. Prima di far perdere le loro tracce, gli attentatori hanno scritto sui muri “vendetta” e “lunga vita al Messia”.

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Reuven Rivlin, capo dello Stato israeliano, ha condannato con fermezza gli attentati degli estremisti ebrei. Su Facebook ha pubblicato, in arabo e in ebraico, un messaggio di cordoglio per la morte del bimbo palestinese, in cui si legge, tra l’altro: “Più che vergogna provo dolore, perché i membri del mio popolo hanno scelto la via del terrorismo e hanno perso il volto umano. La loro strada non è la mia, la loro strada non è la nostra”. Rivlin ha, inoltre, condannato la “debolezza” con la quale le autorità israeliane avrebbero fino ad ora gestito il problema del terrorismo ebraico.

Le parole di Rivlin sono state seguite da numerose espressioni di sostegno ma anche da insulti e minacce esplicite di morte. Sul web è circolata l’immagine di Rivlin con una kefiah araba, dipinto come un traditore. Si tratta di un trattamento molto simile a quello riservato a Yitzhak Rabin, ex primo ministro d’Israele, che venne assassinato nel 1995 da un estremista ebreo.

Anche il primo ministro, Benjamin Netanyahu, e altri ministri della destra israeliana si sono affrettati a condannare i due attentati. Netanyahu ha fatto visita ai famigliari del bimbo palestinese morto, ricoverati in ospedale in seguito all’attentato incendiario, e ha promesso “tolleranza zero” contro i terroristi ebrei.

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Il ministro della Difesa, Moshe Yaalon, ha ordinato alle forze di sicurezza di potenziare le misure impiegate contro i militanti dell’estrema destra israeliana e ha autorizzato per i loro leader la detenzione amministrativa, che permette di fermare un sospetto per lunghi periodi anche senza accuse precise. Tale misura era stata riservata finora solo ai militanti palestinesi.

Si tratta di una risposta tardiva e soprattutto insufficiente. Nessuna risposta sarà sufficiente finché la compagine governativa, composta da partiti di destra ed estrema destra, non romperà il suo complice silenzio sull’intima connessione che esiste tra l’occupazione della Cisgiordania, che va avanti ormai da 48 anni, e il fanatismo degli estremisti ebrei. Un fanatismo che è sbocciato ai confini dello stato e che si è progressivamente insinuato nelle strade del Paese e nella Knesset. Un fanatismo che teorizza la superiorità degli occupanti sugli occupati. Un fanatismo con il quale non si può e non si deve giungere a compromessi.

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Il noto scrittore israeliano, David Grossman, si domanda dalle colonne del quotidiano Haaretz: “Riuscirà un bambino arso vivo a far tornare in sé la destra israeliana e a comprendere ciò che la realtà delle cose ha sbattuto davanti ai suoi occhi per anni? Che il prolungamento dell’occupazione e il rifiuto del dialogo con i palestinesi potrebbero decretare la fine dello Stato d’Israele in quanto terra del popolo ebraico? La fine di uno stato democratico e di una realtà nella quale i giovani possano identificarsi e desiderare di crescere i loro figli”.

Il terrorismo ebraico ha dichiarato guerra allo stato d’Israele. Troveranno le autorità ebraiche il coraggio di sgomberare il campo dagli equivoci e passare dalle parole ai fatti? Intanto Israele brucia. Nelle fiamme dell’odio.

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