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Quando il Diavolo Rosso affrontava i Caproni.

Alla notizia del quasi certo ritrovamento dei resti dell’aereo dell’asso ungherese della prima guerra mondiale Josef KISS e ora esposti a Borgo Valsugana riporto, così come l’ho trovato, un breve scritto del 1934 di mio nonno Mario Garavelli, di cui oltre al nome e cognome conservo anche la tessera di giornalista pubblicista sempre con me nel portafogli.

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Alla notizia del quasi certo ritrovamento dei resti dell’aereo dell’asso ungherese della prima guerra mondiale Josef KISS e ora esposti a Borgo Valsugana riporto, così come l’ho trovato, un breve scritto del 1934 di mio nonno Mario Garavelli, di cui oltre al nome e cognome conservo anche la tessera di giornalista pubblicista sempre con me nel portafogli.

Leggendo questo suo scritto giovanile, al di là della divertita tenerezza per l’utilizzo di uno stile appassionato quanto aulico, ridondante e ora desueto se non dai politici di professione consideravo, nell’anno del centenario del volo su Vienna e celebrato al Museo Caproni di Trento, cos’è rimasto dell’eroe romantico in questi decenni monopolizzati da furbetti del quartierino e mezze calzette piazzate nei posti chiave dai “Picone” di turno.

Erano anni duri, durissimi, ma dove il coraggio era vero coraggio, l’onore era vero onore, la fedeltà ad un ideale era un dogma sacro, per non parlare della lealtà verso un amore o un’amicizia. Era questo il metro con cui si misurava la consistenza di cuore e anima, si decideva chi era eroe e chi burocrate.

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Erano anni, per intenderci, in cui alcuni piloti italiani che per varie ragioni (esaurimento munizioni, avaria la motore, inferiorità aerea ecc..) avevano perso il confronto con i velivoli avversari, per non far cadere il velivolo in mano nemica tiravano una fune interna collegata ad un innesco incendiario per dare fuoco all’apparecchio, a volte sparandosi in testa guardando sprezzanti l’avversario che li stava per finire. Erano anni dove accadeva che Italo Balbo promuovesse il suo umile attendente ad ufficiale e lo facesse diventare uno tra i migliori piloti d’aereo dell’epoca, un epoca dove volare era una scommessa a dadi con la morte, che prima o dopo vinceva quasi sempre.    

Ecco, mio nonno racconta la vera storia di un eroe romantico, l’austroungarico asso dell’aviazione Josef Kiss chiamato da amici e nemici il Diavolo Rosso, che nel suo breve passaggio sulla terra ha fatto di sé leggenda e creato un’altra eroina romantica, quell’Enrica Bonecker (poi storpiato in Boneccher dal burocrate fascista Tolomei) sua fidanzata perginese dell’epoca, che per la bellezza di cinquantadue anni porterà tutti i giorni fiori freschi sulla tomba del suo amore nel cimitero militare di Pergine Valsugana, cessando solo alla chiusura del cimitero nel 1970, per poi morire poco tempo dopo.

Josef Kiss stesso era una vittima innocente. Il nonno di Kiss era un generale dell’esercito austroungarico, e fu uno dei tredici funzionari ungheresi ribelli detti i martiri di Arad,  tutt’oggi celebrati eroi d’Ungheria fatti impiccare dal Kaiser come ribelli indipendentisti. Così il padre di Kiss, pur di sangue nobile, si ritrovò spogliato di tutto a fare il giardiniere all’accademia militare di Pozsony, ora Bratislava, e il figlio Josef iniziò la sua guerra mondiale da umile soldato semplice in trincea con la truppa, ma con coraggio e tenacia finì la sua guerra come luogotenente pilota, anche se promosso ufficiale solo dopo morto.

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La guerra di Kiss fu forse più contro gli atteggiamenti intransigenti dell’Impero del Kaiser che contro i veri nemici, e questo traspare dalle righe di mio nonno come dai pochi documenti che ci restano delle sue imprese e della sua vita.

Kiss era inviso da buona parte dei suoi commilitoni, che forse non gli perdonavano di essere il discendente di quello che consideravano un vile traditore, come non sopportavano che lui, un semplice un sottufficiale, fosse il più bravo tra i “Flieger”, gli aviatori, quasi tutti ufficiali.

Così, pur gravemente ferito in combattimento aereo un ufficiale medico si rifiutò di curarlo con urgenza perché non era: “neppure un ufficiale” preferendo finire il suo pasto, ma vi fu costretto a seguito delle minacce fisiche di un amico e collega di Kiss, l’ufficiale e asso Julius Arigi, che in questo modo gli salvò la vita. Una vita che durò solo per altri pochi mesi.  

Kiss poi, aveva alcune certezze poco condivise dai suoi colleghi d’arme, come quella di non voler mettere piede su un bombardiere ma solo su aerei da caccia, o di evitare di sparare a freddo sul nemico quando ormai era vinto o aveva terminato i colpi. Inoltre aveva la disdicevole abitudine, per un semplice sottufficiale, di trattare con rispetto gli avversari caduti in prigionia quasi tutti ufficiali, e rendere gli onori militari ai nemici abbattuti.

E la consuetudine degli onori gli verrà poi corrisposta al suo funerale, quando una squadriglia di aerei italiani, francesi e britannici passò sopra Pergine senza che fosse sparato un colpo da entrambe le parti nemiche e lanciò dal cielo una corona commemorativa con sopra scritto: “il nostro ultimo omaggio per il nostro coraggioso avversario”. L’asso ungherese a quel punto era già diventato ufficiale, alla memoria, entrando nella leggenda.

Al funerale di Josef Kiss, davanti al feretro che avanzava piano tra la folla, una bimba austriaca di dieci anni teneva tra le mani con aria solenne un cuscino di raso con tutte le medaglie dell’eroe caduto. Fattasi ragazza conoscerà a Bolzano il bersagliere piemontese Mario Garavelli e lo sposerà. Era mia nonna.

UN CAVALIERE DELL'ARIA. (Un racconto del 1934 di Mario Garavelli)

Pagine di vita vissuta. Il luogotenente Giuseppe KISS ed il suo diavolo rosso. Un'anima d'acciaio. La sua morte dovuta a tradimento? Sempre fiori in memoria.

27 maggio 1918, a Pergine. Un pomeriggio piovoso ed imbronciato tormenta la natura rigogliosa della primavera sbocciata e predispone gli animi al pianto. In giro gente frettolosa bisbigliante raccoglie e rigetta minutissime frasi di compianto:

– Il funerale? Lo seppelliranno tra poco. Aveva 21 anni e qualche mese, tre medaglie d'oro e quattro d'argento. – Poverino, è la guerra! – Popolane, ufficiali, vecchi, soldati, bambini, comunque un tramestio smorzato. Passano, marziali nell'incedere, baffuti Alpenjaeger con i vestiti laceri di 100 battaglie.

Passano, miserrimi spettri, fanti e tiratori intisichiti contro i baluardi d'Asiago e del Grappa. Passano, incaramellati e pur commossi, gli ufficiali germanici venuti sul fronte austriaco a studiare il mai avvenuto sfondamento della linea sull'altipiano dei Sette Comuni. Passano i “Flieger” dagli aquilotti dorati sul colletto, colleghi del defunto. Passano i vecchiotti delle frazioni, i bambini e le donne, tutti  mal ridotti dalle privazioni, e calcano lentamente la breve stradicciola che conduce al cimitero militare.

È morto Kiss, luogotenente dell’Imperial Regia Aeronautica militare austriaca. La mancanza di campane (utilizzate per i cannoni) non può nemmeno portare attraverso l'umida atmosfera le note melanconiche della benedizione alla salma dell'eroe cavaliere.

Giuseppe Kiss, ungherese, ufficiale per merito di guerra e più volte decorato è morto combattendo tre giorni prima nel cielo di Feltre. È la guerra!

Per noi latini il ricordo di un eroe, sia pur nemico, non è neppure cavalleria. Quello che sentiamo, quello che il cuore ci spinge e ci invita a ricordare è un sentimento troppo radicato in noi per cadere nella volgarizzazione del comune senso cavalleresco, talora sforzato dalla parvenza del caso e pertanto incompleto.

Abbiamo raccolto attraverso molteplici quanto concordi descrizioni un po' di quest'anima slava, l'impasto ne è risultato omogeneo e la gamma della purezza di quell'eroe adolescente ha raggiunto i più alti gradi. Giuseppe Kiss è di origine nobile, ma personali controversie gli interdicono di portare il prenome Von, ma a lui non importa.

Poco più che sedicenne entrerà volontario nell'esercito austro-ungarico: persegue un sogno: volare! Tanto per cominciare lo troviamo contro i russi nel fango della Bucovina, umile fantoccio, ma il suo grande sogno continua!

Attraverso un'infinità di pratiche ottiene di essere ammesso ad un campo scuola di aviazione in Boemia. Si fa onore, ottiene brevetto di pilota, porta il distintivo di Flieger al colletto. Nel luglio del 1916 fa parte della riserva da campo e viene inviato all’ importante base aeronautica militare di Cirè, presso Pergine. Anima infantile, cuore di leone!

La carriera è rapida, le onorificenze accrescono la sua passione. Sul rombante Phoenix compie prodigi prima come osservatore poi come cacciatore, ma non accetterà mai il pilotaggio di un apparecchio da bombardamento.

Certe idee sue non andranno mai a genio ai superiori, da ciò un senso generale di diffidenza al suo riguardo, pochissimi amici, il più delle volte solo. Poco pratico della lingua italiana troverà, presso alcune famiglie perginesi che comprendono se non il suo idioma almeno il tedesco, un conforto, e così parlerà di sé, della sua famiglia, di una sorellina morta e della sua grande passione: volare.

Un rapporto segreto al Comandante generale della sua Divisione tratteggia elementi a suo completo disfavore. Egli stesso, carpito non si sa come il messaggio, si compiaceva ripetere certi quesiti da sviluppare ai superiori Comandi.

Perché il tenente aviatore Kiss non accetta di pilotare apparecchi da bombardamento?.. Perché, valoroso come dimostra essere, non attacca distrugge mai apparecchi nemici da ricognizione?.. Perché in ogni caso si limita, potendo e con peritissima manovra, a farli atterrare? Può essere considerato tutto ciò umanità eccessiva e affatto fuori luogo?

D'altra parte, considerando come non pochi apparecchi costretti a scendere siano stati regolarmente incendiati dagli stessi piloti nemici, perché il tenente aviatore Kiss non sempre impedisce tali atti? Elementi importanti e se vogliamo piuttosto gravi lo colpiscono, ma sotto la parvenza di un dovere dove gioca la sua giovane vita, egli non fa che del purissimo sport.

Accetta sempre il torneo con la mitragliatrice silenziosa, aviatore acrobatico non di rado vincitore della spasimante tenzone, correrà a stringere la mano al vinto. Quando non vincerà la partita per aver trovato in cielo un aquilotto par suo abbandonerà, fingendo una paurosa scivolata d’ala, lasciando il valoroso collega nemico padrone dell'aria!

La sua guerra è una risata argentina di giovinezza pazza ed esuberante, non vede il motivo di ferire né d’uccidere. Le sue armi sono le ali crociate, il suo cuore non è una fortezza da demolire, i suoi palpiti sono quelli del fragoroso motore, sua unica anima ed arma.

Dinanzi alla morte piange e forse prega implorando; molte volte l'italiano costretto ad atterrare incendia il velivolo si brucia le cervella con la pistola. Col volto disfatto il tenente Kiss osserva la ricomposizione di quell'eroe sfortunato e stoico, imprecando sicuramente l'atto dell'audace ma scolpendo nel suo cuore per sempre le fattezze dell'estinto come quelle di un grande amico perduto.

Per la dura e temprata anima militare austriaca tutto ciò non è cavalleria, è quasi un tradimento. Tra suoi commilitoni Kiss non ha amici intimi, le sue confidenze ci pervengono da famiglie locali che egli ha frequentate, dalle quali la sua giovane età ha avuto un conforto come un figlio, un parente, un vecchio amico di casa.

Nel novembre del 1917, una serataccia umida e nebbiosa, ecco l'urlante sirena d'allarme lanciare il suo grido! Soldati ed ufficiali ai rispettivi posti, i popolani nelle cantine.

Un grosso Caproni grigio dai grandi cerchi tricolori, lentamente, col suo carico di bombe cercava il nodo ferroviario, i baraccamenti militari, forse la base aviatoria.

Due grosse torpedini esplodono con fragore sullo stradone di San Cristoforo, le batterie austriache antiaeree lanciano i loro bioccoli di fumo attorno all'apparecchio bombardiere che tenacissimo e lento continua la sua impavida incursione.

Nell'umida bruma crepuscolare con un urlo lacerante scatta velocissima dal campo del Cirè il Phoenix di Kiss e rapido punta sul Caproni che prosegue imperterrito.

La minaccia è sentita dal pilota italiano, il compagno seduto dietro di lui nella carlinga ha un sorriso d'eroe; – non possiamo sfuggire,  è Kiss! – Il pilota assente con un gesto rapido, l'altro solleva tutte le levette dei sospensori: una..due..tre..quattro..meglio così!

Le grosse bombe liberate saettano a piombo nell'aria brunita, quattro spaventose detonazioni che echeggiano a brevi intervalli dicono ai volatori che il loro compito è finito. Alleggerito il Caproni s'impenna verso la nuvolaglia, cercherà di trovare nei nembi oscuri del cielo uno scampo.

Il supremo tentativo fallisce, l'avvoltoio crociato ha intuito la manovra, fragoroso e veloce supera l'apparecchio tricolore e comincia la ben nota manovra. La sua mitragliatrice tace; il micidiale rosario non sgranerà le sue note mortali.

Con tattica peritissima Kiss non abbandona la lenta preda, sorvola esperto le enormi ali del bombardatore, le ruote del suo carrello toccano quasi le corde metalliche vibranti del Caproni, qualunque tentativo di guizzo in linea retta è subito frustrato da una superba picchiata, il Caproni non può sfuggire. Il pilota italiano e il compagno comprendono: un dito sul bottone della massa ferma il pulsare fragoroso del motore che comincia a scendere.

E’la fine. Uno strappo rabbioso ad un filo misterioso, un lampo…ecco le fiamme. Il Caproni s'incendia. Kiss non ode un secco colpo di pistola, il pilota italiano non darà né l’apparecchio né se stesso in prigionia…meglio la morte!

Una spirale paurosa, un crepitare di fiamme, un tonfo che mette gelo nel sangue, l'uccello gigantesco già padrone del cielo è diventato un falò sulla terra. Kiss velocissimo ritorna a Cirè, lo attendono mani che cercano una sua mano, sdegnoso salta dalla carlinga, sul volto impietrito e terreo corrono nei solchi delle sue aride guancie lacrime brucianti. Un'auto, e poi a Pergine di corsa.

Pallidissimo, sull'attenti onora i due eroi carbonizzati. Han luogo i funerali, per i nemici non vi sono fiori, ma Kiss, sublime, invierà una corona con nastri commemorativi: “Il vincitore agli eroi vinti”.

Il gesto altamente cavalleresco sarà a lui cagione di fiere rampogne, ma egli non raccoglie il fatto non indugia a considerare suo gesto, è nato cavaliere, non ama la guerra, compie come sente suo dovere per intero ma senza odii, con passione, con amore.

Un altro fatto non meno importante, ma che per questo grande e modesto eroe poteva avere gravi conseguenze, è annoverato fra quanti lo conobbero durante i lunghi anni della prima guerra mondiale. Un bel giorno, a Levico, con una delle sue consuete manovre, riusciva a forzare l'atterraggio di un caccia italiano (il cui pilota stavolta non decise l’estremo gesto) e con squisita cortesia e forse sollievo, sceso poco dopo dal suo apparecchio, correva a felicitarsi con il prigioniero sdegnoso e cupo che malinconicamente ripensava alla perduta libertà.

Cavalleriae buone maniere non mancano di far breccia nel cuore dell'aviatore italiano, e tra i due si stabilì una certa corrente di simpatia che fruttò a quest'ultimo, mercé l'interessamento del bravo ungherese, un posto meno duro nella sua captività. L'italiano, espertissimo collaudatore e meccanico privatissimo, venne inviato a Pergine presso le officine di riparazioni aeronautiche, piantate pressappoco in vicinanza delle attuali proprietà Maoro, ed egli stesso in base agli ordini ricevuti curò e diresse le riparazioni del suo caccia riuscendovi ottimamente.

Il volo sperimentale di collaudo dell'apparecchio riparato doveva effettuarlo lo stesso prigioniero, beninteso un volo di pochi minuti e per il quale gli vennero somministrati solo pochi decilitri di carburante. Ma nei giorni che precedettero il volo l'italiano pare non perdesse tempo.

In svariate riprese riusciva accumulare parecchi litri di benzina accuratamente suddivisi in piccoli recipienti nascosti in una grossa combinazione di volo. Il giorno famoso indossò l'ingombrante tenuta, assisté trepidante alla misurazione del carburante nel piccolo serbatoio montato appositamente, serio e rispettoso subì le raccomandazioni del capofficina, strinse la mano a Kiss, ripeté la breve formula impostagli: “non più di tre minuti di volo” e partì.

Girò rapidamente sopra Zivignago, prese quota, sorvolò il castello, e scomparve velocissimo in direzione di Asiago lasciando tutti con tanto di naso! È notorio che  Kiss non la passò tanto liscia, tuttavia la cosa fu messa sollecitamente a tacere e non si parlò più di questa burla famosa, che ancora oggi a Pergine ciascuno con compiacenza rammenta.

Dopo l'aviatore italiano tornato fra i suoi, si commentava, il più contento doveva essere proprio Kiss, il povero Kiss che ora dorme per sempre. Non cerchiamo di indagare i motivi della sua morte: forse il tragico velario caduto sulla sua spoglia martoriata nasconde un mostruoso tradimento, forse no.

Il meriggio del 24 maggio 1918 lo vede partire con il suo caccia a capo di una squadriglia, l'obiettivo non lo conosciamo, ma sopra il cielo di Feltre, distinti, punteggiano lo smalto celeste cinque parecchi italiani. Lo scontro si è sensibilmente delineato, quegli eroi non si cercano più, si son già visti.

Kiss prende quota e si slancia attraverso due velivoli italiani, la manovra è semplice: isolarli. Lo salutano al rapido saettare fulminei nembi di mitraglia, ed egli gioca, picchia, s'impenna, osserva con una superba cabrata le lucide carlinghe dai tre colori, si rovescia, sull'argenteo ventre della fusoliera spicca il suo distintivo di guerra, un cerchio rosso, perciò i suoi commilitoni lo chiamano “der roten Teufel”, il diavolo rosso!

Italiani lo conoscono e se proprio non lo temono lo stimano per il suo giusto valore e per la sua leggendaria cavalleria. Ma che avviene? Perché? I suoi occhi grigioazzurri che non hanno mai visto la paura dilatati all'eccesso osservano il più terribile dei casi. Lampi di acciaio del suo sguardo fanciullo inseguono gli apparecchi amici che hanno abbandonato la lotta.

Eccoli di conserva in formazione parallela che ritornano velocissimi alla base..perché? I suoi insulti non hanno eco, la sua disperazione ed il suo furore non hanno limiti, non comprende quell'abbandono..lo studia, ma non arriverà mai a rendersene conto.

Urlanti gli apparecchi italiani lo accerchiano e lui non pensa più, non vuole più pensare: la sua giovine anima si è trasfusa alle leve, al motore, alle ali, guizza il suo crociato centauro, urla fragoroso la sua ultima canzone. Il cerchio si stringe, egli si difende, mio Dio! Cosa farà quel ragazzo? Solo si batte, cadrà solo e morirà solo.

Gli strali delle mitragliatrici lo raggiungono, lo spezzano…Il sogno, il suo grande sogno è finito, l’astore è ferito a morte, rombo di motori, spasmi, fumo nebbioso, squarci nell’apparecchio, le corde spezzate dei tenditori lacerano l'aria con fischi tremendi, prosegue orrenda con tonalità diverse ma urlanti la sinfonia dei motori ed il balbettio delle mitragliatrici, la sua anima è scomparsa, la sua carne è ferita, s’incuneano decise e rapide nella sua spoglia ancora palpitante le ultime pallottole roventi…Fumo, fiamme, un precipitare turbinoso..Kiss col suo Phoenix ha raggiunto la terra che l'accoglierà per sempre.

Sull'affusto di cannone la sua salma pietosamente ricomposta è giunta al cimitero militare di Pergine. Onori militari, ordini brevi e secchi: le salve di fucileria gli danno l'estremo saluto ufficiale. Una teoria interminabile di militari, di popolo e di conoscenti sfolla all'estrema dimora, le mamme, i bambini…le ragazze indugiano, vi sono delle persone che piangono silenziosamente, il cielo pure piange, la pioggia si insinua tra i mazzi di fiori deposti sulla sua tomba e fa palpitare petali multicolori.

La bambina, una brunetta che ha portato le decorazioni dell'estinto, getterà le poche corone di compenso nella cassetta delle elemosine in pietoso suffragio ai morti.  Vi è del pianto nell'aria scura sul volto dei presenti. Kiss è morto: Kiss è sepolto, ma la sua grande anima d'adolescente è rimasta.

Mani bianche  e misteriose, agenti di un pensiero imponderabile tra gentile pietoso, quasi ultraterreno, posano ancor oggi sulla sua fredda tomba quotidianamente e in qualsiasi stagione fiori freschi. Sono passati degli anni, ma la memoria dell'eroe cavaliere è rimasta nell'omaggio floreale ad imperituro ricordo della sua anima bella, fatta di fiori e d’acciaio.

(Mario Garavelli, marzo 1934)

 

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