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La Sfera e lo Spillo

Amarcord: Osvaldo Bagnoli, l’allenatore del Verona tricolore

 

Trent’anni dopo lo storico scudetto Osvaldo Bagnoli festeggia il suo ottantesimo compleanno. Il tecnico milanese nasce, infatti, il 3 luglio del 1935. Muove i primi passi in una piccola società del capoluogo lombardo: l’Ausonia 1931. Cresce calcisticamente nelle giovanili dell’AC Milan.

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Trent’anni dopo lo storico scudetto Osvaldo Bagnoli festeggia il suo ottantesimo compleanno. Il tecnico milanese nasce, infatti, il 3 luglio del 1935. Muove i primi passi in una piccola società del capoluogo lombardo: l’Ausonia 1931. Cresce calcisticamente nelle giovanili dell’AC Milan.

Possiede un passato da giocatore professionista, calca con discreta fortuna i verdi campi dal 1955 al 1973; veste le maglie del Milan, Verona, Udinese, Catanzaro, Spal, Udinese e Verbania.

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Osvaldo è un centrocampista eclettico che può interpretare con sagacia il ruolo di mezzala o mediano, talvolta impiegato nel ruolo di ala destra. Nel suo bagaglio tecnico annovera discrete capacità balistiche, abile nel tiro da fuori area. Chiude la carriera nel Verbania nel ruolo di battitore libero.

Nella stagione 1969-1970 inizia la carriera d’allenatore. La prima esperienza, con l’incarico di vice nel Verbania, poi alla Solbiatese, approda in riva al Lario nella squadra di Como. Fugaci sono le apparizioni a Rimini e Fano per poi giungere a Cesena.

Dal 1981 al 1990 è il tecnico degli scaligeri. L’esperienza, nella città di Giulietta e Romeo, è da considerarsi la parentesi più lunga in termini temporali e più intensa, vissuta con grande professionalità e romanticismo.

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In seguito registra due anni positivi in terra ligure, alla guida del Grifone. Chiude la carriera nella sua Milano, sponda Inter, dopo un biennio tra luci e ombre. Lascia il mondo del pallone all’età di cinquantanove anni.

Nella sua carriera vince due scudetti, il primo da calciatore del Milan nella stagione 1956-1957, il secondo nella veste di coach in riva all’Adige nella stagione 1984-1985.

Nella metà degli anni ottanta il girone della serie A è composto a 16 squadre. Nell’anno del tricolore all’Arena, il “mitico” Hellas Verona giunge primo nel tabellone finale (a quota 43 punti). Alle spalle della capolista si classifica il Torino del brianzolo Gigi Radice (a quota 39) e al terzo posto giunge l’Inter del trevigiano, Ilario Castagner (a 38 punti).

E’ una straordinaria cavalcata cominciata il 16 settembre 1984 con la partita Verona-Napoli (3-1) e conclusa il 19 maggio 1985 con il match Verona-Avellino (4-2).

Nelle 30 partite disputate, 15 sono le vittorie, 13 sono i pareggi, 2 le sconfitte. Gli undici “Mastini” perdono con l’Avellino al Partenio (2-1) e al Marcantonio Bentegodi con i granata del Torino (1-2).

Il secondo migliore attacco (insieme alla Beneamata) con 42 reti alle spalle della Juventus (48 reti); è la miglior difesa con 19 reti subite.

Nel torneo precedente (1983-1984) i gialloblù si collocano al sesto posto in coabitazione con il Milan e la Sampdoria, mentre l’anno successivo (1985-1986) si posizionano solo decimi.

Ai piedi dell’Arco dei Gavi, il “mago della Bovisa” celebra oltre al memorabile tricolore, la promozione in serie A (1981-1982), due finali della coppa nazionale (Coppa Italia) e il raggiungimento dei quarti di finale nella competizione europea (Coppa UEFA nella stagione 1987-1988).

In quell’annata leggendaria Osvaldo Bagnoli schiera i “Butei” con un modulo attento e accorto. Riesce nel miracolo di portare nell’élite del calcio italico la truppa gialloblù, conquistando il primo tricolore della società scaligera.

A difesa dei pali è Claudio Garella, portiere istintivo. Sono rinomate le parate con i piedi facendo uso dell’intero corpo per deviare i palloni insidiosi, una sorta di scudo umano.

Il pacchetto arretrato è composto da: Mauro Ferroni, il marcatore arcigno, Silvano Fontolan, la torre difensiva, Roberto Tricella, il playmaker basso (scuola di Cernusco sul Naviglio come Scirea e Galbiati) e Luciano Marangon, la propulsione in fascia.

A centrocampo il modulo è assemblato da: Hans-Peter Briegel, il fisico a servizio del football, Antonio Di Gennaro, il costruttore di gioco e Domenico Volpati, l’utilità e la duttilità del mediano; il tornante Pietro Fanna, la fantasia sugli esterni.

In attacco il tandem è assortito da: Giuseppe Galderisi, il “nano” sgusciante e imprevedibile e Preben Elkjaer Larsen, la potenza offensiva.

Infine, il condottiero, schivo e introverso, è un tecnico pragmatico e preparato, dotato di grande umanità. E’ conosciuto nell’ambiente del pallone come un uomo dall’alto profilo morale, retto e corretto; un allenatore d’altri tempi per virtù e schiettezza.

Dal punto di vista tattico apprezza una difesa coperta che interpreta con giudizio la cosiddetta “zona mista”. Un playmaker arretrato (una sorta di libero) che imposta le giocate dalla linea bassa e si “stacca” nella fase di chiusura e di ripiego.

La mediana è aggressiva supportata da un pressing combattivo che regola con misura un possesso di palla acuto e brillante.

Mister Bagnoli è un maestro di calcio, pratico nell’interpretare il gioco caratterizzato da fasi rallentate e ripartenze veloci e repentine sfruttando i binari sospinti dagli esterni.

Difficilmente modifica o altera le caratteristiche tattiche e tecniche dei giocatori a disposizione, evidenziandone al contrario le peculiarità.

Oggigiorno Osvaldo Bagnoli si gode la meritata pensione nella sua Verona, nel quartiere di Valdonega, teatro e palcoscenico di una storica villa romana, circondato dall’affetto della sua famiglia.

Un grande personaggio del calcio, sentimentale e poetico, che regala un sogno a una città, sfiora con onore il cuore e la mente degli sportivi e non solo scaligeri. Un uomo che lascia il football agonistico per troppo amore, forse ferito ma probo, integro e leale.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

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