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Trento

Addio a Gianni Carpentari, «Il camoscio di Mezzomonte»

Ci ha lasciati ieri (4 luglio) Gianni Carpentari, un personaggio forse sconosciuto ai più, se non nell’alto Garda, dove aveva avviato un affermato negozio di cicli, ora condotto dal figlio Andrea.

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Ci ha lasciati ieri (4 luglio) Gianni Carpentari, un personaggio forse sconosciuto ai più, se non nell’alto Garda, dove aveva avviato un affermato negozio di cicli, ora condotto dal figlio Andrea.

In realtà Gianni Carpentari era un ex ciclista che negli anni ’60 arrivò alle porte del professionismo, rinunciando però ad una promettente carriera per non doversi sottomettere al doping.

Il nome di Carpentari, finito nel dimenticatoio dopo il suo addio alle corse alla metà degli anni ‘60, tornò agli onori delle cronache nel 2006 grazie a Francesco Moser, che in occasione dell’intitolazione della salita del Monte Bondone – da parte del Comune di Trento – al ciclista lussemburghese Charlie Gaul, vincitore dell’epica tappa del Giro d’Italia del giugno ’56, conclusasi al valico di Vason sotto una fitta nevicata, rilasciò ai giornali una dichiarazione decisamente controcorrente, affermando che in realtà “il vero Re del Bondone era Gianni Carpentari”.

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Apriti cielo! Ma chi è questo Gianni Carpentari? si chiesero i giornalisti che mai avevano sentito nominare il ciclista citato dal “Checco” ? Fu così che si andò a scavare nel passato del ciclismo regionale, rispolverando una storia che ha davvero dell’incredibile.

Gianni Carpentari era nativo di Mezzomonte di Folgaria e i primi assaggi di salita in bicicletta li fece proprio andando su e giù da casa fino a Rovereto, dove aveva trovato lavoro.

Passato al ciclismo agonistico sul finire degli anni ‘50, non tardò a mietere i primi successi tra i dilettanti, ovviamente nelle corse in salita, il suo campo di battaglia preferito, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Camoscio di Mezzomonte”.

Fra i ciclisti che dovettero sottostare alla sua potenza in salita ci fu anche un certo Felice Gimondi, che qualche anno più tardi – una volta passato al professionismo – diventò uno dei corridori più affermati dell’epoca e non solo.

Nel palmares di Gianni Carpentari troviamo – fra le altre – ben tre Bassano-Monte Grappa (dal 1961 al 1963) e cinque Trento-Bondone (1960 con il record della corsa, 1961, 1962, 1963, 1965).
Dopo 6 anni fra i dilettanti ed una convocazione in nazionale nel 1965, per il Giro di Jugoslavia (dove vinse per distacco la tappa di Sarajevo), Carpentari appese la bici al chiodo, proprio quando per lui si stavano aprendo le porte del professionismo.

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Motivo della scelta? Non ne voleva sapere del doping che, a quanto pare, era pratica assai diffusa a certi livelli.

Quella fu certamente la sua vittoria più grande, e quando venne a conoscenza della storia, l’assessore provinciale allo sport in carica nel 2006, Iva Berasi, proprio per questo suo rifiuto gli volle rendere onore consegnandogli una targa.

Abbandonai perché di quei beveroni che arrivavano dall’America non ne volevo sapere”, disse Carpentari mentre riceveva dalle mani dell’assessore Berasi la targa ricordo. Una scelta che molti altri corridori non ebbero il coraggio di fare, né allora né dopo. E di cui il Camoscio di Mezzomonte non si è mai pentito.

Ora Gianni ha affrontato la sua ultima salita e da lassù continuerà a guardaci con il suo sorriso ironico, quel sorriso che non aveva abbandonato nemmeno dopo la scelta dolorosa di appendere – proprio sul più bello – la bici al chiodo.

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