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La Sfera e lo Spillo

Il pallone rotola

 

Il calcio è in crisi e non da oggi. Un settore, quello calcistico, che raffigura impietosamente l’istantanea fedele del volto avvilito e malinconico del nostro Paese.

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Il calcio è in crisi e non da oggi. Un settore, quello calcistico, che raffigura impietosamente l’istantanea fedele del volto avvilito e malinconico del nostro Paese.

Il suo riconosciuto ruolo sociale è scalfito dalle vicissitudini, da una realtà amara, tangibile dagli osservatori attenti e disinteressati.

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Le difficoltà economiche del Vecchio Continente, e in particolare dell’Italia, evidenziano le carenze strutturali di un mondo, quello del pallone, prima gonfio e vanitoso, in seguito nella fase acuta della congiuntura, svuotato e mortificato dagli interessi ristretti e dai facili denari.

I presidenti, i precursori, i grandi romantici patron del passato non vi sono più, tranne qualche isolato caso, le compagini sono guidate con difficoltà dai mezzi economici sempre più modesti e dimessi.

L’Italia arranca e lo fa anche il football, vetrina un tempo di piccoli magnati e grandi uomini alla ricerca di fama e di gloria, di un ritorno d’immagine da sfruttare nell’imprenditoria e negli affari senza dimenticare il cuore.

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La disaffezione collettiva, le questioni non irrilevanti legate al quadro del ciclo economico più in generale, il sistema sciupato e superato, rappresentano la cartina di tornasole di uno sport che deve ritrovare il punto di fondo su cui poggiare il paradigma del suo futuro.

I bilanci finanziari in profondo rosso, i risultati sportivi scadenti, i preziosi settori giovanili molto spesso lasciati allo sbando (salvo rare eccezioni) sono la cima di un iceberg, di un modello di passatempo non più praticabile e credibile se non con opportune correzioni, iniezioni di rinnovamento e non solo di facciata.

La sfera dorata del pallone è sempre più un castello di carta, una bolla, l’inno dell’effimero e del vuoto nel quale la competenza tecnica è umiliata e svilita dalla sete di potere senza dote e requisiti.

Il rendiconto è gonfiato ad hoc, il valore surrettizio dei players rialzati a dismisura in nome della plusvalenza, cessioni e acquisti decisi a tavolino, non per questioni tattiche, ma supinamente alla ricerca di scambi, di regimi agevolati e paradisiaci.

I repentini passaggi di proprietà celebrati sotto gli occhi sbigottiti degli accalorati seguaci, manifestano i sintomi, se portati all’esasperazione, di una condotta, di un costume poco sano e notevolmente fuori controllo.

Sono fantomatiche le cessioni di quote che celano con fondati presagi, dinamiche dagli esiti imprevedibili; gli investitori venuti dal nulla configurano un paesaggio desolante e mesto che alla lunga rischia di portare discredito, appesantire in maniera grottesca una realtà già lesionata, incapace d’invertire con audacia il punto di non ritorno.

E’ divenuto necessario e non più procrastinabile progettare con saggezza un nuovo percorso, non facile ma essenziale, riportando con ambizione in traccia il movimento del calcio, gestito in taluni casi da personaggi chiacchierati e disinvolti, talvolta apparentemente manipolato da gruppi leciti di potere ai limiti, al margine del conflitto d’interesse.

Il finanziamento, in particolare, nelle categorie inferiori non può avvenire con la scorciatoia, un vicolo cieco, la strada sporca senza uscita che consegna la fine ingloriosa di uno sport, nato nel XIX secolo, con la complicità di nativi pionieri, veri antesignani, viaggiatori di là della Manica.

La degna sopravvivenza e la sostenibilità della palla di cuoio sull’amato green passano attraverso le riforme coraggiose delle istituzioni e il cambio di palinsesto delle società professionistiche.

Il “soccer”come lo chiamano gli americani, necessità di nuovi amatori per non finire nella palude delle scommesse, nel fango delle combine che calpesta in maniera ignobile l’alto valore morale dello sport.

Il controllo attento e vigile delle federazioni competenti e una trasformazione radicale del modello e degli organigrammi in seno alle società sportive sono le attese genuine per il rilancio del professionismo agonistico.

Razionalizzare con sagacia il torneo unico della serie A, della cadetteria (serie B) e il ritorno a due gironi definiti e allargati della Lega Pro (ex serie C1) come nel recente passato, ad esempio, si configurerebbe come una scelta pertinente e alternativa all’attuale impalcatura.

Opzioni sofferte e razionali che consentirebbero un primo passo, seguito da altri temerari, con l’obiettivo di rifondare il sistema altrimenti destinato all’ingovernabile sbando.

Il caso irrisolto degli stadi ormai vecchi e logori dalla capienza esagerata, esosa e sovradimensionata, la questione spinosa dell’arena di proprietà sono tematiche affrontate con eccessiva superficialità dal potere decisionale sportivo e istituzionale, in controtendenza rispetto alla matura esperienza anglosassone.

Oggigiorno realizzare saldi economici positivi non è un’impresa semplice, in Italia pochi club, poche famiglie avvedute e fortunate conseguono risultati apprezzabili in tal senso, in un ambito volatile e mutevole.

Si richiedono strutture snelle e nello stesso tempo ampiamente professionali, abili nel cosiddetto scouting, vigili e presenti sui mercati e della spiccata vivacità organizzativa.

La dote non comune di tessere i rapporti privilegiati con partnership nel tempo, la creatività nello svolgere attività di sinergia tra i diversi attori e il tessuto economico nazionale e d’oltreconfine, sono le eccellenze da cogliere e approfondire.

Lo sviluppo auspicabile traccia la rinegoziazione collettiva dei diritti tv, l’esportazione del brand italico, la normalizzazione ragionevole dei costi di gestione e d’iscrizione ai campionati, la capacità di vendere servizi tangibili e non, nel circuito planetario.

Il merchandising globale, lo stadio divenuto, l’anfiteatro del conviviale svago, la sana gestione dei vivai sono i cardini senza i quali non vi è prospettiva, una vista ristretta senza via di fuga e punti di vista.

E’ essenziale rafforzare il concetto della “Cantera” di chiara ispirazione spagnola, il luogo di formazione e di unione, non solo di attività sportiva ma di crescita individuale e collettiva.

Spazio della condivisione e dell’aggregazione delle scuole calcio sino alla prima squadra, frangenti vissuti con intensità nell’intero arco della giornata.

Il concetto della cittadella sportiva è utile per la retta crescita dei giocatori in erba, punto d’incontro e coesione del team, appassionati compresi.

La “biglia”è il giocattolo, il privilegio, dei bimbi ma forse anche dei loro padri. Ecco perché i grandi dovrebbero ritrovare la genuinità e la genialità dei fanciulli. Nel frattempo, senza ritegno, il pallone rotola.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

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